Danilo Maestosi
Via dei Fori Imperiali resta al suo posto

Il Foro di legno

Il sindaco di Roma e il ministro della Cultura hanno presentato il progetto di risistemazione del Foro Romano. Un progetto di mediazione che prevede una lunga pista di legno. Basterà?

Sarà il cielo anarchico di questo dopopasqua a Roma he ogni tanto si piange addosso, lacrime poco adatte a celebrare un evento all’aperto. Saranno le folate di vento che investono la terrazza panoramica dei Mercati di Traiano, i tabelloni del progetto di arredo urbano dei Fori che traballano e rischiano di volar via come foglie al vento. Saranno gli aggettivi di gradimento fin troppo pettinati che accompagnano gli interventi sulla tribuna, ad evitare momenti e domande d’attrito. Sarà il pubblico di giornalisti poco agguerriti, e di spettatori accreditati, in parte complici e amici, in parte prudenti a manifestare imbarazzo e dissenso, raccolto in platea. Sarà l’incertezza su date, dettagli, tempi tecnici, passaggi di controllo prima dell’attuazione, qualcosa forse prima del Giubileo, il resto chissà… non si sbilancia il sindaco Gualtieri.

Ma la cerimonia imbandita per sigillare la conclusione del bando di architettura per la risistemazione provvisoria del cuore archeologico centrale della città, rischia di scivolar via come un rito a circuito chiuso, senza le impennate d’attenzione e di partecipazione di un voltapagina tanto atteso, almeno sulla carta.

Nulla a che vedere con il coinvolgimento popolare del prologo del Carme. Il lungo e complesso percorso a tappe elaborato su delega del Campidoglio dall’ex vicesindaco Walter Tocci, per rimettere in pista con un occhio al futuro una strategia di riassetto del patrimonio archeologico della città. L’inaugurazione a fine anno di un giardino monumentale sulle pendici del Celio come passeggiata di rovine parlanti, completata dal ritorno in mostra delle lastre marmoree della Forma Urbis nella ex palestra littoria in disarmo da anni con un fascinoso riallestimento a tappeto sulla mappa settecentesca del Nolli.

Più facile, certo far festa e rimettere in moto immaginazione, speranze e consenso con un’iniezione così concreta di vitalità e di novità. Anche se è mancata alla festa la presenza e la benedizione dell’altro indispensabile partner che si divide il governo e le competenze di valorizzazione e tutela della Roma antica, il ministro della cultura Sangiuliano.

Stavolta invece Sangiuliano ci ha messo la faccia. Ed anche, attraverso le pedine ubbidienti che ha schierato in campo a pilotare l’esito e le regole del concorso, e a indirizzare momento per momento le fasi di verifica del progetto d’attuazione che verrà, qualcosa di più. Una serie di mine e ostacoli pregiudiziali che rendono molto difficile il cammino dell’operazione complessiva. E della proposta di restyling architettonico che ha vinto il concorso.

Due condizioni su tutte, ribadite con qualche camuffamento retorico anche nelle dichiarazioni con cui il ministro si è presentato. La prima, quasi scontata, è la decisione irrevocabile di mantenimento dell’ex via dell’Impero come boulevard non solo pedonale: la carreggiata potrà essere ridotta a due sole corsie e riservata solo ai mezzi pubblici ma non smantellata. E non potrà essere invasa da architetture moderne in elevato che ne alterino il valore prospettico proteso verso il fondale trionfale del Colosseo, che gli urbanisti del duce avevano aperto abbattendo la Collina Velia.

Il ministro lo ha ribadito indirettamente proclamando la sua irrinunciabile vocazione alla tutela e al rispetto dei vincoli. Senza mai citare il vincolo che ha eretto come scudo e difende a spada tratta: un regalo fatto trent’anni fa alla destra allora al governo da un soprintendente regionale in carriera. Un vano e giuridicamente discutibile impedimento ad ogni stravolgimento del rettifilo mussoliniano, naufragato per le cicatrici irrimediabili inferte dagli scavi archeologici, dall’abbattimento di gran parte delle quinte arboree, dal caos di terrazzamenti e transenne, di interventi di riarredo fuori controllo e malfatti. Il più grave con l’ottusa complicità del Comune, le giunte Marino e poi Raggi in Campidoglio, e il ministro Franceschini targato Pd al Collegio romano: l’abbattimento, finanziato dall’Azerbaijan, di via Alessandrina, passerella d’epoca con vista sui Fori e antica strada di collegamento col rione Monti e la Suburra, risparmiate dagli sventramenti anni ’30.

Sarebbe stata la chiave alternativa per demolire via dei Fori, completare gli scavi, riunire finalmente le cinque piazze della Roma imperiale. E incanalare il traffico dei mezzi pubblici e di soccorso. Ne resta in piedi solo una metà, che però nelle intenzioni manifestate dal soprintendente comunale Parisi Presicce sarà prima o poi demolita. Il vincolo aggirato con un compromesso al ribasso, senza coinvolgere nella decisione la città.

Perché il vero tabù, valido per entrambe le parti in causa, sembra proprio questo: tener bassa l’attenzione e il coinvolgimento. Non a caso nessuno ha posto obiezioni alla seconda condizione che il ministro Sangiuliano ha imposto per scendere ufficialmente in campo: la garanzia che tutti i progetti di sistemazione dell’area centrale siano fatti con materiali provvisori e in gran parte rimuovibili per non compromettere l’uso di via dei Fori come palcoscenico perenne e irrinunciabile per la sfilata militare del due giugno. Un rito caro alla destra guerrafondaia che solo il coraggio di un presidente di tutti come Sandro Pertini era riuscito ad infrangere, imponendo lo spostamento della parata. Dimostrando che era possibile farlo, senza compromettere la manifestazione e l’omaggio alle forze militari a difesa della repubblica nata dalla Resistenza.

Tutti d’accordo su questo colpo di spugna? Possibile e giusto che la città non sia chiamata a discuterne? Che ragionare sull’uso e il riuso delle piazze dell’antica Roma impedisca di scendere in piazza per farlo? Che lo stesso ministro Sangiuliano che non tollerava di paragonare i Fori a delle piazze ora possa tranquillamente discettare sull’opportunità di far rivivere qui, con questo progetto appena approvato, lo spirito delle agorà come antidoto alla frantumazione sociale? Che non debba essere questione da affrontare in pubblico, un pubblico vero, l’incertezza dei traguardi e lo spreco di risorse legato all’idea del fare e rifare allestimenti, comunque costosi (si parla dai 10 ai 20 milioni di euro) per far posto ad una parata che ricorre ogni anno?

Sono domande che comunque restituiscono senso a questa festa di ipocrisie. E metri di giudizio per valutare il progetto che la giuria dei due enti rivali, Stato e Comune, ha giudicato il migliore, senza neppure poterne mettere al confronto le soluzioni con quelle, altre quattro, più basse in classifica.

La sigla vincente è quella del Labics, uno studio fondato venti anni fa da due giovani architetti romani, di cui non è stato nemmeno accluso il curriculum. Curriculum che non scontenta nessuno. Dentro c’è l’affidamento di un impegnativo masterplan commissionato dal Campidoglio per rivitalizzare e ricucire l’area periferica di Torre Spaccata. E anche la progettazione di una serie di ristoranti doc, per lo smercio e la valorizzazione di un’eccellenza culinaria del made in Italy come la mozzarella, che sicuramente ha soddisfatto il patriottismo culinario del ministro Lollobrigida.

L’idea forte è di attrezzare come passeggiata archeologica un anello lungo un chilometro e mezzo che include il perimetro dei Fori e lo ricollega al Colosseo, al Colle Oppio, al Circo Massimo e agli altri quartieri di bordo. Una pista a livelli sfalsati sopra la quota archeologica che si allarga qua e là, in corrispondenza dei vari recinti, in una serie di piazze con panchine e punti di affaccio. E il rimpiazzo di un po’ di alberature. Tragitto percorribile a piedi e in bicicletta.

L’intervento più vistoso è l’ampliamento dello spazio d’informazione già esistente, quasi di fronte alla basilica di Massenzio. Il segno architettonico più marcato è l’uso di grandi piattaforme di legno. Un reticolo di doghe resistenti e trattate per resistere all’usura che in molti casi si stende su vuoti sottostanti. Griglia che regge il peso dei passanti ma scarica verso il basso i resti del loro passaggio. E se diventasse un immondezzaio di cicche, fango e rifiuti? Poco importa visto che comunque sono materiali che andranno rimossi ogni anno per le tribune del corteo militare.

Il colpo d’occhio è comunque piacevole. Sicuramente più della disordinata giungla di transenne, scalette, terrazzini, cartelli a casaccio sorta a poco a poco lungo le aree di scavo. Sarebbe stato più giusto pensarci prima, quando a singhiozzo ma con frequenza sono partiti gli sterri a far saltare il vecchio impianto. Una maledizione d’imprevidenza e di scarsa collaborazione di centri decisionali che purtroppo oggi pesa il doppio.

Soprattutto su un altro aspetto ancora più condizionante: la mancata definizione di un’idea forte a sostegno della campagna di scavi, dove accanto alle rovine imperiali affioravano le macerie di altri abitati, altri edifici storici più tardi via via dissepolti. Una stratificazione che andava documentata ma non necessariamente salvata e che ha impedito di restituire nella sua integrità il piano di calpestio e il colpo d’occhio della Roma imperiale. Ogni corporazione di esperti a dire e imporre la sua visione, senza pensare al dopo. E neppure al mentre.

Difficile ora per un visitatore qualunque raccapezzarsi. Facile per il fronte dei conservatori cavalcare il rimpianto e la nostalgia dell’ordine e delle geometrie perdute. E condannare al rogo gli studi e le proposte fiorite negli anni della giunta Petroselli, della legge speciale per la salvezza dei marmi antichi strappata dal soprintendente archeologico Adriano La Regina, che allora governava l’intero patrimonio della Roma antica. E delle estati romane di Renato Nicolini. Altri tempi.

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