Raoul Precht
Periscopio (globale)

Il Salinger perduto

Le donne, le fobie, la scrittura anticonvenzionale e l'autoreclusione, i cedimenti e le fissazioni: ritratto di J.D.Salinger mentre l'universo dei suoi fan celebra il centenario dalla sua nascita

Il 2019 si apre sotto il segno di J. D. Salinger, nato il 1° gennaio di cent’anni fa a New York. Scoperto a vent’anni alla Columbia University dal suo professore e mentore Whit Burnett, di cui seguiva le lezioni serali di scrittura, Salinger ebbe il primo successo sette anni dopo, riuscendo a pubblicare un racconto sull’esclusivo New Yorker, rivista alla quale rimarrà legato per il resto della sua non lunghissima carriera di scrittore. Il racconto in questione è uno dei nuclei dai quali in seguito avrebbe tratto il suo maggiore successo, The Catcher in the Rye (in Italia noto come Il giovane Holden). Un romanzo forse sopravalutato, ma che ebbe comunque il merito di narrare l’adolescenza in modo del tutto anomalo, diverso dalle zuccherose descrizioni in voga negli anni Cinquanta.

La vita di Salinger può dividersi in periodi ben distinti: gli anni degli studi non troppo continuativi, con una parentesi di cinque mesi a Vienna voluta dal padre, importatore di formaggi e salumi europei, affinché il figlio imparasse i rudimenti dell’arte del commercio e dell’importazione di beni, fino all’arruolamento nel 1942 e alla partenza per il fronte europeo; l’esperienza spiazzante, tragica e distruttiva della guerra, corredata probabilmente da un’esperienza di prima mano nella liberazione dei prigionieri di uno dei sotto-campi di Dachau; il rientro negli Stati Uniti, le grandi ambizioni come scrittore e il successo al di là di ogni aspettativa del Giovane Holden, uscito nel 1951; la decisione, appena due anni dopo, di cancellare ogni immagine di se stesso – farà cambiare anche la copertina del libro su cui figurava un suo ritratto – e di ritirarsi in una specie di autoesilio spirituale.

Queste tappe possono essere ripercorse anche sulla scorta dei suoi amori. Le donne di Salinger sono infatti un capitolo a parte. Da menzionare anzitutto la madre, Miriam, donna estremamente protettiva che, come scrisse Salinger in una lettera a Hemingway, lo accompagnava prima a scuola e poi all’università fino a ventiquattro anni suonati. C’è poi l’amore intenso e disperato per Oona O’Neill, sedicenne figlia di Eugene, in cui s’imbatte a ventidue anni rimanendo folgorato dalla sua bellezza e dalla sua personalità. S’incontrano però al momento sbagliato, nel 1941, e ci penserà la guerra ad allontanarli, spedendo Salinger sul fronte europeo subito dopo il bombardamento di Pearl Harbor, in qualità di agente del controspionaggio, incaricato in particolare d’interrogare i soldati tedeschi che disertavano. Al suo ritorno in patria, Oona avrà già incontrato il grande amore della sua vita, l’allora cinquantacinquenne – ma certamente ricco e famoso e affascinante – Charlie Chaplin, con cui darà vita a un sodalizio sempre in prima pagina sui giornali scandalistici dell’epoca. (Sul tema, vedi http://www.succedeoggi.it/2016/05/i-dolori-del-giovane-salinger/).

Nel frattempo fa però la sua comparsa anche Sylvia, una dottoressa, non si sa bene, poiché le fonti divergono, se francese o tedesca (e molto probabilmente simpatizzante dei nazisti o collaborazionista), che Salinger incontra al fronte, mentre è in convalescenza per un crollo nervoso, nei mesi che seguirono il D-Day e lo sbarco a Utah Beach. Divorzieranno dopo pochi mesi, ma un’eco importante del periodo bellico è presente nello splendido racconto For Esmé – with Love and Squalor, che poi andrà a far parte dei Nove racconti. Della seconda moglie, Claire Douglas (figlia del critico d’arte britannico Robert Langdon Douglas), dirò più avanti. Quanto a Joyce Maynard, appena diciannovenne all’epoca del suo incontro con Salinger (che di anni ne aveva invece cinquantatré), ingloberà nella sua futura attività di scrittrice – fra l’altro, è l’autrice del romanzo To Die For, da cui verrà tratto un fortunato film di Gus Van Sant con Nicole Kidman – ogni dettaglio della sua vita privata. Sui dieci mesi passati accanto a Salinger, però, la Maynard manterrà il riserbo. Almeno fino al 1998, quando nelle sue memorie deciderà di raccontare la breve esperienza vissuta insieme, non risparmiando allo scrittore, che l’aveva infine gentilmente invitata ad andarsene di casa, qualche fendente e confermando la battuta di Flaiano nel Diario degli errori secondo cui “le donne scrivono per vendicarsi”. (Ma per dare un’idea dell’amore appassionato e smisurato che Salinger poteva suscitare non solo nel gentil sesso, ma anche fra i suoi ammiratori, basti quest’episodio: quando nel 1999 venne battuta all’asta la corrispondenza amorosa appunto fra Salinger e la Maynard, da cui quest’ultima si aspettava un po’ di pubblicità per il lancio delle sue memorie, un imprenditore informatico, Peter Norton, l’acquistò per restituirla immediatamente al legittimo proprietario, evitando così che le lettere venissero rese pubbliche). Dopo una parentesi negli anni Ottanta con l’attrice Elaine Joyce, l’ultima delle donne di Salinger sarà l’infermiera Colleen O’Neill – cognome che nella vita di Salinger ricompare ossessivamente –, da cui lo dividevano appena quarant’anni (!) e che gli rimase accanto fino alla morte, avvenuta il 27 gennaio 2010 dopo più di mezzo secolo di reclusione volontaria.

L’epitaffio migliore per Salinger sta forse nella dichiarazione resa alla morte dai suoi agenti letterari, i quali lo descrissero come una persona che “stava in questo mondo ma non ne faceva parte”. Non voleva assolutamente farne parte, e forse aveva le sue buone ragioni. Nel romanzo Mao II di Don De Lillo, uno dei romanzieri più importanti della generazione successiva a quella di Salinger, compare un personaggio di nome Bill Gray, uno scrittore che molti hanno paragonato allo stesso Salinger, al quale, in uno stato di semiubriachezza lucida, De Lillo fa dire una frase che potrebbe valere quale sintesi dell’intera opera di Salinger: “Le storie non hanno senso se non assorbono il nostro terrore.” E nello stesso testo commenta che quando uno scrittore non vuole mostrarsi in pubblico, riecheggia la famosa riluttanza di Dio rispetto all’apparire.

Quando nell’aprile del 1974 un editore selvaggio (e anonimo) mise sul mercato, in due volumi, i racconti giovanili e inediti di Salinger, suscitandone l’esecrazione e l’immediato ricorso ai tribunali, lo scrittore precisò di non voler nascondere i peccati di gioventù, ossia dei racconti imperfetti, ma che semplicemente, non parendogli essi degni di essere pubblicati, voleva farli morire di morte naturale.

Anche in seguito, all’epoca della pubblicazione della sua biografia ad opera di un biografo peraltro serio e affermato, Ian Hamilton, Salinger, dopo aver negato allo stesso qualunque collaborazione, adirà le vie legali, e non senza successo, visto che Hamilton – dopo una pronuncia niente meno che della Corte suprema –  dovrà sostanzialmente riscrivere il testo, espungerne le citazioni tratte da lettere non pubblicate e intitolarlo In Search of J. D. Salinger anziché J. D. Salinger: A Writing Life, come inizialmente previsto. La differenza, ovviamente, a Salinger dovette apparire sostanziale.

Nel 2000, poi, l’ottantunenne scrittore tentò di opporsi anche alle memorie della figlia Margaret (o Peggy), che lo descrisse come un padre affettuoso ma patologicamente egocentrico nonché come un vero aguzzino nei confronti della madre, Claire, che Salinger avrebbe praticamente sequestrato e costretto a non vedere più né parenti né amici, recludendosi con lei dal 1953 nel suo buen retiro. Con Claire, di quindici anni più giovane di lui, che aveva incontrato quando lei era appena sedicenne in casa dello scrittore Francis Steegmuller, Salinger era andato infatti a vivere a Cornish, nel New Hampshire, in uno chalet isolato, situato in cima a una collina affacciata sulla valle del fiume Connecticut e circondato da cartelli che intimavano il rispetto della proprietà privata. Margaret riferisce anche delle infatuazioni passeggere o prolungate di Salinger per la mistica indiana, lo zen, Scientology, l’omeopatia e il Cristianesimo scientista, e di lunghi digiuni di purificazione. La crudeltà mentale nei confronti di Claire tocca il suo apice nel 1960, all’epoca della seconda gravidanza, spingendola alla depressione e quasi al suicidio quando scopre che il figlio in arrivo, Matthew, rappresenta per il marito un disturbo intollerabile. Il divorzio, chiesto da Claire nel 1966 per tutelare la propria salute fisica e mentale, sarà una liberazione per entrambi.

L’isolamento di Salinger era stato del resto prefigurato nel suo best e long-seller dal giovane Holden, quando esprimeva il desiderio di costruirsi una piccola cabina da qualche parte e di trascorrerci in pace il resto della vita senza dover fare stupide conversazioni, che per Salinger finivano solo per certificare la solitudine di ciascun individuo. Gli unici suoi spostamenti erano delle brevi vacanze in Florida, o per andare a trovare nella Grande Mela l’ex editor del New Yorker, William Shawn, personaggio altrettanto timido, riservato e agorafobico. Decine di giornalisti e reporter faranno a gara, nel corso degli anni, per cercare di avvistare Salinger e si organizzeranno delle vere e proprie spedizioni, raramente coronate da successo. Salinger, ormai, non si concede più a nessuno. Ma non è il solo: fra i suoi confratelli, ricordiamo anche il caso di Thomas Pynchon che, al contrario di Salinger, ha continuato nel tempo a pubblicare, ma non è mai apparso da nessuna parte o dello stesso De Lillo, altro personaggio schivo che evita qualunque forma di pubblicità. Per non parlare evidentemente dei molti che per proteggersi dalla curiosità del pubblico si servono di uno pseudonimo.

La decisione più penalizzante per gli ammiratori, ovvero quella di non pubblicare più nulla, viene tuttavia all’improvviso rimessa in discussione nel 1997, quando Salinger si lascia tentare da una piccola casa editrice di Alexandria, in Virginia, la Orchises Press, a pubblicare in forma di libro il racconto Hapworth 16, 1924, già apparso sul New Yorker nel 1965; poi, però, fedele alla sua fama di misantropo, si tira indietro all’ultimo minuto.

A parte il giovane Holden Caulfield, protagonista di The Catcher in the Rye, i personaggi più famosi di Salinger sono senza alcun dubbio i sette giovani membri della famiglia Glass che compaiono in Franny e Zooey (1961), Alzate l’architrave, carpentieri e Seymour. Introduzione (1963): ragazzi sensibili, spirituali, iperdotati, enigmatici, e soprattutto spronati dal suicidio del primogenito, Seymour – il cui ricordo ne fa una specie di guru – ad affrontare il mondo in modo originale e complesso, senza scorciatoie.

Se si lasciano da parte i tre racconti giovanili, pubblicati in Italia con il titolo I giovani, che però prefigurano perfettamente le caratteristiche salienti dell’opera successiva e hanno quindi una notevole importanza documentaria, sono poi assolutamente da leggere i Nove racconti, quanto di meglio sia mai stato scritto nel genere breve, tanto da aver profondamente influenzato gli scrittori della generazione successiva, da Brodkey a Philip Roth. Avvalendosi di un senso del dialogo perfetto, di un’osservazione accurata dei personaggi e delle loro azioni, di una comprensione quasi clinica del contesto sociale, di un’ironia acuminata, Salinger parte spesso in medias res, inventa finali aperti e inattesi, smembra e distrugge insomma l’architettura classica del racconto ottocentesco. Se non gli riuscì di scrivere il grande romanzo del Novecento americano, cosa cui a quanto pare ambiva, soprattutto agli esordi, a Salinger non sfuggì però un altro traguardo, quello di diventare un modello per gli scrittori che vogliano cimentarsi con la difficile arte del racconto, in questo affiancato peraltro da altri scrittori a lui contemporanei quali Grace Paley, James Salter e John Cheever. Da leggere assolutamente, per fare un solo esempio, il primo dei nove racconti, A Perfect Day for Bananafish.

Come al solito, a riuscirci meglio è quello che in fondo non ci sembra poi così importante.

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