Raoul Precht
Periscopio (globale)

Rileggere Cohen

Un romanzo torrenziale, bulimico e tentacolare che va dall’umorismo ebraico all’artificio che regola le relazioni sociali fra dominatori e dominati: ecco perché “Belle du Seigneur“ di Albert Cohen è da rileggere

Nella vita di ogni organizzazione aziendale c’è un momento topico, ricorrente a volte a intervalli regolari, durante il quale uomini e donne di carriera si esaltano e da cui invece gli altri (la stragrande maggioranza) rifuggirebbero, se solo potessero, inventandosi un pretesto qualunque. È l’impietosa occasione in cui, nel quadro di una cosiddetta convention, o di un pranzo, o di una cena a porte chiuse, il Presidente o Amministratore delegato o Segretario generale o Direttore generale (ogni azienda sceglie liberamente la propria terminologia) elargisce al personale le proprie pillole di saggezza sotto forma di discorso. Di norma trattasi di un’allocuzione moderatamente ispirata, nel migliore dei casi infarcita di battute e ammicchi ironici, con qualche riferimento culturale che dovrebbe testimoniare delle ampie letture del suo estensore, il quale non si esime dal dar conto della sua attenzione al mondo che lo circonda, rimasticando notizie che ciascuno dei suoi umili sottoposti ha potuto leggere sul giornale e traendone conclusioni ispirate e originali sul declino dell’universo.

Di solito il Presidente (per brevità d’ora in avanti lo chiameremo così) comincia con un accenno alle difficoltà oggettive, prosegue con l’analisi accurata di come, sotto l’illuminata guida del Presidente medesimo, le difficoltà oggettive siano state purtuttavia brillantemente superate e chiude con l’accenno ormai canonico al fatto che la compagine amministrativa che lo circonda altro non è che una grande famiglia, in cui ciascuno deve dare il proprio contributo per il bene comune. È molto raro che si faccia menzione di coloro che sono stati dimenticati, messi in un angolo, esautorati, sottoposti a mobbing, per non parlare di eventuali licenziamenti ed esuberi: tutti spiacevoli danni collaterali che fanno sanguinare il cuore della dirigenza, ma ai quali con tutta la buona volontà non si può proprio porre rimedio. Quello che mi pare sempre più significativo è che questa drammaturgia scontata – tolto forse unicamente il capitolo relativo a licenziamenti ed esuberi – si applica ormai non solo alle ditte private, ma anche a organizzazioni internazionali come le Nazioni Unite o alle istituzioni comunitarie.

Lo so, è una lunga premessa, ma mi è sembrata necessaria per introdurre un capolavoro uscito appena cinquant’anni fa, e che – oltre a essere uno strepitoso romanzo d’amore e d’avventura – illumina con un fascio di luce davvero spietato il funzionamento di quella che un tempo era la Società delle Nazioni, sul cui statuto sono state modellate tanto l’ONU quanto le istituzioni europee. Non si parla qui di grandi ideali politici, ma del semplice, banale funzionamento amministrativo di tutti i giorni, dell’esigenza che la burocrazia ha sempre di autoalimentarsi per sopravvivere, dell’inevitabile declino di forme organizzative rimaste a un impianto ottocentesco, e quindi elefantiache, ottuse e incapaci di destreggiarsi nella crescente complessità delle cose (ancorché guidate da geni assoluti come il Presidente di cui sopra).

Parlo di Belle du Seigneur (Bella del Signore) di Albert Cohen, summa dell’opera di questo defilato scrittore ebreo, romanzo che esce nel 1968, in piena contestazione giovanile, nel modo più inattuale possibile, e che proprio grazie a quest’inattualità – e a differenza dei decotti slogan del Sessantotto – mantiene inalterato il suo fascino anche a mezzo secolo di distanza. Non a caso, è un romanzo-fiume ed è l’opera di una vita: Cohen comincia a lavorarvi negli anni Trenta, è costretto a interromperlo durante la guerra, quando fuggendo a Londra rischia anche di smarrirne il manoscritto, ma lo riprende subito dopo e lo porta a maturazione e alle stampe, come dicevamo, nel momento apparentemente meno opportuno.

È stato scritto giustamente che la passione dei due protagonisti, Ariane e Solal (quest’ultimo compare già in un eponimo romanzo precedente) maschera in realtà l’amore del tutto corrisposto fra Cohen e la scrittura. Cohen si serve infatti di un francese ricchissimo e opulento che gli permette di avventurarsi in tutti i registri e calarsi con la medesima empatia nei linguaggi delle più diverse classi sociali.

Nato a Corfù nel 1895, compagno di scuola di Marcel Pagnol, Cohen stringe presto amicizia con Jacques Rivière, il quale nel 1922 gli fa firmare, a nome della Nouvelle Revue Française, uno dei contratti di scrittura meno onorati della storia: Cohen s’impegna a sfornare cinque romanzi, dei quali, per diverse ragioni, ne usciranno (per Gallimard) solo due, rispettivamente ben otto e sedici anni dopo. Ma Rivière è importante per lui anche perché lo farà entrare nel servizio diplomatico dell’Organizzazione internazionale del lavoro a Ginevra, mestiere cui Cohen affiancherà per tutta la vita quello di scrittore e direttore di riviste. Scrive, e pubblica, dicevamo, con una certa calma: nel 1930 il romanzo Solal, nel 1933 l’atto unico Ezechiel, nel 1938 l’altro romanzo Mangeclous, poi più nulla fino a Le livre de ma mère, rischiosa e riuscita evocazione dell’amore filiale, che è del 1954. Per finire, a più di settant’anni, con l’esplosione pirotecnica di Belle du Seigneur.

Ambientato alla fine degli anni Trenta, in una Svizzera che comincia a sentirsi circondata e assediata dall’avanzare della Storia, Belle du Seigneur è la storia della ricerca di un amore puro, ma anche di possesso e gelosia spinti all’estremo, fino al suicidio degli amanti, e al tempo stesso una magistrale satira politica. Le ambizioni narrative di Cohen sono smisurate, contravvengono a ogni crisma del nouveau roman allora imperante e soprattutto rompono tutti gli argini di quella decenza che all’epoca corrispondeva grosso modo al triste politically correct di oggi. Quanto alla descrizione dei personaggi, in virtù delle sue contraddizioni Solal è sicuramente una delle figure più affascinanti della letteratura del XX secolo. Se poi è vero che de te fabula narratur, possiamo dedurre che altrettanto complesso e affascinante deve esserne stato il creatore.

Gli argomenti che Cohen sfiora, e talora approfondisce, in quest’opera torrenziale, bulimica e tentacolare (in origine millecinquecento pagine) sono molteplici: si va dall’umorismo ebraico – che consiste soprattutto nel burlarsi di se stessi prima che lo faccia qualcun altro – all’artificio che regola le relazioni sociali fra dominatori e dominati, dal potere irrazionale della bellezza (e della ricchezza) al calo del desiderio nella coppia che si cerca invano di compensare con rituali erotici spesso risibili, dal ruolo dell’uomo, perennemente oscillante fra le babouineries dongiovannesche da maschio dominante e la ricerca di un amore puro, all’importanza di stabilire dei limiti all’abiezione oltre i quali non si può scendere, dall’antisemitismo che colpisce Solal in quanto esempio di ebreo errante al sionismo, inteso all’epoca da Cohen come possibile soluzione, dalla religiosità – lo scrittore si autodefinisce “un ateo che venera Dio” – alla gioia di vivere incarnata nel libro dalle figure dei cinque cugini, i “valorosi”, che compariranno l’anno successivo in un ulteriore romanzo comprendente tutte le sezioni che Gallimard gli aveva fatto espungere dal testo finale.

Cohen definisce Belle du Seigneur la sua cattedrale, che gli sopravvivrà, e il suo combattimento più radicale contro la morte. Quando gli chiedevano delucidazioni sul suo modo di scrivere, si rifiutava garbatamente di rispondere, dicendo che parlare di rapporti intimi gli sembrava inopportuno e che scrivere, per lui, era appunto un atto d’amore. Atto d’amore che continuerà con i successivi O vous, frères humains, del 1972, e con i Carnets 1978, ma senza la potenza d’urto e il desiderio che animano e permeano il romanzo principale, assolutamente da rileggere oggi quale antidoto alle intossicazioni contemporanee.