Giordana Marsilio
Visto al Teatro Argentina di Roma

Democrazia non è una parola

“Democracy in America” di Romeo Castellucci è uno spettacolo sul potere delle parole: non quelle dette in scena, ma quelle evocate dalle immagini. Con il pretesto di raccontare la storia degli States

Loro non hanno le parole delle nostre cose e noi non abbiamo le parole delle loro cose” affermano gli indiani d’America riguardo i colonialisti. La riflessione sul linguaggio e la parola sono il perno intorno al quale ruota Democracy in America di Romeo Castellucci, ideato e scritto insieme alla sorella Claudia, liberamente ispirato all’opera di Alexis de Tocqueville, in scena fino a domenica scorsa al Teatro Argentina di Roma. La società americana è messa alla berlina in uno spettacolo che parla del senso della parola non solo come mezzo di comunicazione, ma anche come espressione di una cultura, di una mentalità e di conseguenza medium di libertà. Sempre di linguaggio si tratta, quando ad essere tematizzata è la parola di Dio, sulla quale si fondano invece la Bibbia e la religione. Infatti lo spettatore viene trasportato nel mondo dei puritani, dove dominano le leggi di Dio e la povertà.

A separare il pubblico da ciò che avviene sul palco ci sono dei filtri che alle volte rendono opaco ciò che avviene in scena, talvolta, invece, vengono utilizzati per proiettare date di battaglie e di avvenimenti storici o citazioni dalla Bibbia. Il legame indissolubile tra parole e religione viene esplicitato all’inizio dello spettacolo che comincia con dei canti religiosi e la proiezione del termine glossolalia che indica un fenomeno in cui – apparentemente – si parla in lingue sconosciute, praticato fortemente nella Chiesa di stampo pentecostale americana. Il termine deriva dal greco glossa (lingua) e laléo (parlare) ovvero “parlare nelle, con, attraverso le lingue“, definizione che viene proiettata in scena. Tuttavia l’uso scorretto della parola può portare alla sopraffazione o al dire cose che non si dovrebbero neanche pensare, come quando Elizabeth, donna puritana, in preda alla disperazione per non poter dar sostentamento ai figli confessa al marito, Nathaniel, di aver bestemmiato “con il cuore” perché Dio li ha abbandonati. Dal dramma familiare di questi due personaggi, unica parte realmente drammaturgica nel senso più ‘classico’ di teatro, si sviluppa l’immaginario dello spettacolo.

Ma cosa succede se qualcuno infrange non solo i comandamenti divini ma anche quelli della comunità? Qual è la punizione? È questa la democrazia, ovvero venire puniti in nome di Dio o delle leggi umane? In pieno stile di Castellucci, la riflessione sul linguaggio è predominante, sebbene non sono le parole dette ad emergere ma quelle che prendono forma attraverso un teatro di immagine, di grande impatto, in cui le luci, i suoni cupi, danze e un forte simbolismo sono protagonisti della descrizione di una società, quella americana messa in scena da Castellucci, in cui si cerca di ‘democratizzare’ la comunità tramite il puritanesimo e sotto queste condizioni di ricerca infinita verso Dio e verso il giudizio umano, una donna disperata e affranta, Elizabeth, commette il crimine dei crimini: vende la figlia per avere in cambio semi e ferri. La punizione sarà esemplare, la collettività si riunirà e con un lungo rituale, sottolineato dall’esecuzione di danze folkloristiche – ispirate a balli tradizionali di Albania, Grecia Botswana, Inghilterra, Ungheria, Sardegna – e ruoterà letteralmente intorno a questa donna, nuda, caratteristica che nelle rappresentazioni di Castellucci non è mai forzata ma anzi la nudità diventa massima espressione di umanità e quindi sinonimo di vulnerabilità e sofferenza.

Chi conosce i lavori precedenti di Romeo Castellucci, noterà aspetti tipici del suo teatro come immagini frammentarie cariche di simbolismo e ritualità, quest’ultimo accentuato dal contrasto dell’individuo opposto alla collettività e alle sue credenze e tradizioni. Tuttavia, sebbene rimanga scarno di parole rispetto ad un tipo di teatro più tradizionale, qui per gli standard del regista la parola abbonda, ad esempio è didascalico il dialogo tra Elizabeth e Nathaniel e ciò che dicono viene addirittura proiettato sullo sfondo della scena. Inoltre con proiezioni di definizioni e citazioni la parola straborda come se fosse stata snaturata. Infatti in una società di schiavitù e puritanesimo fanatico le parole sono forse anche troppe e perdono la loro funzione vitale o come diceva lo scrittore Elias Canetti: «Ogni parola pronunciata è falsa. Ogni parola scritta è falsa. Ogni parola, è falsa. Ma cosa c’è senza la parola?«.

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