Ilaria Palomba
A proposito di “In che luce cadranno”

La poesia dei morti

Con i suoi versi, Gabriele Galloni conduce il lettore nell'Oltretomba dove ogni sogno è permesso. E dove i fantasmi possono essere governati o uccisi per la seconda volta...

 In che luce cadranno di Gabriele Galloni (Rp libri, 2018, euro 10) è la seconda silloge del talentuoso ventiduenne, ed è dedicata ai morti. I defunti cercano di consolarci con tentativi incomprensibili perché con una mano ci amano e con l’altra sono nell’invisibile. Negli obitori ci sono uomini che leggono la mano ai ragazzi morti sotto i vent’anni. Vediamo passare gli spettri mentre si coprono il naso che si è assottigliato nel trapasso. È loro l’ultima didascalia del mondo e parlano tra buio e resina. Eco della poesia di Paul-Jean Toulet unite a suggestioni pasoliniane, e più in generale mutuate dalla scuola romana, scorrono nei versi, senza manierismi o forzature.

Se si parla di morti a cena, tra i resti della carne, non si può non pensare di aver banchettato con un cadavere. Nel continente dell’oltretomba si va un giorno avanti e due indietro, ciascuno cerca di farsi carico dell’altro in un tentativo di non sparire. Talvolta diventano fantasmi pericolosi, che devono essere uccisi per la seconda volta.

«Tra i sette morti tu scegli il più piccolo – / conducilo a passeggio e infine sgozzalo. // Avverti i suoi fratelli e seppelliscilo». Sono quasi vivi e forse non sono più i morti ma i morenti che scompongono in sillabe un nome, il loro, prima che svanisca. In sogno ci si nasconde nella navata di una chiesa per cercare l’accesso alla casa dei morti mentre il mondo intero resta fuori da questo gioco macabro e fragile.

Il poeta si chiede come resuscitino, in quale lingua e in quale corpo, forse in un corpo febbricitante, in un tempo che non è ancora venuto. Forse chi muore può tornare ma si perde tra la luce che scompare dietro gli scogli.

«Ci basterebbe credere a una riva; / a una luce che vada scomparendo / dietro gli scogli; o che un morto riviva, // che si perda tornando». C’è questa inquietudine e insieme speranza del ritorno, di modo che nulla sia davvero perduto con la fine di un corpo e un giorno possa rivivere in Dio. La luna diventa l’imitazione di un sesso, messa lì per illudere, i morti rientrano nudi nelle città, atterriti dal freddo. Le maschere mortuarie servono affinché compaiano gli spiriti nei pozzi, recitando i classici.

C’è una fragilità negli stessi rami su cui si arrampicano e non sanno scendere, ripetono l’errore perché dimenticano, un rito di passaggio nel diventare spettri che consta fatica forse più che vivere. E poi le domande, neppure nel trapasso si hanno risposte. «I morti continuano a porsi / le stesse domande dei vivi: / rimangono i corsi e i ricorsi / del vivere identici sulle / due rive. In che luce cadranno / tornati alle cellule».

Le stelle sono dissepolte e, come i vivi, i morti si filmano a vicenda, senza saper distinguere la pelle dell’uno da quella dell’altro, si danno soprannomi ma preferiscono il niente, il loro vocabolario è la metà del nostro. Il loro giardino è come l’Eden ma senza serpenti, tentazioni o regole. La loro pornografia è quello che noi sogniamo, quasi che si possa anelare solo a ciò che non esiste. Scrivono lettere d’amore, consolano la vastità delle case, sognano, e ogni defunto è patrono di sé stesso.

In loro è il mare, la notte e l’intonaco che viene via. È una visione quella in cui scorgiamo il matrimonio degli spettri sul mare e quando si separano ognuno va nel desiderio di un passante. Cercano la polvere come una madre. «La musica dei morti è il contrappunto / dei passi sulla terra».