Pasquale Di Palmo
La voce del poeta: Tomaso Pieragnolo

Viaggio a ritroso

Nell’opera inquieta dell’autore padovano, un dialogo aperto con sé stessi e con gli altri dal ritmo ipnotico e rituale. Nella certezza che l’eternità del tempo e la finitudine dell’uomo segnano il nostro passaggio nel mondo, dove fine e inizio coincidono

La poesia del padovano Tomaso Pieragnolo si caratterizza per un respiro lungo, di taglio poematico che nulla concede sul versante virtuosistico, innervandosi in una sorta di continua interrogazione intorno ai temi salienti dell’esistenza. Poesia inquieta, spesso oscura, risolta in esiti che costeggiano la cacofonia, con accensioni visionarie e surrealistiche che sembrano rigenerarsi dal loro stesso procedere, come il flusso e il riflusso di una marea. Autore di varie raccolte, tra cui segnaliamo nuovomondo (2010) e il recente Viaggio incolume (72 pagine, 11 euro), entrambe edite da Passigli, Pieragnolo si è distinto anche per la sua attività di traduttore di poeti costaricani tra cui segnaliamo Laureano Albán e Eunice Odio.

La poesia del suo precedente libro nuovomondo ha un ordito realizzato come resoconto progressivo sulla condizione umana e tocca la questione essenziale della sopravvivenza della specie, spronandola verso un cambiamento indispensabile imposto dal nostro tempo. L’idea di aprire e chiudere la raccolta con lo stesso testo dal titolo invertito (fine/inizio) indica una concezione circolare dell’esistenza e della storia, la possibilità che da ogni fine nasca un nuovo inizio, l’uomo nuovo, una nuova coscienza. Nel suo ultimo libro Viaggio incolume ha proseguito questa ricerca?
Viaggio incolume comincia dalla fine, o forse dall’inizio, di nuovomondo: un uomo e una donna, gli stessi concepiti dalla sua genesi, intraprendono il cammino a ritroso verso il punto da cui sono partiti, al principio di tutte le possibili vite. Con un bagaglio di poche cose, salgono sopra un carro trainato da buoi e cominciano un viaggio dagli esiti imprevedibili, un dialogo fitto in cui rivelano il significato delle parole, l’umore delle apparizioni, i pensieri impervi e le visioni ardite, in una crescente confidenza dal ritmo ipnotico e rituale, certi ormai che nulla si debba trattenere e nulla possedere, se non l’amore reciproco e verso un creato irripetibile. Lungo la strada che li riporterà, spogliati di tutto, alla prima casa, al primo abbraccio, alla prima utopia, al principio quindi della vita stessa, incontreranno nuovamente i loro sogni, le loro paure, le certezze e le illusioni che spesso si sono invertite, le persone che hanno amato e quelle che hanno perduto, continuando a dialogare con sé stessi e con gli esseri viventi, con l’eternità del tempo e la finitudine dell’uomo che segnano il nostro passaggio nel mondo. Quale sarà l’esito transitorio di questo viaggio colmo di insidie e incantamenti? Potrà essere un viaggio incolume? Non ci è dato di sapere il passato.

Lei è apprezzato traduttore e divulgatore nel nostro paese dei più noti autori costaricani. Può ricordarci la sua attività in questo campo?
Nel 1992, in Costa Rica, lessi per la prima volta un libro di Eunice Odio; si intitolava Los elementos terrestres, in edizione originale, e i suoi versi mi donarono momenti di rivelazione e di abbandono, tanto da indurmi a cercare altre sue pubblicazioni e ad approfondire la conoscenza degli autori centroamericani. Promisi a me stesso che, non appena possibile, avrei fatto qualcosa per diffondere la voce di questa grande e schiva poetessa. Dopo anni di studi e ricerche nelle biblioteche universitarie e librerie di San José, dal 2007 iniziai a proporre poeti costaricani nella rivista Sagarana, quando ancora in Italia erano sconosciuti e inediti, spaziando poi anche in altre nazioni. Eunice Odio, Jorge Debravo, Laureano Albán, Julieta Dobles, Mía Gallegos, Alfonso Chase, Carmen Naranjo, Calribel Alegría, Gioconda Belli, sono alcuni degli autori proposti in Sagarana. Nel 2009 la casa editrice pistoiese Via del Vento mi contattò per pubblicare la prima plaquette italiana di Eunice Odio, Questo è il bosco ed altre poesie, a cui seguì nel 2010 quella di Laureano Albán Gli infimi crepuscoli. Nel 2011 è uscita per Passigli la prima antologia italiana bilingue di Albán Poesie imperdonabili, e nel 2015 quella di Eunice Odio Come le rose disordinando l’aria, in collaborazione con Rosa Gallitelli.

Come ha influito l’esperienza tra due mondi sulle tematiche che contraddistinguono la sua poetica?
Per molto tempo è stato come vivere verità discordanti, sentirsi in un displuvio da cui lo sguardo su ogni cosa ha sempre una valenza plurale, un esito inconcluso; ubiquità, mutamento, separazione e ricongiungimento, onirismo e realismo insieme, visionarietà e trasfigurazione del significante; sì, la mia poesia è sempre stata percorsa da pulsioni centrifughe, e si è mossa necessariamente attraverso i simboli creati da questa esperienza, costruendo ponti per unire due mondi; il limite che ci trascende è nel rapporto con la natura, la cui conoscenza diretta in luoghi dove ancora può esprimere vastità e potenza, vanifica l’umana smania di grandezza e di possesso.

Quali sono i suoi autori di riferimento?
Ammiro gli autori che sono sempre rimasti in ambito autobiografico, sostenuti da esigenze esistenziali e geografiche, regalandoci la loro esperienza così come l’hanno vissuta e interiorizzata, elevata anche nelle tante sfumature che i cambiamenti e l’immaginazione creano nell’espressione artistica come nella vita, giungendo così a risultati privi di qualsiasi manierismo, esotismo o forzatura. Mi sono sempre nutrito di tanti mestieri diversi; poesia, molta narrativa, cinema, fotografia, musica e pittura, senza preclusioni e sempre con attenta curiosità.

Cosa pensa della diffusione della poesia in rete?
È una questione di grazia e di sensi. La vista ammira la trama dell’inchiostro, l’olfatto inspira l’odore della carta, il tatto logora la ruvidezza delle pagine; il libro, infine, consumato da tante riletture e meditazioni, diventa emanazione del corpo e della mente. La velocità difficilmente si può applicare alla vita interiore, all’espressione, all’arte in genere e così alla poesia, che hanno bisogno di lentezza, riflessione ed esperienza. La rete è un valido mezzo di divulgazione e di ricerca, a patto che non sostituisca la materia e la forma in cui ogni rivelazione è sé stessa, e proprio per questo lo è nel modo più bello possibile.

Cosa sta preparando attualmente?
Un nuovo libro di poesie e nuove traduzioni.

Può commentare la poesia inedita presentata?
È un ricordo d’infanzia.

 ***

 

Legend of the fountain (interview)

(Prato della Valle, Padova, luglio 1969)

L’immagine riflessa è già solcata

– conta lui del suo primo divenire –

dal viatico di un pesce in trasparenza

rosso appena liberato dal suo nylon;

ride il bimbo al pesce che lo evita

incredulo di tanta libertà, di tanto

spazio vuoto e circolare che è come

capriola di un infante in fronte al mare

e il bambino con lui si specchia perché già sa

di avere insieme molti sogni davanti

al plesso, molti miraggi non ripetibili,

molti aerei che passano sopra la fontana

e con lui si specchiano e con il pesce che rosso

ancora non si muove,

attendendo forse una nuova rete che

lo possa circondare lo possa sollevare

da tutto quello spazio che non ha

chiesto, creato dalla generosità

di un bimbo che non può capire quanto

sia certa la cattività. Perché il bambino

sopra quella fontana ha sognato

molte volte tempeste in autunno, liberato

corte barche di carta precisamente

affondate dal precipuo getto

dell’acqua caduta dalla fontana caduta,

ha gettato nella sua coltre verde

d’alghe monete per esprimere

desideri improbabili e poi vederle

affondare lentamente nel fondale

fangoso che nessuno pulisce, lui con un sorriso

senza un dente e dietro le spalle

la sua recente misologia ha costruito

briciole di pane per lo stesso

pesce che ora lo guarda fermo,

sapendo un sogno rinunciabile tutta questa

falsa libertà che raggiunge, a stento,

fino alla prossima trappola, fino a quando

il venditore di pesci rossi in un sacchetto

di nylon nuovamente lo pescherà

da quella fontana o dalla sua leggenda

troppo leggera che finisce

così come tutto finisce

da un giorno all’altro come l’infanzia

senza preavviso.

Tomaso Pieragnolo

 

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