Marco Fiorletta
A proposito di “La Repubblica Romana”

Quell’utopia romana

Roberto Carocci ripercorre le ragioni e la storia della rivolta contro la Chiesa del 1849. Un esperimento vitale e attualissimo, fallito sotto il peso della restaurazione e di un attendismo tutto italiano

L’elezione di Pio IX al soglio papale fu accolta da tutti con favore e alimentò speranze per un mondo migliore, d’altronde è cosa che capita sovente con i papi. La leggenda narra che nel suo viaggio di avvicinamento a Roma per il Conclave una colomba bianca si poggiò più volte sulla sua carrozza come ad indicare una investitura dall’alto, insomma una sacra unzione. Giovanni Maria Mastai Ferretti prevalse sui cardinali Gizzi, ritenuto da molti troppo liberale, e Lambruschini rigido conservatore e reazionario già segretario di stato con Gregorio XVI, che non si era dimostrato di certo un campione di liberalità. Partendo dal nuovo papa e dalle speranze che ciò alimentò, non solo nel popolino ma anche in personaggi come Mazzini e Garibaldi, Roberto Carocci nel suo La Repubblica Romana – 1849, prove di democrazia e socialismo nel Risorgimento, (Odradek 20€ la versione cartacea), “rispolvera” un evento che, a tirar fuori i ricordi del tempo che fu senza contaminarli con le conoscenze successive, a scuola ci veniva narrato quasi come folcloristico, velleitario e che veniva ricordato per la morte di Luciano Manara, Goffredo Mameli che scrisse la poesia che diventerà l’Inno d’Italia, e di Anita Garibaldi, moglie dell’eroe dei due mondi e per la figura di Ciceruacchio, carrettiere che volle farsi capopopolo. Ma, come è logico, non fu proprio così.

Carocci smuove qualcosa che è sedimentato dentro di noi, la sua narrazione storica induce alla riflessione. L’elezione di Pio IX e le speranze che alimenta non sono altro che le continue speranze che il popolo ha tuttora all’elezione di un presidente del consiglio o della Repubblica, per non parlare della voglia dell’uomo forte che ogni tanto ritorna prepotente nei pensieri dalla corta memoria degli italiani. Ma, come allora non potevano chiedere a Papa Mastai di fare il capo politico dell’Italia, come passò per la testa a molti compreso Giuseppe Mazzini, così papa Francesco, per tornare ai giorni nostri non può fare il segretario dell’Arcigay o di un sindacato. Un papa è un papa e come tale si comporta, dà finché può ma è pronto a togliere se necessario e se non lo farà lui stesso lo farà il successore. Pio IX da moderato e conciliatore si trasformò in rigido custode dell’ortodossia religiosa e temporale. Lo storico gesuita Giacomo Martina disse di lui che «privo di senso storico era portato a considerare tutto quello che si collega con la chiesa come immutabile». Proclamò due dogmi, l’Immacolata concezione e l’infallibilità del papa di cui ancora si discute. Fu antimodernista, deluse e represse dopo aver illuso e concesso piccole libertà che indussero i romani ad alzare la posta che sfociò nella proclamazione della Repubblica Romana. Subì l’atroce scacco della presa di Roma con la breccia di Porta Pia.

L’autore ci descrive bene il fermento economico di una nascente borghesia, anche liberale, impastoiata e repressa da uno stato pontificio vecchio, corrotto e incapace di evolversi economicamente, culturalmente e politicamente, che l’elezione di Pio IX e le sue pur timide concessioni contribuirono a sviluppare: con la cauta attenuazione della censura fiorirono circoli e riviste culturali. Ma i romani, e molti italiani –confluirono a Roma dal nord e dal sud reduci da altre battaglia spinti dall’idea non solo di liberare Roma ma di unificare l’Italia – non si potevano accontentare delle solite briciole elargite per tacitare gli animi e mantenere lo status quo, essi volevano la libertà, la democrazia e, molti, il socialismo. Quando ci si rese conto che altro non avrebbero avuto, ci fu la ribellione, il papa abbandonò Roma riparando a Gaeta, e il 9 febbraio 1849 fu proclamata la Repubblica Romana.

Purtroppo l’esperimento durò poco e vanificò le riforme messe in atto come «la liberalizzazione della compravendita dei terreni, l’abolizione dell’odiata tassa sul macinato e la limitazione di alcuni monopoli. Una parte dei disoccupati venne impiegata nei lavori alla basilica di San Paolo e nella sistemazione delle sponde del Tevere. Il sistema fiscale fu ampiamente rivisto, con gli esattori posti alle dipendenze del Municipio e non più del Vaticano. L’istruzione accademica fu rafforzata e ammodernata, con l’apertura delle nuove facoltà di Economia, Scienza Agraria e Diritto Commerciale, negli atenei di Roma e Bologna. L’arbitrio poliziesco venne invece attenuato tramite la limitazione degli arresti per motivi di ordine pubblico». Insomma, niente di particolarmente rivoluzionario visto con gli occhi di oggi ma sufficiente per rendere inviso ancor più alle classi nobili e retrograde l’esperienza della Repubblica.

Carocci ci porta dentro la Repubblica Romana, come molti moti risorgimentali stroncata e annegata nel sangue, anche con tre preziosi documenti redatti da attori politici di quel palcoscenico storico: il discorso pronunciato da Carlo Armellini, che della Repubblica fu uno dei triumviri con Mazzini e Aurelio Saffi, all’apertura dell’assemblea romana; uno scritto di Quirico Filopanti Barilli che rievoca come nacque la Costituzione della Repubblica Romana e un Rapido cenno sugli ultimi avvenimenti in Roma di Carlo Pisacane che partecipò alla difesa di Roma contro l’assalto delle truppe francesi e che concluse la sua vita di rivoluzionario ucciso dai contadini, per la cui libertà lottava, di Sanza in provincia di Salerno.

Dalla Costituzione della Repubblica Romana
Titolo I
Dei diritti e de’ doveri de’ cittadini
1. Sono cittadini della Repubblica:
Gli originarii della Repubblica;
Coloro che hanno acquistata la cittadinanza per effetto delle leggi precedenti;
Gli altri Italiani col domicilio di sei mesi;
Gli stranieri col domicilio di dieci anni;
I naturalizzati con decreto del potere legislativo
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Quanta lungimiranza!

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