Raoul Precht
Periscopio (globale)

Memoria di Appelfeld

Ricordo di Aharon Appelfeld, un grande scrittore segnato dalla Storia che ha usato la memoria personale per costruire una letteratura più vicina alla metafisica che alla sociologia

Quanto vale la memoria per uno scrittore? E vale più la memoria o l’invenzione? Sono due domande che Aharon Appelfeld, recentemente scomparso a ottantacinque anni, si è posto per tutta la vita. Il suo, del resto, è stato un percorso singolare, che in qualche modo giustifica la persistenza della riflessione sui due quesiti iniziali, peraltro interconnessi.

Nato nel 1932 a Czernowitz, in Bucovina, regione che faceva allora parte del Regno di Romania ma si trova oggi in Ucraina, Appelfeld vive un’infanzia ordinaria in una famiglia della media borghesia fino al 1941, quando l’esercito rumeno si riappropria della sua città natale dopo un anno di occupazione sovietica e cominciano le deportazioni degli ebrei. Sua madre è assassinata, mentre Appelfeld e il padre finiscono in un campo di lavoro nazista in Transnistria. Appelfeld riesce a scappare, vagabonda e si nasconde nei boschi, ancora bambino, per ben tre anni, lavorando come pastore per dei contadini piuttosto ostili, nascondendo accuratamente le proprie origini e la propria storia; in seguito farà l’apprendista cuoco nell’esercito russo, passerà alcuni mesi in un campo profughi in Italia per poi trasferirsi definitivamente in Palestina nel 1946. Soprattutto nei tre anni della clandestinità completa, si ritroverà a vivere in mezzo a ladri di cavalli, zingari e prostitute, una delle quali gli farà da madre succedanea. Il padre, liberato dai russi, lo ritroverà solo molto più tardi, dopo tredici anni di separazione, in circostanze fortuite. E sarà, questo ritrovamento, uno dei pochi argomenti di cui non riuscirà mai a scrivere.

Ci sono scritture che ruotano tutte intorno a un fatto, a un evento che ha lasciato il segno nella vita dell’autore. Si pensa a questo quando si leggono, per fare un solo riferimento fra i contemporanei, i libri di Philippe Forest, la cui vita è stata sconvolta dalla perdita, per un’atroce e inarrestabile malattia, della figlia di quattro anni, e i cui libri non fanno altro che affrontare, uno dopo l’altro, questo sconvolgimento della vita quotidiana. Lo stesso può dirsi mutatis mutandis, dopo quanto abbiamo appena raccontato, di Aharon Appelfeld, per il quale la tremenda esperienza infantile è stata davvero un punto di non ritorno, l’abbrivio di un’esistenza che nulla avrebbe fatto immaginare così lunga, ricca e complessa. Della memoria, tuttavia, Appelfeld ha sempre diffidato, preferendole, appunto, l’immaginazione. Quando ci si affida alla memoria, si rischia anzitutto che vaste parti di quel che si vorrebbe narrare vengano consumate dall’oblio; inoltre, malgrado l’apparenza di solidità, la memoria è labile, inesatta, passibile di fraintendimenti e contraffazioni. «Ho imparato – scrive Appelfeld in Storia di una vita – che un’esperienza profonda si falsifica facilmente». Eppure, la memoria (e non solo quella mentale, ma anche quella che Appelfeld chiama la “memoria del corpo”) resta il punto di partenza per l’immaginazione, la base senza la quale l’immaginazione non resterebbe in piedi.

Molto irritato dai critici che lo consideravano uno “scrittore della Shoah”, ben determinato a essere tutt’altro, Appelfeld ha cercato di prenderla da lontano: nei suoi libri non ci sono scene ambientate in un campo di concentramento, in un convoglio di prigionieri, davanti a una fossa comune; la Shoah è presente per le sue implicazioni sul modo in cui la gente pensa, agisce, vive, per le ripercussioni che ha avuto sul mondo. Per lui, la letteratura è sempre stata più vicina alla metafisica che alla sociologia. Si veda Badenheim 1939, romanzo davvero emblematico, in cui Appelfeld mette in scena l’incoscienza e l’imprevidenza di un ceto ebraico borghese che alla vigilia del disastro continua a prendere il sole e a fare le sue cure termali come se niente fosse. Come dirà anche in un famoso colloquio con Philip Roth, da questi romanzato e inserito nel suo Operation Shylock, lo scrittore solidarizza con i suoi personaggi soprattutto quando sono degli shlimazl, ovvero dei poveri ingenui che non si rendono conto dei segnali d’allarme che il mondo invia. L’esatto contrario del mito dell’ebreo che governa il mondo con le sue macchinazioni infernali.

D’altra parte, “scrittore della Shoah” era un epiteto abbastanza dispregiativo, soprattutto in un paese come Israele che negli anni Cinquanta e Sessanta tentava con tutte le forze di affrancarsi dai ricordi del recente passato e di costruire una nuova società, tutta impostata sulle promesse dell’avvenire e sull’attivismo bellico, in cui non c’era quindi posto per reminiscenze e approfondimenti. Considerato una specie di relitto del passato, Appelfeld ne soffre, naturalmente, e si rende ben presto conto che le giovani generazioni attingono grazie ai suoi libri notizie e informazioni che vengono loro taciute dalla famiglia e dalla scuola; per molti adulti la sofferenza della guerra è stata tale da spingerli a un processo di rimozione, da rendere loro difficile perfino il fatto di parlarne a figli e nipoti. Paradossalmente, dunque, parte del successo dei libri di Appelfeld nella nuova patria e al di fuori di essa deriva proprio dalla rievocazione di un mondo che per i giovani lettori era estraneo e irraggiungibile, come se su di esso gravasse una sanzione sociale, una congiura del silenzio. L’altra parte è la forza e la precisione della sua prosa e la capacità di rinnovare una tradizione letteraria che aveva già trovato in Agnon il suo grande cantore.

La lingua meriterebbe un capitolo a parte. Appelfeld proviene da una famiglia del ceto medio, in cui pur conoscendo il rumeno si parlava orgogliosamente tedesco, mentre lo yiddish, la lingua dei nonni incolti, ne era considerato come una specie di deviazione tollerata. (Non a caso, sarà proprio lo yiddish la lingua universale nel campo di lavoro in cui Appelfeld verrà recluso con il padre.) Su tutto prevale dunque all’inizio il tedesco, lingua della letteratura e della cultura; del resto nella sua stessa strada a Czernowitz, all’epoca Cernăuţi, prima di lui, avevano vissuto Joseph Roth e Paul Celan. L’incontro con la lingua ebraica avverrà solo una volta arrivato in Palestina. Appelfeld la studia di notte per necessità, avendo però poi cura di scegliere proprio questa lingua per esprimersi in forma scritta nei suoi numerosi libri. Il motivo della perdita delle lingue dell’infanzia (il tedesco, il rumeno, perfino il russo ucraino) e della scoperta di un nuovo idioma serpeggia peraltro in tutta la sua produzione narrativa: si veda solo, a mo’ d’esempio, Il ragazzo che voleva dormire, edito in Italia come gli altri romanzi da Guanda. La scelta di Appelfeld si rivela comunque vincente e gli permette di pubblicare in una temperie culturale che invece guarda con estrema ostilità anche a grandi scrittori come Isaac Bashevis Singer, che scrivevano in yiddish ed erano famosissimi prima della guerra, ma che ora avevano bisogno di essere tradotti in ebraico e i cui libri non trovavano posto, per i temi affrontati e il linguaggio utilizzato, nella nuova società.

Molte le interviste concesse da Appelfeld, innumerevoli le conferenze e gli interventi anche in quanto studioso di letteratura ebraica (era docente all’università Ben Gurion del Negev); ma il ritratto più tendenzioso e a un tempo, per paradosso, autentico è quello che gli dedicherà Philip Roth nel romanzo già menzionato in apertura, dove Appelfeld si trasforma in un personaggio a tutto tondo. Va detto che il romanzo riprende in realtà un’intervista vera, uscita nel marzo 1988 sul New York Times, e che basterebbe da sola a tracciare le coordinate di un’esistenza vissuta in circostanze straordinarie. Roth vi aggiunge un affettuoso e toccante ritratto della persona, riconoscendone e apprezzandone anzitutto l’alterità: «…perché Aharon e io incarniamo l’uno il contrario dell’esperienza dell’altro; perché nell’altro ciascuno di noi riconosce l’ebreo che non è; (…) perché siamo congiuntamente gli eredi di una tradizione drasticamente biforcata: a causa della somma di tutte queste ebraiche antinomie, sì, abbiamo molte cose di cui parlare e siamo intimi amici». Come si potrebbe descrivere meglio di così un’amicizia improbabile e pur reale?

Ma torniamo, per chiudere, alla dicotomia fra memoria e immaginazione. La memoria, scrive Appelfeld, «fuggevole e selettiva, custodisce ciò che sceglie di custodire». Al tempo stesso, però, ne apprezza la solidità e la familiarità: «La memoria sembrava essere reale, solida. L’immaginazione aveva le ali. La memoria attirava verso il conosciuto, l’immaginazione salpava verso l’ignoto». È tra questi due poli opposti, pencolando a volte da una parte, altre dall’altra, che si snoda tutta la sua opera letteraria, tutta la sua vicenda umana. Ma alla fin fine è di entrambe che occorre servirsi se si vuole servire il lettore con della buona letteratura.

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