Mara Di Pietro
A proposito di “Vita e morte delle aragoste”

Crescere stanca

Nicola H. Cosentino scrive un "romanzo di formazione" che racconta la storia di un'amicizia "storica", un rapporto nel quale ciascuno si perde nell'altro

Nicola H. Cosentino in Vita e morte delle aragoste (Voland 2017, pp. 136, euro 15) porta il lettore all’interno di una storia che mostra, attraverso l’intreccio delle vite di vari personaggi, i problemi e le esperienze che le generazioni di oggi sono portate a vivere. La narrazione procede tramite una successione non cronologica di aneddoti bizzarri e tipici della giovane età riportati da Antonio. Antonio e Vincenzo sono due ragazzi che si conoscono per la prima volta durante una gita scolastica e da lì instaurano un rapporto d’amicizia destinato a durare in eterno se non fosse per una serie di vicissitudini, che portano i due a una separazione muta ed improvvisa, come accade spesso con quelle che potremmo definire “amicizie storiche” che si instaurano in periodi di transizione.

Viaggi, notti insonni, esperienze divertenti, amori e litigi, un mix di ambientazioni e rievocazioni molto care alle generazioni nate negli anni novanta, fanno di Vita e morte delle aragoste un romanzo che appare come lo specchio di un nuovo modo di concepire la formazione e la crescita personale, paragonabile al meccanismo di crescita delle aragoste. Il titolo, infatti, rimanda ad uno studio di uno psichiatra americano che sostiene che il disagio è uno stimolo a crescere interiormente. Il malessere interiore, la condizione di disagio che viviamo ogni giorno nei confronti di ciò che ci circonda è uno stimolo a cambiare la nostra percezione delle cose e di conseguenza la nostra vita: questa teoria nasce dalla similitudine con la vita delle aragoste di cui il corpo molle contenuto all’interno del guscio cresce a dismisura, a differenza di quest’ultimo che non muta e deve essere continuamente sostituito. L’aragosta, dunque, cresce perché percepisce il disagio del sentirsi stretta nel suo guscio, proprio come l’essere umano che apporta cambiamenti alla sua vita a causa del suo malessere interiore provocato da tutto ciò che lo circonda. Interessante è, infatti, il pensiero espresso da Antonio a riguardo: «Per me, e anche per Vincenzo, crescere ha significato qualcosa come dover lasciare spazio agli orizzonti che si aprono, e liberare, quindi, respirare forte, buttare fuori tutta l’aria che abbiamo trattenuto nel tempo, fin dalle apnee timorose delle prime volte. Per poi capire, anche se fa male, anche se è troppo presto, che di prime volte, tra poco, non ce ne saranno più. E che per non morire devi saper respirare. Devi prendere aria nuova. Devi imparare a rilasciare».

Crescere significa, quindi, liberare, buttare fuori tutto ciò che tratteniamo dentro, ascoltarsi, far capo alla propria interiorità, non dar nulla per scontato e, soprattutto ricercare la propria identità, il proprio posto nel mondo. Non a caso, questa idea si sposa benissimo proprio con la condizione di Antonio che vive in continua ammirazione e “sottomissione” alla prepotente immagine dell’amico Vincenzo e, a causa di ciò, rimane trasparente, scegliendo qualcun altro come protagonista della sua vita. Quella di Antonio diviene una chiara condizione di disagio: la sua personalità è frenata da una più forte proprio come il corpo dell’aragosta è frenato dal suo guscio. I due personaggi principali sono sì Antonio e Vincenzo Teapot ma, pur essendo Antonio la voce narrante, è difficile stabilire chi tra i due sia il vero protagonista della storia, dal momento che Antonio finisce per raccontare se stesso attraverso il filtro delle esperienze dell’altro.

Accade spesso, infatti, di “vivere all’ombra di qualcun altro” e di non poter fare a meno di quella figura che per noi da una parte rappresenta un modello, una condizione di felicità, dall’altra un vero e proprio disagio, che ci porta, di conseguenza ad allontanarci per divenire noi protagonisti della nostra storia; Antonio rappresenta, dunque, la ricerca dell’identità personale e si chiede quale sia il suo ruolo nella storia: «Ecco, quando ero con lui, anche se è difficile da spiegare, non mi sentivo affatto l’eroe della mia vita. Ero la spalla della sua». Delle vicende che coinvolgono Vincenzo, Antonio si fa attento spettatore e ci regala momenti piacevoli permettendoci di assistere alle avventure e alle situazioni di vita vissute non solo da lui ed il suo amico, ma anche da molti altri personaggi i quali ognuno porge un motivo per elaborare riflessioni. All’interno di un vortice di eventi, il tempo si frantuma ed ogni aneddoto raccontato è parte fondamentale della memoria del cuore di Antonio: ogni esperienza, ogni sentimento ed ogni emozione provata dai personaggi è prova della loro crescita o non crescita d’animo. Riflessioni, moniti e descrizioni del modo di affrontare il mondo che ci circonda sono racchiusi all’interno di questa storia che si prefigura come una sorta di “manuale del giovane d’oggi”, che sempre di più è travolto da mille peripezie, trapassato da mille emozioni e necessita di linee guida per poter affrontare la vita di grado in grado e non assaporare la tristezza di “trovarsi adulti senza essere cresciuti”.

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Accanto al titolo, Pablo Picasso, “Amicizia”, 1908.

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