Teresa Maresca
Christian Boltanski e Andres Serrano

Ai confini dell’arte

Riflessioni su due (grandi) modi di rappresentare l’invisibile e l’indicibile: le installazioni dell’artista francese sui migranti in mostra al Mambo di Bologna e le immagini sulle torture del fotografo americano esposte a New York

L’artista francese Christian Boltanski lavora da tempo sul tema dei migranti, degli scomparsi in mare, degli invisibili homeless che ricrea con ordinatissimi mucchi di stracci su pavimenti infiniti, stracci che sembrano contenere corpi addormentati o morti. A me sembra che le sue installazioni vogliano indurre più che alla riflessione, all’autoanalisi, alla meditazione, forse alla preghiera. Certo non lasciano indifferente anche chi è respinto dalle forme d’arte che non siano “classiche”, o chi addirittura non entra neanche nei musei dove si espone Caravaggio. Ci si inoltra in Anime. Di luogo in luogo, le installazioni raccolte al Museo MAMbo di Bologna (fino al 12 novembre) attraverso una prima sala semibuia e si è subito nell’utero, mantenuti caldi e premuti dall’eco di quel battito di cuore materno. Un viso di bambino ci guarda da un primo velo di Maya che dobbiamo attraversare per uscire alla luce. Davanti a noi diverse stanze, tutte semivisibili attraverso gli stessi veli, e al di là vecchie foto sbiadite, lumini che le incorniciano, un abito appeso, varie parvenze uscite fuori dalla memoria imprecisa ma esistente in qualche recesso della nostra mente.

Attraversiamo veli, e ancora altri veli e altre stanze, e altri volti, e luci fioche, mi ricordo? Era…? O forse…? La porta dei miei ricordi di bambina si è spalancata, ma penso anche alle storie dei due bambini che sono stati e che non ho mai conosciuto, delle due persone che sono venute con me, mio padre e la mia amica. Il triplice, contemporaneo viaggio mi spaventa, ma mi è inevitabile. L’affetto che mi lega agli altri due spettatori mi obbliga a entrare nei loro ricordi, mi suggerisce pena, ma mi sento ancora più vicina. Alla fine del viaggio una parete sbarra altre uscite, volti in fila sul muro di un qualsiasi colombaio di un qualsiasi cimitero. Ma si può andare dietro il muro, entrare in una dimensione del tutto diversa, sul pavimento due metri di terra e odore forte di muschio, di quella decomposizione dei tronchi, dei funghi, di fronte alla quale Sutherland piangeva. Oltre la poca terra, un fondale bianchissimo di luce (quella che raccontano i fuoriusciti dal coma?) con migliaia di sottili steli che si perdono all’infinito nel bagliore, e ondeggiano a venti ora più ora meno deboli, che fanno tintinnare migliaia di campanellini. Sono le anime dei trapassati che ci salutano? Sono i lari che manifestano la loro protettiva presenza? Forse. Un’enorme pietà ti avvolge, per loro, per te, e ti siedi lì accanto, rimani un poco con loro e con te, li rivedi, li saluti, di molti hai nostalgia. In questo percorso d’arte ho visto rappresentato l’indicibile, il nascosto, l’invisibile a me stessa.

Il progetto intorno a Boltanski, curato da Danilo Eccher, si dispiega in diverse sedi sparse per la città; tra le altre, un’installazione permanente nel Museo per la memoria di Ustica, un enorme hangar dove sono custoditi i resti del DC9 Bologna-Palermo inabissatosi durante il volo, nel giugno 1980, per “motivazione ignota” e “sospetto errore durante azione militare”. L’artista ha ricordato le 81 vittime con altrettante luci che pendono dal soffitto dell’hangar, che si accendono e spengono come un respiro, mentre 81 specchi scuri ci riflettono mentre passiamo. Noi come loro. Sul pavimento grandi casse nere (le scatole nere che registrano le fasi del volo?) contengono gli oggetti e i documenti personali che il mare ha restituito: scarpe, zoccoli, occhiali, giochi da spiaggia… Ricordo un viaggio da Bologna a Roma, in treno, circa sei mesi dopo il disastro. All’arrivo alla stazione Termini il nostro treno era in ritardo, e alcuni passeggeri se ne lamentavano. Un passeggero del mio scompartimento, che fino ad allora non aveva mai parlato, disse che comunque, nonostante i ritardi, non avrebbe mai più volato in aereo. Ci raccontò di essere stato su quel volo per Palermo, con un amico, e che il suo posto era tra quelli centrali. L’aereo si spezza in due parti, proprio al centro, e i due amici volano in aria, per poi ricadere in mare. Mentre si attendono i soccorsi tentando di rimanere a galla si fa buio, e intorno c’è tanta gente. I due amici prendono sulle spalle dei bambini, ma intorno molti vanno giù, per lo shock e per il freddo.

Ricordo questo racconto, con altri particolari, come se mi fosse stato raccontato ieri, ma il ricordo è riaffiorato vivido e preciso solo dopo l’esperienza nell’hangar. E che cosa avranno pensato o ricordato, quanto saranno rabbrividiti di pena o di paura gli altri spettatori? Come si può, con l’arte, rappresentare ciò che non si vede, che a volte non si ricorda, ciò che non ha una forma ma si può dire solo con le parole?

Le foto del newyorkese Andres Serrano sono molto più esplicite delle installazioni di Boltanski in quanto fotografie, ma anche in quanto a “provocazione”: bianchi e neri, quasi sempre, di grandi dimensioni, il corpo umano come soggetto, spesso nudo, maschile, ben frontale e visibile nella sua nudità sessuale, vigorosa, di giovane nero. Ma Serrano lavora anche sul cadavere, sulla tortura, sulla morte. Alle mostre di Serrano c’è sempre chi grida allo scandalo e alla provocazione (troppo nudo, troppo sesso, troppo sangue, urina, liquido seminale) ma c’è anche chi è esaltato proprio da tutto questo. È vero che la fotografia con i suoi dettagli espliciti, allucinati, fa virare il tema secondo modalità barocche, ma le immagini non sono per questo meno pietose. I corpi incarcerati, piegati, abbattuti, legati ai ceppi, col sacco in testa, inginocchiati, appesi per le braccia, le bende sugli occhi insanguinate…Tutto eccessivo, ridondante, osceno, ma forse il soggetto della mostra, la tortura, Torture (fino al 4 novembre alla Jack Shainman Gallery di New York), è tutto questo. E anche dolore fisico, impotenza, umiliazione.

Serrano, come Boltanski, qui rappresenta l’invisibile, un nome astratto che ha un risvolto estremamente concreto, carnale, ma ancor di più osa rappresentare l’indicibile in quanto non avviene per un caso del destino, come una tragedia, ma implica una volontà umana, schiacciante e violenta per sua definizione. È indicibile perché contiene in sé la condanna morale di qualcosa che continua ad avvenire, nelle tane dell’Isis come nel carcere americano di Abu Ghraib, o tra i bambini decapitati in Siria.

Sono un’artista che usa tele, colori e pennelli. Il mio bagnante che si immerge sotto la luna è la sigla grafica di una rubrica di poesia di Succedeoggi. Si può capire quali siano i miei temi e i miei soggetti. Ma credo che la grande ricchezza dell’arte visiva oggi sia questa possibilità di mescolare i linguaggi e le maniere, il cinema e il teatro, la psicanalisi e la filosofia, la fotografia e il colore… tutti modi per tentare di dire l’invisibile, se per un attimo lo puoi afferrare.

(Nell’immagine di apertura “Crucifiction” di Andres Serrano, a seguire un’istallazione di Christian Boltanski al MAMbo di Bologna e un’immagine di Andres Serrano della serie “Torture”)

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