Valentina Di Cesare
“L’esilio dei moscerini danzanti giapponesi”

L’esilio è un viaggio?

Marino Magliani racconta di sé, delle sue peregrinazioni e dei suoi viaggi come di chi si prepara ogni giorno a disporre gli occhi per una nuova meraviglia, per una nuova nostalgia

«Era un paese stradale, a tratti l’asfalto seguiva le anse ghiaiose del torrente, con vicoli eternamente all’ombra, e panchine di pietra su cui d’estate sedevano donne di ogni età. Poi a una cert’ora le braccianti tornavano agli uliveti e al fresco restavano solo le vecchie». Inizia dai ricordi d’infanzia, la narrazione de L’esilio dei moscerini danzanti giapponesi, edito nel 2017 dalla casa editrice Exorma. In questa delicata cronaca di eventi e nostalgie, lo scrittore e traduttore Marino Magliani, consegna al lettore il memoir di un uomo che ha conosciuto e valicato le lontananze sin da bambino, a cominciare da quelle del padre, emigrante stagionale che, dal ponente ligure, si recava nei grandi alberghi della Costa azzurra; di quelle lontananze il protagonista diventerà poi interprete egli stesso, come a reclamare anche lui una partenza – chi sa se per destino, per gioco, per istinto? – viaggiando una vita intera ma sempre per tornare, mai stabilmente, alla sua Liguria.

«Il 28 aprile 1982 lasciai definitivamente l’Italia e d’ora in avanti, ogni volta che tornerò sarà sempre e solo attraverso la Liguria. Passerò una frontiera, entrerò in una terra come un clandestino e ne uscirò come se ne fossi stato espulso». Dalle vicende controverse del suo servizio militare, che anticipano la costante dell’allontanamento, alle partenze vere e proprie per il Sudamerica, la Spagna, l’Olanda: ognuna di queste terre diviene forse un rifugio, dove il tempo avanza a poco a poco e si fa vita trascorsa, incontri, avventure, silenzi. «Ho accettato senza neanche chiedermi perché una voce uscita dalla preistoria ti chiama, ti dice soy yo, El Canario, e ti propone di raggiungerlo. Eravamo amici ma mica così, come lo era con altri…». Ad ognuna delle lunghe soste tocca un colore, un rumore e soprattutto un’interruzione: il ritorno in Liguria è sempre all’erta.

Magliani dà voce ad un io narrante evocativo, talvolta ruvido, che riporta sulla pagina mondi impossibili da ritrovare, occasioni perse, dettagli segreti, rivelazioni mancate, lo fa saltando da un lontano all’ altro, con capitoli brevi, proprio come sciami di insetti di passaggio, balzi di pensieri, lampi d’innocenza, baleni di colore. Su queste distrazioni si dipana il romanzo, congegnato sul ritorno ciclico di parole, impressioni e temi cari all’autore, primo tra tutti quello della nostalgia: il protagonista fugge, ritorna, si ferma ad osservare, a mappare il nuovo e a ridefinire il vecchio, il perduto; sembra che parta solo per tornare, per scrivere di questi distacchi, sparpagliando ovunque tracce e ricordi della sua Val Prino e ogni volta che da lì si allontana, costruisce un ponte con la sua terra, tentando attraverso la scrittura, di vivere in quel luogo che nella realtà è riuscito ad abitare solo in parte e dal quale, nel contempo, gli è altrettanto impossibile distaccarsi definitivamente.

Chi di Magliani abbia letto anche il resto, da Soggiorno a Zeewijk a Il creolo e la costa – per non dire dei racconti come Liguria Spagna e altre scritture nomadi o anche Non rimpiango, non lacrimo, non chiamo – sa bene che il tema del viaggio è centrale e dall’autore istintivamente esperito, scandagliato, attraversato. Quelle di Magliani sono fughe eterne, non meri spostamenti da un luogo all’altro, piuttosto percorsi aperti e ininterrotti, dove perdersi è possibile e forse necessario più del trovarsi, dove l’inquietudine sempiterna dello sguardo convive con gli spazi del silenzio e della memoria, dove è il ritorno a muovere la partenza e dove la ripartenza è un dovere, una necessità, un nuovo e insistente inizio. C’è poi, a regnare su tutta la scrittura di Magliani, un bambino infinito che non smette di esplorare: lo stesso che ha corso a perdifiato tra i rovi di una Liguria assolata, dove il mare si scorge solo da lontano, anche ora a distanza di anni, ha ancora la forza di scivolare sulle dune del mare del Nord, “alla ricerca di un chiarore”. Si tratta dello stesso bambino di sempre, quello che ha compiuto tutti i viaggi e che si prepara ogni giorno a disporre gli occhi per una nuova meraviglia, per una nuova nostalgia.

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