Anna Camaiti Hostert
Lettera dall'America

Trump, il bugiardo

«Believe me, believe me!» È il mantra di Donald Trump che ha trasformato la politica nella dittatura della menzogna. Attaccando tutti e senza mai rispondere nel merito. Un modello globale?

«Believe me, believe me!» È il mantra di Donald Trump. Seppure non si possano contare le volte che il presidente ha usato quest’espressione da quando è apparso sulla scena politica, le statistiche ci danno tuttavia i numeri di quello che è accaduto durante la campagna elettorale che ha preceduto la sua elezione. Ebbene, Trump ha usato quest’espressione 40 volte, mentre Hillary una volta sola e su un milione di parole pronunciate, ha usato quest’espressione 5.806 volte. Se si volesse concordare con quello che il comico/editorialista Jon Stewart ha di recente affermato «non si usa quest’espressione a meno non si menta», si potrebbe davvero essere allarmati.

Ma questa sembra essere un’attitudine molto comune in politica, anche in Italia. Chi non ricorda Grillo dopo che eliminò dalla competizione elettorale per il Comune di Genova una candidata sulla base di un «Fidatevi!»? La retorica politica che fa appello alla pancia e non alla ragione in questi tempi di “uomini forti al comando” va molto di moda.

Quella stessa pancia che ascolta l’infiammata retorica di Trump sproloquiare, usare una terminologia esagerata parlando degli avversari, cercare di diffondere un allarmismo immotivato. In una parola fare della demagogia. Quella stessa che estremizza i confronti e divide il paese, incitando anche se indirettamente alla violenza. E credo di potere dire, senza tema di essere smentita, che il gesto di qualche giorno fa in Virginia con il ferimento del deputato repubblicano Steve Scalise possa esserne a ragione considerato il prodotto. Anche se, mi si dirà, il perpetratore del crimine era vicino ai democratici. Il punto non è chi fa cosa, ma perché. E il perché sta proprio nel fatto che ormai una retorica che alza ed esaspera i toni paga in termini di consenso: questo non è un puro esercizio intellettuale per pochi, ma una questione di basi e di controllo della democrazia. Non c’è nulla di nuovo nel fatto che Trump ce l’abbia con la stampa e con quelle che definisce “fake news” e che accusa di mentire sul suo conto per screditarlo. Rimane il fatto tuttavia che la stampa denuncia le sue bugie e le gravi infrazioni politiche ormai quotidianamente con prove alla mano. E certo non perché è prevenuta. Fa solo il suo mestiere. Tanto è vero che non è l’unica a parlare delle sue bugie, enfatizzando i suoi errori.

Accanto alla stampa, ormai, su queste posizioni c’è una parte di uno dei più importanti poteri dello stato: quello giudiziario. In numero sempre crescente, rappresentanti del potere giudiziario si stanno schierando contro Trump. A parte quei giudici che si sono pronunciati sulla incostituzionalità dei Muslim bans, cioè quegli editti contro l’ingresso negli Stati Uniti dei musulmani provenienti da 7 paesi dichiarati pericolosi, ci sono infatti altri personaggi del mondo giuridico che confermano la sua inattendibilità e propensione a mentire. Ad esempio il procuratore speciale nominato dal Dipartimento di Giustizia, Robert Muller, vuole andare a fondo sul famigerato Russiagate. Dalla sventurata vicenda dell’FBI e del licenziamento di Comey, si è infatti aperta una voragine di illazioni sulle ingerenze russe nella campagna elettorale americana. Alle quali da parte di Trump e del suo staff si risponde solo dichiarandone l’inesistenza e cercando di coprire la realtà. A volte con contraddizioni evidenti che vanno perfino contro il senso comune. Cioè mentendo. E di nuovo Trump sa solo gettare fango su un personaggio, come Muller, che è conosciuto invece per la sua imparzialità e correttezza come in un recente articolo – sul New York Times del 15 giugno – hanno scritto Scott Shane e Charlie Savage. Ma quello che più ancora preoccupa è che sebbene molti repubblicani siano divisi sul giudizio da dare su Trump, ce ne sono alcuni che non riescono a vedere chiaramente il danno che sta causando al paese e al loro stesso partito.

Dopo l’incidente della Virginia il deputato repubblicano Chris Collins di New York ha auspicato che «i democratici abbassino i toni. La retorica di questi ultimi tempi è vergognosa…». E un altro deputato repubblicano a caldo ha detto: «L’America è stata divisa. Il centro dell’America sta scomparendo e la violenza appare nelle strade e sta venendo dalla sinistra». E non poteva mancare al coro un volpone astuto e navigato, ma quasi sempre in malafede, come Newt Gingrich il quale, parlando a Fox News, (famosa per la sua mancanza di obiettività) e cogliendo la palla al balzo, ha denunciato «l’ostilità crescente della sinistra». E ha citato esempi di comici che hanno esagerato nelle rappresentazioni che si facevano scherno di Trump o una produzione shakespeariana del Giulio Cesare in cui il tiranno somigliava a Trump. Senza tuttavia arrivare alle estreme conclusioni che additano la sinistra come responsabile della recente sparatoria. Come al solito, insomma, gettando il sasso e ritirando la mano.

Andrebbe però detto che il proposito di abbassare i toni dovrebbe venire da ambedue le parti. Scrive infatti Clarence Page sul Chicago Tribune: «sarei d’accordo sull’abbassamento dei toni da parte della sinistra se la destra acconsentisse a fare lo stesso». Uno wishful thinking che non sembra facile da realizzare, secondo Page, in quanto la lotta politica non è mai stata così polarizzata dagli anni ’60. E Trump lo sa bene. Ha capito infatti che certi toni pagano fin dalla sua campagna elettorale quando ha paventato la possibilità che il padre di Ted Cruz, suo concorrente repubblicano, fosse coinvolto nell’assassinio Kennedy o quando ha promesso che avrebbe messo la «corrotta Hillary» (crooked Hillary) in prigione. Ma questo riguarda la campagna elettorale e non c’è bisogno di andare così indietro in quanto esempi di questa retorica fallace, eccessiva e demagogica ce ne sono ogni giorno.

L’unica speranza che è rimasta sono proprio i giudici e quei rappresentanti della legalità che al momento sembrano essere gli unici in grado di fermare, oltre alla sua narrativa violenta e bugiarda, il percorso demagogico e pericoloso che ha imboccato. Semplicemente rifacendosi alla legge e alla Costituzione. Attraverso di loro passa la possibilità che la democrazia americana si risvegli da quel sonno della ragione che sembra averla infettata in tempi recenti. Ma c’è anche un’altra speranza. Forse un po’ più passiva, ma altrettanto efficace anche se più lenta. L’alterazione dei basilari principi democratici da parte di Trump, la sua demagogia esasperata, le sue bugie patenti possono, d’altra parte, portare in ultima istanza i due partiti, il democratico e il repubblicano, ad avvicinarsi cercando di raggiungere obiettivi comuni e abbattendo le profonde divisioni che li hanno visti su fronti totalmente contrapposti. Le recenti dichiarazioni dopo la sparatoria della Virginia da parte dei due capigruppo parlamentari, fanno ben sperare. Should we believe them?

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