Ilaria Palomba
Un romanzo da non perdere

Il salotto del Capitale

«Le Siamesi» di Alessandro Berselli racconta un Occidente degli orrori: una società disposta a tutto per un briciolo di potere. Sembra fantascienza, ma è solo realtà

Le Siamesi di Alessandro Berselli (Elliot, 2017, pp.126, euro14,50) è un romanzo a pistola carica. Un libro con le palle. È la storia di Ludovica, ricca ventenne anoressica, figlia di un giudice narcisista e anaffettivo e di una madre morta suicida. La protagonista si trova a rincontrare per caso la sua più cara amica d’infanzia, con cui amava definirsi siamese, mentre finisce quasi inconsapevolmente all’interno di un gruppo di ventenni a metà strada tra miliardari annoiati e teenager desiderosi di emozioni estreme. Quello che accade è un precipitare in un baratro di accondiscendenza per assecondare i desideri del branco, i figli insaziabili dei potenti del mondo, eternamente insoddisfatti, magari coltissimi, capaci di spaziare da citazioni pop ad alta filosofia, dal design occultista alla descrizione di ogni singola componente di un’automobile ultracostosa.

Con un linguaggio postmoderno e feroce, iperspecialistico, altissimo e bassissimo insieme, una capacità affabulatoria tale da accostarsi al Palahniuk dei primi tempi, l’autore traccia le linee della discesa agli inferi di una giovane donna che avrebbe tutte le carte in regola per appartenere alla classe dirigente. Solo che è un tantino diversa dagli altri, condannabile e in qualche modo anche assolvibile. Non si smette mai di volerle bene: lei ha uno sguardo lucido e consapevole in ogni istante mentre precipita. Lei è il dentro e il fuori. Questa doppiezza è salvifica, una sorta di sguardo esterno che ferocemente giudica e condanna ogni terrificante atto compiuto. Non si può non volerle bene perché lei è la verità: in un mondo dove l’inumano e la corruzione dominano, Ludovica è nell’angusta posizione di essere incastrata in un’appartenenza cui non sente di appartenere.

le siamesi di alessadro berselliIn fin dei conti Le siamesi è una distopia senza fantascienza. Un futuro già presente. L’alienazione della società capitalistica attuale ha già superato di gran lunga gli incubi apocalittici del Novecento. È inutile inventare distopie. La distopia è già in atto. È quello che siamo, quel che siamo diventati, soggiacendo all’imperativo di un sociale che ci vuole multitasking, sempre pronti a tutto, iperfunzionali, iperspecializzati, ipernormali, capaci di sbranare il nostro migliore amico o di venderci la nostra famiglia per un posto di potere nella società dei consumi che consuma se stessa.

Le siamesi è un thriller, quindi non verrà aggiunto molto circa la trama, ma è interessante il punto di vista sociologico che ne viene fuori. Fa pensare al Nietzsche della morte di Dio, al Dostoevskij del tutto è permesso. All’apocalisse postmoderna dell’uomo che si erge a divinità in grado di decretare sull’altrui vita o morte con tanto di giustificazioni ideologiche e filosofiche. Non siamo poi lontani dall’ideologia della strage, è la stessa cosa. Qualcuno decide di rimettere in moto la macchina dell’esistenza ripartendo dall’assunto che l’uomo possa sostituirsi a Dio, o esserne l’emanazione. Assurgere al ruolo di giudice universale, portando alle estreme conseguenze la teoria darwiniana.

L’analisi sociologica di Alessandro Berselli è sottile e feroce, senza mai smettere di essere ironica. Ci pone dinanzi a quel che siamo diventati. Dinanzi al fatto che neppure le classi dirigenti siano salve dalla caduta e che anzi siano il principio del crollo.

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«La famiglia che tu rimpiangi non è mai esistita. Erano solo pranzi in ristoranti costosissimi dove non si poteva fare nulla. L’avvocato che ci diceva: “State composti, usate la forchetta, non correte tra i tavoli, finite la pasta.” Un sacco di gente che lo salutava e lei che lo guardava tutto il tempo con quella sua espressione triste. Ha fatto bene a uccidersi. Così non è invecchiata, non è ingrassata, niente. Si è interrotta e basta».
«D’altronde il suicidio è questo, no? Una volontà di interrompere le cose prima che sia la vita a decidere come farlo».
«Sai come lo ha definito Patricia Cronwell? “L’estremo vaffanculo di chi vuole avere sempre l’ultima parola.” Se ti ammazzi, sei tu che scrivi il finale. Non lasci più spazio per aggiungere altro».
«Sono molto stanca, Daniel».
«È successo qualche cosa questa sera?».
«Porca puttana, ma perché mi fate tutti la stessa domanda? Non è successo nulla questa sera. Siamo state in giro con una manica di deficienti e abbiamo fatto semplicemente troppo tardi. Non mi sono nemmeno divertita. Laura è irriconoscibile. Vedessi che moralista che è diventata».