Valentina Fortichiari
Il nuovo romanzo di Alessandra Sarchi

Le abilità dell’anima

«L'umanità che si salva, prima di tutto, immagina». Lo afferma la protagonista di “La notte ha la mia voce”, una donna che, perso l’uso delle gambe a causa di un incidente, deve imparare a vivere in un modo e in un mondo nuovo. Una dimensione mirabilmente descritta dall’autrice

Guardando in televisione i Giochi paralimpici di Rio e le prodezze spettacolari di Bebe Vio e Alex Zanardi, ciò che più mi colpiva era la potenza che si sprigionava da quei corpi mutilati, la volontà di dimostrare che tutto è possibile, che da una situazione svantaggiata si può rinascere addirittura campioni. Non è da tutti, ovviamente, ma certo da questi personaggi viene un esempio di coraggio, la forza di reinventarsi, di vivere una seconda vita dopo fatti drammatici.

a. Sarchi«L’umanità che si salva, prima di tutto, immagina»: è una affermazione lucida e vera, e la si può intendere in vari modi, ma fondamentalmente racconta quanto la testa, la mente, l’immaginazione valga per tutti e possa restare intatta in un corpo menomato, continuando il lavoro permanente della percezione (persino degli arti mancanti o recisi), della riflessione, della memoria. Della costruzione di un futuro accettabile. Per Alessandra Sarchi, autrice dell’affermazione appena citata in un libro che incanta e commuove (La notte ha la mia voce, Einaudi, Stile libero, 2017), vuol dire immaginare che la protagonista che dice io possa sopravvivere a un tremendo incidente, imparare a fare a meno delle gambe, riprendere la propria vita apparentemente normale accanto a un compagno e a una bambina piccola che ha bisogno di lei. In breve: tornare a vivere in una dimensione diversa, a volte disagevole, dando equivalenze nuove a cose note e perdute – per esempio: seduta su una sedia a rotelle, insolito motore in vece delle gambe belle d’un tempo, ora irrimediabilmente paralizzate, imparare una serie di movimenti scomodi, all’inizio maldestri, per essere ancora in grado di spostarsi. Soprattutto scoprendo per la prima volta che «camminando non facciamo altro che scrivere chi siamo». Tanto che, in un’intervista, l’autrice ha così descritto il suo approccio reale con la piscina dove ha ripreso a nuotare: «Sul pavimento non lascio impronte, io lascio segni, i segni delle ruote. Penso sempre a chi arriverà dopo, a cosa penserà». Bellissima visione, quasi che l’inconsueta locomozione prima della calata in acqua lasci dietro di sé sul pavimento bagnato una propria traccia, spia di una identità al tutto diversa.

Sono le parole essenziali, a volte spietate, con le quali Alessandra ricompone la vicenda e riflette sulla protagonista che dice io, a dare al suo libro uno stile inconfondibile. Già nel precedente romanzo, L’amore normale (2014), analizzando la natura del sentimento amoroso, non faceva sconti a nessuno, neppure a se stessa, o alle donne. La Sarchi è semplice e affilata, pulita nelle pieghe di un dolore che non cede – per quanto sia facile avvicinarsi – alla tentazione della fine («Provare a morire può diventare un rituale»). La protagonista, alter ego della Sarchi, si guarda, si ragiona, si perdona; non si tira mai indietro, continua a coltivare la curiosità per gli incontri umani, magari con persone che condividono il medesimo dramma, utili a confrontare i metodi per sbrigarsela, quando non ci si possa addirittura fare dell’ironia. Un’umanità in passato vista con altri occhi, quasi scansata, come avviene ai sani che rimuovono l’immagine di disgrazie sentite impossibili per se stessi.

Tra queste persone “diversamente abili” (l’orrenda ipocrisia della definizione), la donna dalla voce singolare, piena di alti e di bassi, celata alla vista da una tenda nell’adiacente cubicolo dove entrambe si sottopongono alla terapia riabilitativa, si fa notare scoppiando improvvisamente in una risata che è come «il suono di tante tazzine di caffè che tintinnano su un vassoio». Nonostante abbia una gamba paralizzata e, al posto dell’altra, un arto artificiale, si offre subito di aiutare la protagonista, con quella semplicità che aderisce alle cose concrete, direttamente, laddove l’altra ha bisogno di passare ogni cosa attraverso la parola, usata come nicchia per sostenersi e non precipitare. La voce della Donnagatto, la voce che ride, da subito esprime una esuberanza non comune: Giovanna è solare, forte, sprizza voglia innata di vivere; lo dimostra durante il lavoro notturno al telefono di una linea hard. Mentre la protagonista, invitata a seguirla per chissà quale desiderio di condivisione, si trova a disagio, la Donnagatto modula il dono innato delle corde vocali in una successione di lusinghe erotiche, inviti, sussurri a sconosciuti al di là del filo e del mondo.

cop SarchiLa loro abissale diversità fa venire il dubbio di uno sdoppiamento studiato, come se l’autrice volesse provare – almeno nella finzione letteraria – il brivido eccitante di una metamorfosi, e potrebbe diventare il cemento di un’amicizia profonda, se non fosse destinata a interrompersi tanto rapidamente quanto la effimera porzione di tempo trascorsa in due. C’è delicatezza nella sparizione repentina della Donnagatto al mattino, nella sua casa, dopo aver vergato un telegrafico messaggio, quando entrambe hanno la consapevolezza di provare un senso di liberazione reciproco. Lo stare insieme di due donne con handicap non resiste a lungo, ognuna vede sull’altra la propria condanna inesorabile. La protagonista deve tornare a pensare alla sua bambina che ha trascorso la notte senza averla accanto; Giovanna non si farà mai più trovare, in giro per il mondo a vivere, nonostante tutto. Solo allora la voce, risonanza e nucleo profondo di ogni essere al di là della materia, quella sua voce così speciale diventerà nostalgia: «Quando muoiono le persone si dice che una delle cose che sparisce per prima, nel ricordo, è il suono della voce, tanto individuale e unico per ciascuno… la firma degli organi…. dell’essenza più sottile che li tiene insieme, la psiche».

Dividono in tre sezioni il racconto Terra, Aria, Acqua, elementi primari del movimento: camminare o correre, volare, nuotare – luoghi di uno spostamento, di un desiderio irrinunciabile di esuberanza corporea, come dimostrano gli atleti che hanno continuato a praticare discipline diverse nello sport, grazie alla potenza della tecnica, all’invenzione di macchine o arti artificiali sostitutivi di gambe o braccia.

Il congedo nella magia acquatica – una pagina di rara intensità – scioglie ogni tensione, è un ritorno allo stato primigenio, alle acque prenatali, a un corpo intatto che ritrova armonia, fisicità, un cupio dissolvi nel galleggiamento che simula la fusione di un amplesso (come lo aveva definito la Donnagatto) con la musica di un adagio: «Intanto nuoto, stando in apnea il più a lungo possibile. In questo universo parallelo… mi fondo come ogni altro elemento con l’acqua…Vorrei tornare pesce… mi reimmergo con la calma di chi torna a casa dopo molto tempo, respiro… non esiste confine nell’acqua, sono vicina all’origine remota, al dissolvimento prossimo».

 

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