Andrea Carraro
A proposito de "La Poesia"

Manacorda, monaco guerriero

Giorgio Manacorda affronta il tema della scrittura e della critica: la prima come antidoto alla metafisica, la seconda come superamento del materialismo marxista

La poesia di Giorgio Manacorda (Castelvecchi, pp. 150, 18,50 euro) crediamo che vada letto con calma, senza fretta di finirlo, di approvarlo o confutarlo, di incasellarlo in qualche etichetta più o meno di comodo. Per poterlo assorbire come merita. Il saggio macina vari microsaggi al suo interno (sul critico militante, sulla psicanalisi, sulla rivoluzione informatica, ecc.), e si presenta suddiviso in due parti: Dentro il Novecento (una conchiglia del giurassico), Oltre il Novecento (Un’onda oceanica).

Manacorda prova anzitutto a rispondere alla domanda che cos’è la poesia?, partendo dal Croce e dal suo libro omonimo, La poesia, e da Gottfried Benn per il quale, sulla scorta di Freud e di Nietzsche, la poesia ha a che fare con “pensiero prelogico” (da qui “il suo accento sul dolore, sul tragico – e sul corpo”).

Tracciando lo stato dell’arte, per così dire, della “cosa”, della poesia, l’autore ha scelto di partire dal dopoguerra, passando attraverso la stagione stagnante e contraddittoria della neoavanguardia, fino ad approdare al Postmoderno: “Il Postmoderno nasce dal seno del Moderno, ne è il logico compimento, l’effimera scintillante e artificiale apoteosi. (…) Ogni ritorno non può che configurarsi come orgogliosa nostalgia manieristica”.

giorgio-manacordaMa precisamente qual è la tesi di questo saggio assai complesso e strutturato, molto consequenziale nei suoi passaggi (quindi non adatto a leggersi rapsodicamente)?

La tesi – che ci pare davvero “rivoluzionaria” – è che la poesia sia una “necessità antropologica”, nientedimeno, che sia addirittura “l’essenza dell’essere” – e l’autore ne sviluppa una dimostrazione logica stringente e quasi scientifica, muovendosi su vari piani del sapere, – biologia, fisica, neuroscienze, filosofia, psicanalisi, letteratura, critica letteraria, poesia ecc., sempre mosso dalla persuasione che la “funzione etica profonda della poesia” [sia] “tentare di impedire che la dimensione del pensiero razionale prenda tutto il campo relegando la metà non razionale nei cieli della religione e dell’estetica (ovvero della metafisica)”.

Una posizione ribadita più volte – e sviscerata in ogni sua declinazione, per così dire, da un punto di vista filosofico, epistemologico, ecc. Attenzione, Manacorda, in accordo con le neuroscienze, non può non tenere conto del fatto che non esiste il “pensiero razionale”, ma soltanto un “impasto” di pensiero razionale ed emotività; né gli sfugge, con Freud, la componente “arcaica” e irrazionale della lingua del sogno, così simile alla lingua della poesia, che è “pensiero simbolico”, che si esprime per immagini (Wittgenstein), insomma non gli sfugge la dimensione del “sacro”. Ma il rifiuto della metafisica non è meno radicale.

“Il modo di essere occidentale ha generato la metafisica secondo una logica binaria che ha consentito di creare altri mondi (aldilà) al posto della morte (…) La metafisica non ha dominato (e men che meno rielaborato) la morte, l’ha solo cancellata in nome di una “ragionevole” vita altrove (…) Dal che si può evincere che la metafisica è stata, comunque, una necessità, ma si deve concludere che è arrivato il momento di superarla”.

Vorremmo subito approfittare dell’occasione offertaci da questi estratti per rimarcare la qualità della prosa saggistica di Manacorda, che qui abbiamo riconosciuto felicemente epigrammatica, assertiva, quasi da “manifesto poetico letterario”, ma che può toccare molti altri registri, senza mai perdere smalto, addentrandosi nel corpo di varie discipline, fra loro anche distanti, senza abuso di tecnicismi. Una scrittura antiaccademica, duttile e votata a una misura di chiarezza, quella di Manacorda, che, ricordiamolo, è in prima istanza un germanista (molti sono gli autori tedeschi, fra filosofi e scrittori e poeti, che spuntano nella trattazione e quasi ne segnano il cammino), ma è anche un poeta in proprio, un critico militante di poesia fra i più attivi e combattivi (autore di antologie, almanacchi, pamphlet), da ultimo anche narratore e autore di teatro. Un poligrafo, come il suo maestro e amico Pasolini e come un pugno di sodali (pochi) che vediamo citati nel testo: Berardinelli, Febbraro, Marchesini, Siti ecc.

giorgio manacorda la poesiaIl ragionamento che svolge l’autore – abbiamo visto – è all’ingrosso “materialistico”, un “materialismo post-marxiano” (come Manacorda stesso lo definisce), un materialismo “corretto” evidentemente in molte direzioni rispetto a quello di Lukàcs, o a quello pur atipico di Cases: corretto dalla psicanalisi, a cui l’autore dedica una fetta importante del suo ragionare, corretto dalle più recenti acquisizioni delle neuroscienze e della fisica quantistica, dalla “rivoluzione informatica”. “Se la rivoluzione industriale ha generato alienazione e nichilismo, – si chiede retoricamente Manacorda – la rivoluzione informatica, almeno in ipotesi, può consentire il superamento di entrambi?”. Lui ne sembra convinto. E ne svolge, al solito, una dettagliata dimostrazione.

Prima di avviarci alla conclusione, vorremmo accennare anche alla parte dedicata alla figura del critico militante, dove riprende concetti e questioni del pamphlet “Apologia del critico militante” (sempre Castelvecchi) di alcuni anni fa. Critico militante che per Manacorda è l’unico vero depositario della verità, riguardo alla poesia, l’unico che lavora davvero soltanto per essa, in quanto per definizione fuori dalle istituzioni, dalle accademie, una sorta di “monaco guerriero” (un’espressione che fa pensare curiosamente alla boxe: il grande pugile Monzon si definiva proprio così).

Ma cosa ha in comune la Poesia con uno sport così cruento e duro come la boxe – ci chiedevamo chiudendo il libro, ancora ebbri e storditi dalla lettura, indugiando sulla grigia e lucida foto di copertina di una macchina da scrivere, anzi solo del blocco dove batte il martelletto metallico del carattere sul nastro, e riponendo senza indugio il volume nella libreria di saggistica classica, quella destinata a restare, quella che si tramanda alle nuove generazioni? Forse solo una cosa: il fatto che entrambi rimandano alle origini ferine del mondo, quando per sopravvivere si doveva combattere – tempi in cui già esisteva quell’entità che chiamiamo poesia, in quanto la poesia è “eterna” e in qualche modo “fuori del tempo”, in quanto essa è “discriminante dal punto di vista darwiniano, evolutivo”. Perché “noi stessi siamo costituiti di poesia”. Insomma, la natura non avrebbe selezionato l’uomo, nelle sue varie fasi evolutive, da Neanderthal all’oggi, solo in base alla forza, alla resistenza, alla capacità di adattamento all’ambiente, ecc. ma piuttosto a chi è in grado di “realizzare valori, scopi e obiettivi generali”. La selezione naturale ha privilegiato la poesia”. Senza poesia (senza la capacità di produrre senso), insomma, la nostra specie si estinguerebbe. E davvero non ci sembra una consapevolezza da poco.

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