Luca Fortis
Lettera dal Cairo

Complessità islamica

Una visita al Museo di Arte Islamica (chiuso dopo l'attentato del 2014 ma appena restaurato) mostra con chiarezza come il rapporto fra arte, religione e scienza nell'Islam sia più complessa di come appare in questi anni di grandi conflitti Est/Ovest

Le lettere arabe compongono geometrie e illusioni ottiche, la scrittura coranica si perde in un gioco ipnotico e colorato. Non è l’effetto dell’Lsd o di altre droghe psichedeliche, ma della mistica che l’arte può far scaturire nella mente di una persona. Gli arabi del medioevo lo sapevano bene e hanno sempre giocato con le geometrie e la grafia per supplire all’impossibilità di rappresentare il divino con fattezze umane.

Il Museo di Arte Islamica del Cairo è il luogo ideale per scoprire questo mondo fatto di luce e tolleranza che aveva una visione aperta della vita. Certo, il mondo islamico dell’epoca d’oro, quella medioevale, come qualunque altro mondo, aveva anch’esso le sue parti positive e quelle più oscure, ma era sicuramente una civilizzazione che aveva una visione positiva della vita, ben lontana dalla cultura della morte del terrorismo islamico di oggi.

Cultura cupa e nera che il museo conosce bene essendo chiuso dal gennaio del 2014, quando un’autobomba esplose distruggendo la sede centrale della polizia del Cairo di fronte allo spazio museale, danneggiando il 30 per cento dei reperti antichi.

detail of Mamlouk candlestickIl Museo delle Arti Islamiche del Cairo contiene una delle più vaste collezioni di arte islamica al mondo. Fondato alla fine dell’Ottocento espone più di 2.500 oggetti in 25 gallerie, ma la collezione nascosta nei sotterranei è molto più vasta, contando più di 102.000 opere d’arte. Gli oggetti datano dal settimo secolo dopo Cristo fino al diciannovesimo. Tantissimi paesi, compreso l’Italia, hanno fatto donazioni per finanziare i restauri, sia degli oggetti sia del palazzo. Dopo due anni, avendo terminato i lavori di restauro, il museo dovrebbe riaprire presto.

Ahmad al Shoky, general supervisor dello spazio museale, spiega a Succedeoggi che «lo scopo del museo è quello di raccontare agli egiziani, come agli europei che il mondo islamico era un universo in cui differenti religioni e culture vivevano insieme, al contrario di quello che raccontano gli estremisti oggi. Non vi era conflitto tra religione, scienza e filosofia. L’espansione dell’Islam tra popolazioni di fedi diverse – prosegue – fu favorita, non solamente dalle conquiste militari, ma anche dall’apertura di questa religione al multiculturalismo».

Girando il museo ancora chiuso, accompagnati dal direttore, si comprende che ogni oggetto contiene un messaggio dal Medioevo. Ogni reperto racconta con evidenze scientifiche di un mondo molto più complesso di quello che gli islamici stessi di oggi conoscono. Se non era un paradiso, era comunque un’era piena di spessore culturale che arricchisce ancora oggi chi la studia. Come tutte le civilizzazioni, anche quella islamica medioevale alternava luci ad ombre, la cultura con la spada. È però evidente che pur essendo l’Islam uno degli argomenti più dibattuti in Medio Oriente, come in Occidente, pochi lo conoscano davvero. Ecco perché un museo di Arte Islamica, come quello del Cairo non può che avere l’ambizione di raccontare questo mondo ai troppi che lo hanno dimenticato o strumentalizzato, islamici, cristiani o atei che siano. In un’epoca in cui i musei vengono distrutti per motivi religiosi o ideologici perché temuti in quanto distruttori di false narrative collettive, il risorgere dalle ceneri di opere andate in frantumi nella polveriera mediorientale rappresenta un barlume di luce nelle tenebre di questi tempi oscuri e ambigui.

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