Elisa Campana
Carolina da Londra

Brexit strategy

Il 23 giugno sarà una data fondale per l'Unione Europea: la Gran Bretagna ne deciderà il destino futuro, uccidendola o facendola rinascere nel nome dell'autonomia e del nazionalismo. Ecco tutte le ragioni di "Brexit"

Tra due settimane, il 23 giugno, si terrà il referendum nel quale il popolo inglese potrà decidere se la Gran Bretagna rimarrà parte dell’Unione Europea o abbandonerà definitivamente la rete di Bruxelles. Lo chiamano in/out referendum, il Brexit, ossia BRitish EXIT. La data era stata annunciata dal primo ministro David Cameron a febbraio, in seguito di un accordo con i maggiori leader europei. Cameron aveva promesso questo referendum se avesse vinto le elezioni del 2015 allo scopo di “dare voce” al popolo inglese sulla questione, ma spinto soprattutto dal clima di tensione e di aspre divergenze intestine allo stesso partito conservatore. La fazione dell’euroscetticismo si è alimentata di un certo malcontento per l’immigrazione selvaggia e l’idea che spetti alla Gran Bretagna, e a lei sola, occuparsi dei propri affari, senza infauste ingerenze dal Vecchio Continente. Gli umori degli euroscettici si sono poi concretizzati in un vero e proprio partito, l’Ukip “UK Independence Party”, che ha fatto per l’appunto dell’anti-Ue e dell’anti-immigrazione la propria bandiera.

La posta in gioco è alta per questo referendum, le previsioni sono contrastanti e l’esito quanto mai incerto. YouGov in collaborazione con Good Morning Britain fornisce un pareggio al 41% per l’uscita e la permanenza ed un 13% di indecisi. I risultati del Financial Times sono vicini e danno la fazione Remain al 45% contro il 43% di favorevoli al divorzio con Bruxelles e l’11% di indecisi.

brexit2Quali saranno le conseguenze di un possibile “out”?

Per l’economia inglese, il Ministero del Tesoro ha messo in guardia sulle conseguenze di una eventuale uscita, arrivando ad affermare che la Gran Bretagna potrebbe soffrire una lunga recessione. I filo-europei temono gravi ripercussioni con un forte indebolimento della sterlina e dei mercati finanziari. Nell’incertezza di possibili nuovi accordi commerciali da stipulare con i propri partner, si prevede un crollo dell’import-export e un trasferimento delle sedi di grandi imprese straniere. Il fronte pro-uscita, al contrario, ritiene che, superata una prima fase di debolezza, l’economia riprenderà la propria corsa, libera dalle condizioni imposte da Bruxelles e risparmiando milioni di sterline che, ad oggi, il Regno Unito destina alle casse europee.

Per quanto riguarda l’immigrazione, gli euroscettici ritengono che l’uscita dall’Unione permetterebbe di riguadagnare finalmente il controllo dei propri confini, instaurando restrizioni e controlli più rigorosi. «Let’s take back control» è il grido di battaglia. Il partito Ukip ha proposto di introdurre un sistema a punti, al pari dell’Australia, come stato indipendente fuori dall’Europa. Tuttavia se la Gran Bretagna s’opporrà al libero movimento delle persone, principio fondante della coesione europea, dovrà rinunciare anche alla libera circolazione delle merci, con una possibile impennata dei prezzi dei beni di consumo.

D’altra parte, non è ancora chiaro cosa succederà ai quasi due milioni di lavoratori inglesi residenti in Europa. L’ex-procuratore generale Dominic Grieve ha affermato che si ritroverebbero improvvisamente nella condizione di immigrati “illegali”.  Molto dipenderà dagli accordi: se il Regno Unito introdurrà delle restrizioni sui permessi lavorativi, come si augura l’Ukip, gli Stati membri potrebbero fare altrettanto richiedendo agli inglesi visti e permessi di soggiorno, come qualsiasi altro lavoratore extra-comunitario.

Insomma, le domande sono molte, i dubbi e le complicazioni restano imprevedibili. L’unica cosa certa è che bisognerà aspettare il 23 giugno per trovare tutte le risposte quando alle 22 (23 ora italiana) si chiuderanno ufficialmente i 382 seggi locali. A partire dalle 4 di mattina la situazione dovrebbe cominciare ad essere chiara e il risultato ufficiale verrà in seguito annunciato al Manchester Town Hall.

Nessuno stato membro ha mai lasciato Mamma Unione e viene da interrogarsi sulle ripercussioni che una possibile uscita della Gran Bretagna potrebbe avere sulla popolarità dell’euroscetticismo in altre nazioni. Potrebbe scatenarsi un vero e proprio effetto domino. In un recente sondaggio lanciato da Ipsos Mori, compagnia di ricerca leader in Gran Bretagna e Irlanda, gli Italiani e i Francesi risultano essere i più favorevoli a un possibile referendum nei rispettivi Paesi, con 48% dei nostri connazionali che voterebbe per l’uscita dall’Unione e il 41% dei francesi. Insomma, tutto si gioca su un monosillabo, un “yes” o un “no” a cavallo della Manica.

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