Giuseppe Grattacaso
La (promessa) riforma Renzi

Tra merito e quantità

Si riaccende il dibattito sulla meritocrazia: deve guadagnare di più chi sa insegnare meglio o chi rimane più tempo a scuola? La risposta è semplice, ma difficilissima da attuare...

La parola magica che negli ultimi anni accompagna ogni possibile trasformazione nella scuola è meritocrazia. Non riguarda più gli studenti, nei confronti dei quali il concetto è ormai ampiamente assodato, ma proprio coloro che dovrebbero misurare il merito degli alunni. Ogni possibile miglioramento della bistrattata condizione degli insegnanti passa attraverso una valutazione del merito. Del resto, a conti fatti, dovrebbe essere già così da tempo.

A pochi giorni dal rientro nel poco accogliente ambiente scolastico (dal punto di vista se non altro delle aule e del quasi sempre vetusto e per nulla confortevole arredamento), il dibattito sulla riforma del nostro sistema educativo e sulla condizione di chi dovrebbe interpretarlo si riapre a partire dal termine meritocrazia. Il concetto è semplice: chi è più bravo dovrebbe guadagnare di più. Il problema semmai si manifesta quando si comincia a ragionare intorno a due questioni senza le quali ogni discorso sulle qualità di chi insegna diventa vano, cioè in base a quali valori si misura il merito e chi deve misurarlo.

Siccome stiamo parlando di insegnamento, di un settore nel quale entrano in gioco molti e delicati fattori umani, provo a indicare tre ambiti che riguardano appunto il lavoro del professore a contatto con gli alunni, e che possono servire a determinare il livello di merito: la conoscenza della materia e l’abilità a insegnarla suscitando interesse e curiosità negli studenti; la capacità di relazionare con i ragazzi, le loro famiglie e con i propri colleghi, in modo che il percorso didattico si snodi in maniera armonica e equilibrata; i risultati raggiunti nell’ambito delle singole classi.

Chi decide, utilizzando questi parametri, chi sa insegnare bene, chi sa farlo meno o chi addirittura non riesce per nulla? Un insieme di protagonisti e di fattori diversi, tra i quali il dirigente, l’utenza e i risultati che è possibile quantificare (per esempio quanti alunni svolgono un regolare corso di studi rispetto a quelli iscritti al primo anno, quali sono le votazioni finali all’esame di stato e quelle intermedie, ecc.). È facile immaginare che una soluzione del genere, probabilmente in grado di vitalizzare nel giro di pochi anni il nostro piuttosto asfittico sistema educativo, incontrerebbe l’ostilità dei sindacati e di una parte degli insegnanti. Di quelli, ad esempio, che credono che il lavoro dei professori non debba essere in alcun modo valutato (pena una mortificazione della propria funzione) o di quelli che ritengono che un buon insegnante (e di conseguenza una buona scuola) si misuri sulle difficoltà che impone durante il percorso, sui brutti voti che dispensa, sulla selezione che opera.

Forse proprio per evitare una contrapposizione netta con una parte del corpo docente, il governo Renzi pare voglia propendere per la soluzione più semplice: è più bravo chi rimane per più tempo a scuola, svolgendo progetti e attività di tipo vario.

In gran parte è già così, quindi una scelta del genere non produrrebbe alcun evidente cambiamento. Ma il problema è un altro ed è relativo al tipo di scuola che si vuole costruire. È evidente che in questo modo un insegnante che non ottiene buoni risultati con il proprio metodo ma che si trattiene maggiormente a scuola, quindi aggiungendo danno al danno, finirebbe per guadagnare di più di chi è più capace e vuole alimentare le proprie conoscenze studiando e aggiornandosi, o semplicemente non ha tempo da dedicare a progetti che semmai non riguardano le proprie competenze.

Insomma la questione è fondamentalmente questa: deve guadagnare di più chi sa insegnare meglio o chi rimane più tempo a scuola? La domanda, nella sua estrema semplificazione, può apparire banale, ma dalla sua risposta dipendono in parte i destini dei nostri figli.

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