Erminia Pellecchia
Una mostra al museo Duca di Martina

Sogni di ceramica

Napoli scopre la vocazione scultore di un grande artista e scenografo: Lino Fiorito. Con lui la semplice "decorazione" si trasforma in un modo per rigenerare lo spazio

Tra l’Irno e il Fuorni che nascono dal Monte Stella e dalle Colline salernitane per poi sfociare a Salerno, c’è una valle operosa fin dai tempi degli etruschi, quelli di frontiera, che qui avevano insediato, sfruttando quel “pavimento di creta”, le loro officine ceramiche. Per secoli gli abitanti-artigiani l’hanno battezzata Valle delle Rane, perché le rane veramente albergavano nelle vasche di decantazione utilizzate per rendere morbida l’argilla di Rufoli. Poi il degrado, l’oblio, botteghe e forni chiudono, le rane vanno via e con loro i ceramisti, resta solo quel nome senza più significato. «Ma le rane torneranno a gracidare!». È il grido di battaglia di Ugo Marano, artista, e di Pasquale Persico, economista: utopia e sviluppo a braccetto per disegnare le “nuove terre di arte-impresa”. 1996: al richiamo del “vasaio dell’universo” arrivano giovani artisti, apprendono quell’antico mestiere, fatto di terra, fuoco, aria ed acqua, sperimentano nuove possibilità espressive oltre le apparenze luccicanti della maiolica, creano corpi estetici affascinanti, per forme e per colori.

Tra loro c’è Enrica Rebeck, che con lo zio Ugo ha già vissuto la felice esperienza della comunità libera e creativa dei “Vasai di Cetara”. Nel 2001 apre il laboratorio Ta con il compagno Marco Bacchilega, figlio d’arte, il padre Ennio formatosi alla fabbrica Solimene di Vietri sul Mare dalle architetture avveniristiche firmate Paolo Solaeri: il patrimonio tramandato della ceramica popolare diventa per la coppia il punto di partenza singolare dal quale creare un gioco fitto di interferenze e sovrapposizioni con l’arte e la realtà del nostro tempo. Faenzera e luogo di incontri, un approdo felice dove, citando Marano, «per rendere viva un’ombra basta pensarla», nell’atelier di Rufoli la cultura si sposa col fare.

Nel club degli intellettuali delle mani c’è anche Lino Fiorito, pittore e scenografo napoletano; quella materia fragile e povera, da sempre legata all’uso comune o decorativo, l’attrae come nuova dimensione della sua ricerca sullo spazio, come possibile mezzo per oltrepassare la soglia della rappresentazione, ma ne ha quasi paura, la sente come una bella donna difficile da avvicinare, figuriamo da conquistare. Enrica e Marco insistono, «avevano intuito quanto il mio lavoro potesse giovarsene», confessa il poliedrico artista, un artista totale che, dai tempi di Falso Movimento, di cui fu tra i fondatori, spazia dal teatro al cinema e alle arti visive. «Le conseguenze dell’amore – scrive il poeta Luigi Trucillo, giocando sul titolo del film cult di Sorrentino con le belle scenografie di Fiorito – si salvano da se stesse dal diluvio dell’indifferenza, autogenerandosi come tutte le opere, i trasparenti lavori in cui la nostra vita, impegnandosi, respira».

E la ceramica è l’ulteriore conseguenza dell’amore, quella di un’arte libera, senza confini, quella di un uomo che resiste alla solitudine del nulla, che continua ad interrogarsi, che è ancora capace di stupirsi e di stupire. Lino si tuffa nell’ennesima sfida senza nessuna conoscenza tecnica, «incantato – dice – dalla possibilità di iniziare da zero». Di fronte ha niente più che un pugno di creta da modellare, cuocere al forno, ritoccare, dipingere, ricuocere, ed il mistero di quella materia sfuggente, imprevedibile. Non basta tracciare un disegno su un foglietto, c’è l’incidente di percorso con cui fare i conti, la suggestione di un momento, il progetto svanisce, prevale l’istinto, casualmente prendono vita forme e colori inaspettati e originali. Nascono sculture in divenire, stranianti, in bilico tra rigore e caos, stasi e movimento. «Sono opere d’arte sospese – così la storica dell’arte Maia Confalone definisce questi fragili, visionari, onirici manufatti – ancor più dei suoi dipinti a olio o ad acquarello, completamente avulsi da qualsivoglia funzione d’uso, pura astrazione».

Le ceramiche di Fiorito conquistano Fabrizio Vona, soprintendente del polo museale di Napoli e, per la prima volta, l’arte contemporanea irrompe nella Villa Floridiana, entrando in dialogo con una delle più importanti collezioni europee di arti decorative. Così al pianterreno del museo Duca di Martina, quello che ospita la sezione orientale, fino a settembre potremo immergerci in un allestimento di assonanze e dissonanze di grande impatto visivo ed emotivo. Fiorito si muove con discrezione, la sua coabitazione nelle vetrine con i reperti storici, non è per niente invadente. Anzi, si può dire che contribuisce ad esaltare e valorizzare le testimonianze di una manualità sapiente, raffinata e preziosa. Trenta pezzi, di piccole dimensioni e dalle vibranti cromie trovano posto accanto alle giade, ai bronzi, alle lacche, alle porcellane cinesi e giapponesi, quasi installazione site specific, pensata e nata per questo luogo. I blu, i gialli, i rossi, i manganesi e i turchesi della tradizione vietrese si abbinano alla perfezione con i colori della millenaria cultura orientale, la fantasia vola, gli oggetti di Fiorito evocano paesaggi zen, montagne, grandi alberi, rocce, case con grate da cui si intravvedono geishe, templi con armoniche torii che conducono al passaggio dal mondo quotidiano a quello divino. È una mostra da meditazione, da percepire nel silenzio, una scenografia del sacro in dimensione post-moderna.

Altri richiami. Torna la sirena teatro a far sentire forte il suo canto. Fiorito è già al lavoro, il 19 giugno per il Napoli Teatro Festival andrà in scena Dolore sotto chiave  di Eduardo De Filippo con la regia di Francesco Saponaro e c’è la tournée dei fratelli Servillo ancora in corsa con l’applauditissimo Le voci di dentro, sempre di De Filippo. Anche il cinema bussa alle porte con un nuovo progetto. Ma non tradirà la ceramica. È un richiamo forte. È soprattutto una promessa ad Enrica ed un tributo a Marco, tragicamente scomparso nel gennaio scorso.

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