Erminia Pellecchia
Una mostra prima a Salerno poi a Napoli

Ricordando Menna

Salerno rende omaggio al grande critico d'arte Filiberto Menna con Elena Bellantoni, Fabrizio Cotognini, Giulia Palombino, Gian Maria Tosatti e Ivano Troisi. Quattro artisti under 40 si interrogano sul senso dell'avanguardia

«Il mare è uno sterminato deposito di reliquie del passato che l’acqua e il tempo trasformano, nascondono e, a volte, restituiscono». Fabrizio Cotognini racconta le suggestioni che ha provato qualche mese fa quando ha visitato il museo archeologico di Salerno, «un luogo che respira di mare». Cita Ungaretti e la sua «Pesca miracolosa»; per il giovane artista di Macerata, la visione dell’Apollo di Pasitelas, riemersa dalle profondità del Tirreno, è stata una folgorazione. La scultura del I secolo avanti Cristo è, così, diventata l’icona della mostra Per Aquam, a cura di Antonello Tolve e Stefania Zuliani, che ha aperto il ciclo «Tempo imperfetto. Sguardi presenti sul museo archeologico provinciale», una serie di eventi, tra esposizioni e conferenze, che accompagneranno fino a novembre le celebrazioni per i venti anni di attività della Fondazione Filiberto Menna, presieduta da Angelo Trimarco. Clou l’omaggio che il museo Madre di Napoli renderà al critico salernitano «costruttore del nuovo senza rompere con il passato».

filiberto menna alfonso gattoEd è proprio da qui, dal nesso “antico-moderno” che parte il nucleo portante di questo progetto, che, spiega Zuliani, «mette a confronto l’attualità inesauribile del passato con la transitorietà di un presente che diviene fin troppo facilmente rovina». A scandirlo saranno cinque interventi site specific di Elena Bellantoni, Fabrizio Cotognini, Giulia Palombino, Gian Maria Tosatti e Ivano Troisi. Tutti artisti under 40 di respiro internazionale che hanno realizzato – sottolinea Tolve – «lavori inediti in dialogo con le importanti collezioni del museo archeologico e con la sua luminosa architettura, ridisegnata con grande sensibilità dall’architetto Ezio De Felice, negli anni Sessanta del Novecento, chiamato a restaurare il medievale convento di San Benedetto».

L’ouverture si fa da subito garanzia dell’irruzione felice del “novum” in un luogo consacrato alla memoria di vestigia risalenti addirittura alla preistoria. Il tocco di Cotognini è leggero, la sua è un’invasione pacifica, un intimo colloquio con le testimonianze dell’antichità che si animano al soffio della contemporaneità. Con l’Apollo, «dal sorriso che è canto di giovinezza risuscitata», si crea un poetico ready made assistito, e i raffinati disegni interagiscono in un gioco di spostamenti e di allusioni, invitando ad un viaggio da un mondo sommerso al cielo. La chiave è nell’installazione Desantnik Usv 50, «modello di un casco da palombaro sovietico degli anni Venti – suggerisce Trimarco – reperto di archeologia moderna e strumento per viaggiare nei transiti della memoria. Alla mente affiora il capitan Nemo di Verne; Cotognini, tra letteratura fantastica dell’Ottocento e stilpunk, ci fa navigare a ventimila leghe sotto il mare. E, in questo gioco di tempo imperfetto, siamo in totale cortocircuito, sarà anche per la traccia sonora (in collaborazione col sound artist Carlo Marchionni) che ci avvolge, ipnotizzandoci, in una fluida immersione-emersione. Orizzonti marini e remoti miti. Nel museo-mare prendono vita immaginarie creature, strani essere ittomorfi, mostri ibridi, inquietanti come Vescovo di mare e Monaco di Mare, come le Meduse, simbolo del pericolo che si nasconde nella bellezza, come le libere, eroiche e fragili libellule.

libelluleIl Museo Archeologico Provinciale è una sede prestigiosa, certo. Il Madre lo è altrettanto. Però non si può non provare amarezza nel verificare, come ancora una volta Salerno, il cui rilancio, secondo le intenzioni del sindaco Vincenzo De Luca, punta tutto sul «nuovo costruito sul passato», dimentichi proprio le figure che l’hanno fatta conoscere nel mondo. È accaduto con Alfonso Gatto, si è ripetuto con Filiberto Menna. Nata nel 1989 per volontà della famiglia del critico a un anno dalla sua morte, la fondazione a lui intitolata ha dato il via alle sue attività, era il ’94, nell’ex Casa del Combattente, sul lungomare, a due passi dal centro storico e dal Teatro Verdi, satellite sperso di un ateneo, alla cui istituzione aveva fortemente contribuito Menna (la sua è stata la prima cattedra di arte contemporanea in Italia) che logiche politiche avevano dislocato nella Valle dell’Irno. Ma, grazie ad Angelo Trimarco, allievo ed erede spirituale di Menna, il ramo umanistico dell’Università ha ritrovato le sue radici e vocazioni nel perimetro cittadino della cultura. A disposizione degli studenti e non solo la fondazione ha messo a disposizione la ricca biblioteca con 50mila titoli di arte, architettura, estetica e filosofia, l’archivio di Menna e la mediateca con oltre 300 film, video e documentari, alcuni dei quali molto rari. Un patrimonio da anni, purtroppo, “invisibile” a causa di eterni – sarà il motivo vero? – lavori di restauro agli ambienti. Un luogo che ha formato giovani curatori e operatori d’arte, da Stefania Zuliani ad Antonello Tolve, con cattedre universitarie o alle Accademie d’arte, ora chiuso. Grida scandalo soprattutto in ricorrenza del ventennale.

La foto di Filiberto Menna con Alfonso Gatto è di Ugo Di Pace

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