Gianni Cerasuolo
Fa male lo sport

Palloni & pernacchie

La morte di Vujadin Boskov, le banane per Dani Alves, i racconti mitici del calcio di ieri di Giorgio Comaschi: troppo di rado ci ricordiamo che negli stadi (e lì intorno) tutto quel che succede è un gioco...

Leggendo i ricordi scritti dopo la scomparsa di Vujadin Boskov, parrebbe che sia esistito anche un calcio allegro e meno accigliato, ironico e leggero. Con Boskov (nella foto sotto) si è persino esagerato, riducendo un ottimo allenatore a una sorta di comico dall’accento zingaresco. Un Boskov-blog: la definizione è di Sebastiano Vernazza sulla Gazzetta dello Sport, un giochino condotto più sui social network che dagli esperti su giornali e web, al punto che si è arrivati ad aforismi grossolani del tipo «morte è quando Dio fischia la fine». In contemporanea alla notizia di zio Vuja, c’è stato il gesto antirazzista di Dani Alves (nella foto accanto al titolo), una pernacchia verso la stupidità umana che ha innescato un meccanismo virtuoso: tutti a mangiare banane e a fare quella cosa insopportabile che sono i selfie, ma che per certe vicende si rivelano efficaci. Che la cosa fosse tutta preparata per un’abile operazione di marketing dal clan Neymar, come si è poi detto, poco importa. Certe azioni valgono molto più di tante sanzioni inefficaci e di parole enfatiche.

boskovIl calcio non è roba da ridere. Anzi è roba serissima, passionale, drammatica. Almeno fino a quando si sta sul terreno di gioco, fino al 90° minuto più recupero. Ma oggi è roba serissima anche prima e dopo, fuori e dentro. Non soltanto per le atmosfere cupe, i blindati, gli scontri, i «devi morire», le imboscate ai tifosi dell’altra squadra, i buu, i «non capisci niente di calcio» anatemi lanciati con l’aria sempre incazzata. Ma anche per i rigori non dati, le congiure, le tv pro Juve e contro la Roma, gli arbitri, i giornalisti. Un repertorio che vanta continue repliche. In Italia in particolar modo. Poi, figuriamoci, la corruzione che dilaga in ogni angolo del Belpaese, può arrivare a fare ogni cosa: a condizionare una partita, un arbitro, un giornalista, un giocatore. A comprare e ad alterare. È già accaduto, accadrà ancora. A questo è arrivato il pallone. Così si è intristito.

dino zoffC’era una volta, invece, il Comunale di Bologna. Dove un ragazzino si piazzava dietro la porta su uno sgabello a fare foto con la sua Leica come il babbo: «Ho visto tutti i culi dei portieri…». Un altro calcio, anni Cinquanta e Sessanta, ma anche più vicino, anni Ottanta e Novanta. Sembra un secolo fa. Allora viene quasi da sorridere a leggere un libricino che Giorgio Comaschi ha scritto e ha titolato Il calcio è roba da ridere (125 pagine, Edizioni Pendragon, 11,90 euro). Molto bolognese, molto foto in bianco e nero da Calcio illustrato, rivista di un tempo. Odora di salama al sugo e di tagliatelle, narra della pelata di Pascutti e dei tocchi di Bulgarelli, idoli che l’autore aveva per casa da piccino, essendo il papà Nino, fotografo e cronista per il Carlino e amico dei giocatori rossoblu. Non c’è nostalgia. C’è un altro mondo. Dino Zoff, ad esempio (nella foto). Comaschi – giornalista, scrittore, autore di testi teatrali ma non solo perché è stato a lungo in tv come conduttore post-Parietti di Galagoal, gli anni della creazione del Boskov personaggio più volte citato, inviato particolare di Quelli che il calcio di Fabio Fazio, punta di Raffaella Carrà in Carramba che sorpresa – ha frequentato a lungo il portierone. Tanto da distinguere uno Zoff reale da uno Zoff televisivo. A proposito dei balbettii in tv, SuperDino una volta gli rivelò: «Non voglio mai dare vantaggi a nessuno e allora finisco per sembrare un lesso bollito. Quando mi riguardo nelle interviste mi viene il latte alle ginocchia».

oronzo puglieseCi sono tanti piccoli episodi. Da ridere, conoscendo i personaggi. Oronzo Pugliese (nella foto), ad esempio, il famoso mago di Turi che allenò anche il Bologna. In quel Bologna lì ci giocava Pace, ala e molti anni dopo anche tecnico dei rossoblu, uno che faceva impazzire Pugliese «con le sue bravate e le sue notti bollenti dentro e fuori da lenzuola poco consentite». Infatti l’allenatore spesso chiamava il calciatore la sera per vedere se era in casa: «Pronto Pece  (accento pugliese di Pugliese), è già al letto o fa il birbantello?». Quello rispondeva: «No, mister, sono qui con due ragazze bellissime, mi scusi, non ho molto tempo adesso … buonanotte mister». Il tecnico esplodeva: «Peece, maledetto te!». Dopodiché era capace di andare a casa del calciatore e controllare.

Notti ben diverse, caciarone e spensierate fu in grado di organizzare invece Gigi Maifredi, meteora della panchina, che tornò ad allenare il Bologna che l’aveva lanciato dopo il fallimento alla Juve.  Una sera, alla vigilia di una gara con il Bari, al tecnico che piaceva a Montezemolo viene voglia di mangiare pesce e chiama Cabrini, il quale chiuse la carriera sotto le due Torri. Cabrini aveva messo su un ristorante a Milano Marittima. In un batter d’occhio Gigi organizza due macchine, si porta con sé Bonini e Bonetti e passa sotto casa di Bruno Giordano, il quale, incredulo, si aggrega alla comitiva. Inutile dire che finirono oltre l’una, era venerdì notte ma Maifredi disse a Comaschi in un orecchio: «Ti dico che vale più una cosa così che venti allenamenti». La domenica il Bologna vinse 3-1, giocarono Cabrini, Bonetti, Bonini (che segnò anche) e Giordano.

gentile maradonaIl racconto che scava un fossato tra quel calcio di mangiate e di scherzi e questo senz’anima glielo fece un giorno Eraldone Pecci ricordando i tempi del Torino. Lui si allenava al Filadelfia con i granata, a qualche centinaia di metri dal Combi, il campo di fatica della Juve. Ad un passaggio pedonale vicino ai due impianti sportivi Pecci incontrava sempre Claudio Gentile, il Saladino (era nato a Tripoli, nella foto mentre ”blocca” Maradona). E sempre con un sacco di palloni in spalla. Gentile rimaneva sul campo da solo, gli altri già sotto la doccia o verso casa. Il difensore juventino continuava a fare cross, a riprendere i palloni e ripetere quel gesto fino a quando non calava il buio. Poi raccoglieva i palloni, li metteva in un sacco, attraversava la strada e andava a farsi la doccia. «Prova a vedere se un giocatore d’oggi – gli disse Pecci – fa una cosa così…». Conclude Comaschi: «Mi ha colpito quel racconto. Pensando alle creste, a Balotelli, ai giocatori chiusi nelle cuffie ad ascoltare la musica senza ascoltare nulla, ai gesti isterici sul campo, ai tatuaggi, alle non esultanze, alle arroganze e alle presunzioni. E ai contratti. Ma pensando anche che quel Saladino col sacco dei palloni in spalla è diventato poi uno dei grandi del calcio, uno che ha fatto tacere Maradona e Zico…».

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