Andrea Carraro
La terza puntata di "Sacrificio"

Il prete assente

Prosegue la pubblicazione del racconto lungo inedito di Andrea Carraro. Il dolore di un padre si mescola alla disperazione di una città che ha dimenticato se stessa

È notte fonda quando Giorgio ferma l’auto davanti a una schiera di palazzoni di Val Melaina dall’intonaco giallo che in certi punti viene giù a scaglie. Spegne i fanali, aspetta, fermo a spiare a distanza la figlia che avanza sul marciapiede insieme a un ragazzo malmesso che non ha mai visto. Di tanto in tanto passa un’auto o un autobus che illuminano porzioni di selciato. Giorgio è concentrato. Nella strada, ch’è ampiamente area pedonale, intravede delle ombre che si avvicinano ai due, davanti a un bar arabo con le insegne rosse e gialle, che espone kebab. Cerca di mettere a fuoco. Dora fa un cenno, poi si avvicina a dei ragazzi, lasciando il ragazzo un po’ indietro. Ora sono un gruppo coeso, che si stringe e si allarga sotto la luce livida di un lampione, come un mantice o una nuvola o una medusa, ma è un attimo, un veloce movimento di mani, poi ognuno torna da dove era venuto. Giorgio resta ad osservare, col cuore colmo di pena, la figlia che si allontana, sola,  nell’oscurità. Quello che stava con lei è entrato al bar. Senza stare troppo a pensarci su apre la portiera e si avvicina al gruppetto. Gli spacciatori osservano il nuovo arrivato. Il suo aspetto, la sua età li rendono sospettosi. Cercano di allontanarlo, ma lui insiste, tira fuori dei soldi. “Ve li do io i soldi, ma non dategli più niente a Dora, vi prego…” Loro lo ignorano, fanno per andarsene, qualcuno lo insulta a mezza bocca.

“Nun li volemo i sordi tua, a dotto’, levete dar cazzo!…”

Giorgio comincia a spingere il ragazzo che è un perticone coi calzoni calati e un giubbottone a righe. Un altro, un piccoletto, s’intromette:

“Carma, eh, che te succede, sei er padre?”

“Er nonno… ah, ah… Mannalo a fanculo sto vecchio!” – fa un altro, un giovane tatuato col cranio rasato.

Ma il piccoletto gli si rivolge brusco:

“Statte zitto, stronzo!”

Il piccoletto mette a tacere tutti gli altri con un gesto imperioso e un paio di bestemmie. Poi si rivolge a quel signore in giacca di tweed coi capelli ingrigiti:

“Sei er padre?”

“Sì.”

“E che voresti?”

“Vi pago io al posto suo, ecco, tutte le volte che volete!” –  e gli porge delle banconote stropicciate.

“Ce vòi mette nei guai… Metti via quer grano!”

“Scusa, scusa…”

“Sei ‘no sbiro!?”

“Ma no, cazzo, allora non avete capito?”

“Noi nun famo l’elemosina…”

Giorgio resta per un attimo interdetto. Poi fa:

“E allora datemi quello che avete dato a lei!”

“Che te serve?”

“Lo stesso che avete dato a mia figlia prima” ripete con un’insistenza che stupisce lui per primo come se davvero da quella transazione dipendesse chissà cosa.

“Noi non j’avemo dato un cazzo!”

“Non vi denuncio, tranquilli, manco ci penso!”

“Nun te conviene… E nun conviene manco a tu’ fija! Pensece…”

“Ma sì, state tranquilli, io voglio solo…”

“Ok, ho capito che vòi, dotto’, tieni la bocca chiusa!”.

Con un semplice sguardo il piccoletto fa segno agli altri di accostarsi con la merce. Uno di loro passa all’uomo una bustina, lui paga quanto richiesto senza battere ciglio e fa per tornare nell’auto. Poi torna dal gruppo e sussurra con un filo di voce e una faccia da cospiratore:

“Se torna mia figlia, non datele niente, vi pagherò io, tutte le volte che volete, ecco, questo è il mio numero…”

Passa al piccoletto il biglietto da visita, e quello lo intasca senza replicare.

Giunto in macchina, mette in moto e parte. Mentre guida il suo sguardo cade continuamente su quella bustina trasparente abbandonata sul sedile del passeggero. Se fosse giorno entrerebbe in chiesa per cercare una risposta, andrebbe bene un prete qualunque, ma deve accontentarsi di un’edicola della Madonna a un crocicchio. C’è solo un lumino fioco che illumina l’immagine sacra che neppure si distingue bene. Con le mani giunte, osservato a distanza da un barbone, biascica qualcosa alla santa mentre qualche lacrima gli solca il viso. “Anche tu lo sapevi che tuo figlio andava a morire… Che devo fare Madonna mia, che devo fare?”.

* * *

L’indomani mattina, dopo la colazione e il mezzo toscano di rito consumati nel baretto sotto casa, Giorgio va a comprare i giornali e passeggia per il quartiere fino a raggiungere la chiesa di San Mattia, una moderna costruzione cementizia attorno alla quale bazzicano barboni e zingari. Dà a tutti quelli che incontra un po’ di elemosina giusto per togliersi gli spiccioli dalla tasca, ma non riesce a sentirsi buono e migliore, il grumo d’angoscia non si scioglie. Allora entra in chiesa nella quale non metteva piede da qualche tempo. L’interno in penombra è quasi deserto: solo due vecchine che pregano inginocchiate nella prima panca dinanzi all’altare. La luce filtra dalle fenditure rettangolari della volta in lame radenti e oblique fitte di pulviscolo. Lui si infila in una cappella laterale. Un dipinto goffo del Calvario dietro a un altarino similbarocco, un’urna di reliquie. Giunge la mani in preghiera e aspetta le lacrime che puntualmente arrivano. Cristo, non faccio che piangere, si dice, questa è depressione… Si soffia il naso e poi va a bussare alla porta della sacrestia. Il viceparroco lo accoglie con un sorriso malinconico sulle labbra carnose. Si chiama padre Marco, mentre il parroco, padre Alfonso, colui che vent’anni fa li ha sposati, lui e Giulia, e ha battezzato, comunicato e cresimato Dora, è assente per una visita alla famiglia nel bresciano.

“Ma quando torna?”

“La prossima settimana. Ma può dire anche a me, se è una cosa urgente…”

“Beh, no, in effetti non è urgente”

“Che cosa è successo? Ha pianto?”

“No, no… Cioè sì…”

Non appena ammette di avere pianto, la lacrime riaffiorano abbondanti e padre Marco, un cinquantenne come lui con la barba grigia, una vasta stempiatura e certe labbra sensuali da donna, si dà a consolarlo, passandogli anche un fazzoletto scozzese che non ha un’aria linda sicché lui lo rifiuta tergendosi con la manica della giacca.

“Cosa c’è, vuole parlarne?”

“Beh, preferivo parlare con padre Alfonso che conosce la mia… la nostra situazione.”

“Anch’io la conosco”

“Ah, davvero?…”

Il prete gli fa cenno di sedersi su una panca scura addossata al muro dove anch’egli si accomoda.

“Come sta sua moglie?”

“Ci siamo separati alcuni anni fa…”

“Certo, lo so, e sua figlia Dora? Non si fa più vedere in chiesa…”

“Già”

“Un tempo veniva…”

“Cantava nel coro…”

“Certo e stava con quel ragazzetto magro…”

“Fulvio…”

“Già…”

“Sì, lui è in America, in una scuola di musica, a Boston…”

“E lei, ha smesso di cantare?”

“No… Anzi sì… Non so…”

Il silenzio è rotto dal rumore dei muratori che stanno rifacendo un intonaco lungo il corridoio.

“La comunità non ha funzionato…”

“Sa anche della comunità?”

Quell’affermazione schietta del prete quasi lo ferisce. Vorrebbe rispondergli male. Ma invece chiede:

“Cosa devo fare?”

“Pregare, naturalmente…”

“E poi? Se pregare non basta? Io non voglio perdere mia figlia… E’ tutto quello che ho… Sono disposto a fare qualunque cosa, ma cosa, cosa?…”

“Ha provato a dirglielo, con queste stesse parole?”

“Padre Alfonso un giorno, durante un’omelia, disse di cercare di imitare sempre Gesù…”

“Quindi condividere fino in fondo il dolore e la sofferenza di Dora, non abbandonarla, cercare di non giudicarla anche.”

“Ma chi la giudica, figuriamoci, povero tesoro… Certo… Condividere il dolore. Io semmai giudico me stesso, giudico mia moglie…”

Lo guarda negli occhi. Il prete abbassa il capo.

3. Continua. Clicca qui per leggere la prima puntata e qui per leggere la seconda

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