Erminia Pellecchia
A San Giovanni Maggiore, Napoli

Eduardo in camerino

Una bella mostra di oggetti e "vizi scenici" eduardiani apre le celebrazioni per il trentennale della morte di De Filippo. Una ricorrenza che le istituzioni sembrano aver dimenticato

«Vengo presto in camerino perché mi devo truccare con calma; ci vuole tempo per essere pronto, il trucco è importante. Certi attori pensano che basti uno sguardo, una mossa del volto o del sopracciglio, uno sbattere delle palpebre. Invece io credo che l’attore deve trasformarsi piano piano, truccandosi lentamente e da solo per diventare un altro e prendere l’aspetto in cui vuole trasformarsi. Cambiando l’aspetto viene naturale cambiare anche qualche tono della voce ed adeguare il gesto al personaggio». Maggio 1979, Teatro San Ferdinando di Napoli. Giulio Baffi è ammesso, tra i pochissimi privilegiati, nel santuario di Eduardo De Filippo: ascolta trepidante il vecchio attore che gli svela i misteriosi prodigi di un’arte millenaria, la sua immagine magicamente riflessa dallo specchio mentre segna il volto con la matita e si prepara ad entrare nei panni di uno dei tanti suoi altri “se stesso”. Lo ricorda il critico di Repubblica ed ex direttore dello storico teatro raso al suolo dai bombardamenti (rimase in piedi solo il palcoscenico), ricostruito da Eduardo nel febbraio del ’48 e poi donato, nel 1996, dal figlio Luca al Comune di Napoli.

Quell’amarcord prezioso – tuttora monito per le nuove generazioni di attori – è una delle tante gemme de Il camerino di Eduardo di Giulio Baffi, libretto cameo pubblicato da Dante & Descartes. Ed è proprio quella stanza inviolabile, composta da due piccoli ambienti, che oggi rivive, con intensa suggestione evocativa, nella mostra Eduardo… luoghi, vita e opere, voluta dalla Fondazione Ordine Ingegneri di Napoli in collaborazione con la Fondazione Eduardo De Filippo ed allestita, fino al 29 giugno, nella chiesa di San Giovanni Maggiore di Napoli.

A ricostruire il celebre camerino del San Ferdinando, così come era negli anni Cinquanta, è stato Bruno Garofalo, scenografo di tanti spettacoli di De Filippo. Un set-icona: il parato beige a piccoli fiori, una poltrona dalla cornice di legno nero scolpita, una dormeuse ricoperta di raso marrone che fungeva da divano, tre locandine incorniciate, un grande specchio a parete. La memoria in mostra, in un percorso emozionale scandito lungo le cappelle dell’antica basilica. A trent’anni dalla sua morte Eduardo rivive attraverso chi ha collaborato con lui, si materializza, con la sua creatività, la sua passione, allo sguardo di chi lo ha applaudito o l’ha conosciuto e amato attraverso i libri, il cinema, la televisione. È un viaggio «per assonanze e salti logici – come sottolinea Baffi – in una parte della vita teatrale di Eduardo, attore, regista e drammaturgo».

mostra eduardoEduardo dietro il sipario: in esposizione cinquanta foto dell’archivio di Claudio Garofalo, dal 1970 al 1982 fotografo di scena di De Filippo, locandine di “prime” e programmi originali, oggetti di scena, costumi, accessori per il trucco (pancake, fondotinta e colori, un cartoncino con baffi e basette appuntati su spilli), manoscritti e copioni appuntati e segnati dal lavoro di chi li ha interpretati. Ecco le foto del “baule di compagnia” che fermano momenti di prove e di spettacoli, ecco le immagini ingiallite di vecchie fotografie che rievocano incontri, affetti, esperienze anche cinematografiche. Ecco, tra i pezzi storici, la cassa del Sik Sik del 1979, l’ultima rappresentazione al San Ferdinando del suo testo più amato. Un moltiplicatore di emozioni, il «teatro vola nell’aria», come suggerisce un commosso Giulio Baffi: nelle bacheche realizzate da Rosario Imparato troviamo anche il calco della celebre maschera di Pulcinella che Salvatore De Muto, l’ultimo grande Pulcinella, donò ad Eduardo. Ad arricchire il fascino è poi la colonna sonora ricavata da musiche di scena, da canzoni o composizioni care al “maestro”, inedite testimonianze e registrazioni, mentre nella piccola sala video scorrono filmati in bianco e nero e spezzoni delle ultime commedie “commissionate” dalla Rai.

Più che una mostra di cimeli, questo bellissimo omaggio, non a caso a maggio quando ricorre la nascita di De Filippo, è una bella lezione ad un Paese incapace di ricordare uno dei più grandi uomini di teatro espressi in Italia nel Novecento e a cui il potere culturale sembra ancora mettere il bastone tra le ruote, come ha commentato sulle pagine del Corriere del Mezzogiorno, Dario Fo: «Eravamo i due artisti più rappresentati all’estero, ma davamo un bel po’ di fastidio al nostro ambiente e a chi ne gestiva le sorti». Sì, pare proprio che questo trentennale della scomparsa di Eduardo abbia dato un bel po’ di fastidio alle istituzioni, un obbligo subito e non sentito, portato avanti controvoglia, tra superficialità, negligenza e svogliataggine. Finora solo annunci e manifestazioni sporadiche (da segnalare con lode l’ingresso nel percorso espositivo permanente della Pergola di Firenze del tavolino di Eduardo, bucato al centro per retroilluminare dal basso i copioni poggiati sul piano ed aiutare la sua vista ormai debole). Non c’è alcuna cabina di regia, nessuno, a livello nazionale, che abbia preso in mano le redini per un tributo degno del nome che ha rappresentato l’Italia nel mondo e che, come suggerisce Dario Fo, avrebbe meritato, forse più di lui, il Nobel «per la sua autenticità, la sua grande capacità di scrittura, per l’essere insieme uno straordinario autore, attore e regista anche nelle sue tante prove cinematografiche».

Ben venga, quindi, lo schiaffo di Santa Maria Maggiore. «Abbiamo dimostrato – rimarca Francesco Somma, direttore della Fondazione Eduardo De Filippo – che quando si vuole fare squadra si può». Lui, come il gruppo che ha dato vita a questa splendida, viva esposizione, rimase tremendamente colpito, all’indomani del taglio del nastro – era il 2007 – del San Ferdinando restaurato dopo i danni del terremoto, dello scempio che era stato perpetrato: non esisteva più il camerino di Eduardo perché era stato letteralmente sventrato per costruire la scala di sicurezza. «Nel realizzare questa iniziativa – confida – ho rappresentato il momento di sintesi di questi stati d’animo. L’Ordine degli Ingegneri con sensibilità mi è venuto incontro e, così, abbiamo affiancato la nostra voce alla battaglia del Corriere del Mezzogiorno di affiggere una lapide in ricordo di quel bozzolo sacro in cui si tesseva la seta della recitazione edoardiana». «Un luogo di meditazione e di silenzio dove – come ripete Bruno Garofalo – si svolgeva il mistico rituale dell’attesa». Beh, ci vuole tempo a scrivere una targa, a scegliere il materiale, la forma… La cerimonia doveva celebrarsi in questi giorni, è slittata al 31 ottobre, un ritardo che accettiamo per le assicurazioni dell’assessore alla Cultura del Comune di Napoli, Nino Daniele: «Ci sarà molto di più di una didascalia, il camerino di Eduardo riavrà il camerino di Eduardo. Non una targa affissa su una scatola vuota quale ora è lo spazio al secondo piano del San Ferdinando, ma sul camerino ricostruito nella sua forma originaria dall’architettura agli arredi». Vogliamo crederci.

Così come crediamo e speriamo che si apra finalmente alla Biblioteca nazionale di Napoli la sala De Filippo con il fondo edoardiano, donato lo scorso giugno, dal figlio Luca: ben tremila foto di scena, quindicimila recensioni e articoli dal 1930 al 1984, manoscritti originali, copioni e dischi di Eduardo Scarpetta, documenti tra cui tanta corrispondenza con attori e personaggi del teatro e della cultura italiana del Novecento. Inaugurazione sbandierata, nel cartellone del Forum delle Culture, a maggio. Rinviata.

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