Marco Scotti
Il romanzo del Monte dei Paschi

Profumo di sconfitta

Un uomo di un’intelligenza superiore, divorato da un’ambizione sfrenata: ritratto di Alessandro Profumo, un banchiere di sinistra fatto fuori dalla sinistra

Se esiste un dio della finanza e dell’economia, non lo si può certo accusare di essere privo di senso dell’umorismo. C’è una banca “di sinistra” in Italia? Pare di sì, dovrebbe essere Mps. C’è un banchiere di sinistra in Italia? Strano a dirsi ma c’è, si tratta di Alessandro Profumo. E allora perché non provare a farli sposare? Sarebbe un magnifico matrimonio in comunione d’intenti, oltre che di beni. Solo che succede un fatto inatteso: il banchiere di sinistra viene bloccato proprio nella banca di sinistra, il cui consiglio di amministrazione (per lo più di sinistra) vota contro l’aumento di capitale proposto da Profumo. Che medita le dimissioni, anche se questa volta non potrà contare sul paracadute da 40 milioni di euro che ammorbidì molto il boccone amaro della sua cacciata da Unicredit. Ma che succede nella città del Palio? E perché Profumo, a 56 anni, rischia davvero di aver concluso la propria carriera in Italia? Vediamo brevemente.

L’assunto che Siena è il Montepaschi vale solo se si considera anche il contrario, cioè che la banca più antica del mondo incarna lo spirito della città. “Babbo Monte”, come viene chiamato amichevolmente tra i senesi, è un’istituzione talmente antica e radicata nel territorio che non può essere in alcun modo alienata da Siena. Quando lavorare in banca era una grande aspirazione di una madre per il proprio figlio, Siena era già diventata una città-banca, tanto che era un percorso naturale. Nell’università di Siena, ad esempio, esiste un corso di laurea in Scienze bancarie, in uno dei rari casi di dialogo tra territorio e mondo scolastico. Solo che ora il Monte dei Paschi naviga in acque brutte, bruttissime, quasi drammatiche. Tutto inizia poco prima della crisi, quando la scriteriata acquisizione di Antonveneta costa a Mps la cifra di 9 miliardi di euro. Uno sproposito. Poi arriva la grande crisi, le banche tutte vanno in difficoltà e Mps improvvisamente si ritrova al centro di un lago gelato, mentre il ghiaccio si fa sempre più sottile. A rendere il tutto ancora più drammatico, al collo Mps si appende anche un enorme fardello, un derivato (Santorini) che serve a reperire liquidità nel breve periodo ma che, se le cose si dovessero mettere male, sarebbe un ulteriore cappio.

Ovviamente le cose vanno male. E Mps si ritrova a chiudere il bilancio con un rosso di 4 miliardi di euro. È una cifra enorme, soprattutto se si pensa che le banche italiane hanno retto meglio di molte altre la crisi economica. Arriva il salvagente di Mario Monti e del suo esecutivo, che crea i cosiddetti “Monti Bond”, che dànno un po’ di respiro alla banca. Nel 2012 il presidente Mussari e il direttore generale Vigni vengono sfiduciati dal cda e al loro posto vengono insediati Alessandro Profumo e Fabrizio Viola. La crisi però è ben lungi dal risolversi, anche perché le agenzie di rating continuano a reputare Mps una banca fallita (“a sua insaputa”, tanto per citare un noto politico) e a sconsigliarne caldamente l’acquisto.

Antonella MansiSiamo ai giorni che precedono il Capodanno 2014, quando il piano di Alessandro Profumo e Fabrizio Viola, ovvero un aumento di capitale da 3 miliardi di euro da concludere nel mese di gennaio, viene bocciato da quasi il 70% dei voti presenti in assemblea. A capeggiare il “niet” c’è Antonella Mansi (nella foto), presidente della Fondazione MPS che detiene quasi il 35% del capitale della banca. La Mansi, una 39enne con una volontà d’acciaio, non ha alcuna intenzione di mettere mano al portafoglio, visto che alla fondazione da lei guidata toccherebbe, come quota parte, circa un miliardo. Profumo e Viola non la prendono bene. Soprattutto il primo che, soprannominato “Arrogance” da Dagospia, è sempre passato per l’antipatico di turno. Anche se, è bene dirlo, ha saputo fare di Unicredit una multinazionale del credito e ha provato a tenere in piedi una barca, quella di Mps, che assomiglia più a una tinozza che a una vera imbarcazione. Profumo esce sconfitto per la seconda volta nella sua carriera di banchiere. La prima fu nel 2010, quando, dopo un “golpe” interno alla banca, venne messo alla porta dal consiglio di amministrazione che non tollerava il suo modo di agire autoritario e gli rimproverava un’eccessiva inclinazione a sinistra.

Già, la sinistra, croce e delizia del banchiere genovese. In un mondo in cui il capitale e l’avidità sono sempre stati ai primi posti, l’idea di Profumo che fosse giusto dare una parte dei propri emolumenti per diminuire la forbice sociale cozzava parecchio con le intenzioni degli altri. Profumo è un uomo di un’intelligenza superiore, divorato da un’ambizione sfrenata. E da simpatie politiche poco gradite. Basti pensare che Corrado Passera, che era in fila alle primarie del 2006 del centro-sinistra, ma che non ha mai voluto dichiarare “da che parte stava”, è stato perfino ministro, nonostante le continue reprimende di Carlo De Benedetti. E ora, quale sarà la nuova sfida che aspetta Profumo?

Facebooktwitterlinkedin