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	<title>arte contemporanea Archives - succedeoggi</title>
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	<description>notizie e approfondimenti</description>
	<lastBuildDate>Sat, 06 Jun 2020 19:48:45 +0000</lastBuildDate>
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		<title>Ritorno all&#8217;arte</title>
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		<dc:creator><![CDATA[nicolafano]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 08 Jun 2020 08:00:10 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[arti]]></category>
		<category><![CDATA[arte contemporanea]]></category>
		<category><![CDATA[Danilo Maestosi]]></category>
		<category><![CDATA[Galleria Nazionale d'Arte Moderna di Roma]]></category>
		<category><![CDATA[Maxxi]]></category>
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<p>OPEN: Dice la scritta composta con moduli di legno ai piedi della scalinata di valle Giulia. È l’annuncio con cui la Galleria nazionale d’arte moderna ha sigillato la sua riapertura al pubblico dopo il lungo embargo dell’epidemia, battendo sul tempo tutti gli altri musei romani che in ordine sparsi si sono poi accodati o si stanno accodando: i capitolini, palazzo Braschi, Palaexpo’, palazzo Barberini, il museo Borghese e così via, tra gli ultimi le Scuderie del Quirinale che dal due giugno prorogano e rendono visitabile, con ovvie restrizioni, e prorogano la grande mostra su Raffaello, chiusa dopo appena un giorno di file e di rodaggio.</p>



<p>Alle istituzioni pubbliche si aggiungono di giorno in giorno anche quelle private, comprese molte gallerie, che ripartono pescando opere in archivio e artisti di scuderia.</p>



<p>Un test interessante questa riapertura degli spazi della cultura visiva dopo un embargo di quasi tre mesi. Non tanto per i dati numerici. Cifre ancora piuttosto basse: un centinaio al giorno alla Galleria nazionale, più o meno altrettanti alla Borghese. C’era da aspettarselo: il ritorno al contatto diretto non ha ancora stabilizzato la curva delle attese e delle fobie che inesorabilmente pende verso il recupero dei corpi e dell’aria aperta, le corse, le passeggiate, lo shopping e infine le soste ai tavolini dei bar, complice il bel tempo e l’allentamento delle restrizioni. L’arte al chiuso, che pure ci era stata negata come le <em>apericene</em> e lo struscio davanti alle vetrine del Corso, continua per ora a restare a fondo classifica nella gerarchia dei desideri. Non è un caso che le presenze più alte siano state registrate en plein air al giardino di Boboli di Firenze, venti volte più degli spettatori dei capolavori della Borghese. Tetto – ci si può scommettere – che verrà presto superato dal rientro in scena del Colosseo, anche senza l’assedio dei turisti.</p>



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<div class="wp-block-image"><figure class="alignright size-large is-resized"><img fetchpriority="high" decoding="async" src="https://www.succedeoggi.it/wordpress/wp-content/uploads/2020/06/caravaggio-san-gerolamo-1024x576.jpg" alt="" class="wp-image-59560" width="394" height="221" srcset="https://www.succedeoggi.it/wordpress/wp-content/uploads/2020/06/caravaggio-san-gerolamo-1024x576.jpg 1024w, https://www.succedeoggi.it/wordpress/wp-content/uploads/2020/06/caravaggio-san-gerolamo-350x197.jpg 350w, https://www.succedeoggi.it/wordpress/wp-content/uploads/2020/06/caravaggio-san-gerolamo-768x432.jpg 768w, https://www.succedeoggi.it/wordpress/wp-content/uploads/2020/06/caravaggio-san-gerolamo-1536x864.jpg 1536w, https://www.succedeoggi.it/wordpress/wp-content/uploads/2020/06/caravaggio-san-gerolamo-320x180.jpg 320w, https://www.succedeoggi.it/wordpress/wp-content/uploads/2020/06/caravaggio-san-gerolamo.jpg 1920w" sizes="(max-width: 394px) 100vw, 394px" /><figcaption><span class="has-inline-color has-vivid-red-color">San Gerolamo di Caravaggio alla Galleria Borghese</span></figcaption></figure></div>



<p>Più che legittimo, però, il dubbio, che questa stagione che verrà, almeno qui a Roma, possa non essere una fase di ripresa per i musei, precipitati negli ultimi due o tre anni in una situazione di forte crisi. Non tanto d’incassi o presenze, ma d’identità. Un limbo d’indeterminazione e di cambiamenti che ha coinvolto soprattutto le istituzioni nate a presidiare gli incerti confini dell’arte moderna e contemporanea. Il Maxxi di via Guido Reni che, almeno, tra alti e bassi dopo dieci anni di iniziative sembra aver trovato la sua ragion d’essere e il suo fulcro operativo nella valorizzazione delle sue collezioni, abbracciando un ruolo di accumulo e difesa della memoria, che resta fondante per un museo. Ma continua a sfornare mostre ed esplorazioni del contemporaneo spesso viziate da un appiattimento critico rispetto alla scarsa ricerca di profondità che caratterizza gran parte della produzione artistica circolante.</p>



<p>E ancora il Macro comunale di via Nizza che, accantonato il suo alterno passato d’esordio e voltate ancor più bruscamente le spalle all’esperimento anarchico di Giorgio de Finis, è ancora in attesa di inaugurare dal vivo le trasformazioni da giovane curatore ben introdotto nel sistema dell’arte del nuovo direttore Luca Lo Pinto, che ha già annunciato un format da rivista di tendenza. E poi il nuovo corso del Palaexpo’ che ha appena riaperto le due mostre allestite prima dell’embargo, seguendo due bussole, spesso fumose ed elitarie, comunque piuttosto lontane dai progetti iniziali, con cui era rinato all’inizio degli anni ‘90, di farne il più grande e duttile contenitore espositivo della capitale, calibrato su un pubblico di massa sul modello del Gran Palais parigino: la impostazione da performer dell’artista , Cesare Pietroiusti, chiamato a dirigerlo, e l’attenzione per la divulgazione scientifica dell’assessore comunale Luca Bergamo che lo finanzia. Il risultato è una programmazione a singhiozzo molto diseguale, che salta da un tema all’altro, senza riuscire a fidelizzare un proprio pubblico.</p>



<p>E infine la Galleria nazionale di valle Giulia, che, sotto la direzione di Cristiana Collu, si è lanciata in un esperimento suggestivo ma spericolato: reinventarsi come museo, rinunciando alla sua prevalente tradizione di luogo di raccolta e di esposizione dei cimeli dell’ultimo Ottocento e della prima metà del Novecento per trasformarli in icone intercambiabili dell’arte che è stata e che sarà. Il riallestimento della Galleria trasformato in una mostra dove i singoli pezzi della collezione massicciamente sfrondati per dare aria agli spazi sono stati riallineati e rimontati sala per sala come figurine di un mazzo di carte con accostamenti, associazioni e collanti estetici svincolati da ogni criterio cronologico. Capricci curatoriali in cui il gusto del regista della messinscena si sovrappone al senso e al significato dell’opera, al messaggio e alle intenzioni degli artisti, al loro dialogo con il proprio tempo. Un «tempo», «out of joint», «uscito dai cardini», ci informa il titolo della mostra, che prende ad emblema della contemporaneità, questa angosciata battuta scritta oltre quattro secoli fa da Shakespeare. In quattrocento anni quante volte e in quante forme diverse di fronte ai dolorosi rivolgimenti della storia questo senso di impotenza nel tenere a bada i deragliamenti del tempo si è ripresentato, accendendo e stimolando la fantasia degli artisti che naviga per vocazione i crinali del dubbio e dell’incertezza? Nulla è più relativo che questa costatazione sui trabocchetti di relatività che il tempo ci apre sotto i piedi. Modellarci su il teorema sul quale si è fondata questa drastica riconversione del museo non è stato come costruire un castello con la sabbia? Tanto più che questo riallestimento, annunciato come provvisorio, ha ormai superato la soglia dei due anni e si accinge a proseguire per chissà quanto ancora.</p>



<div class="wp-block-image"><figure class="alignleft size-large is-resized"><img decoding="async" src="https://www.succedeoggi.it/wordpress/wp-content/uploads/2020/06/galleria-nazionale-roma.jpg" alt="" class="wp-image-59561" width="384" height="288" srcset="https://www.succedeoggi.it/wordpress/wp-content/uploads/2020/06/galleria-nazionale-roma.jpg 600w, https://www.succedeoggi.it/wordpress/wp-content/uploads/2020/06/galleria-nazionale-roma-350x263.jpg 350w, https://www.succedeoggi.it/wordpress/wp-content/uploads/2020/06/galleria-nazionale-roma-320x240.jpg 320w" sizes="(max-width: 384px) 100vw, 384px" /></figure></div>



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<p>Certo, all’inizio la novità ha pagato, e le polemiche che l’hanno preceduta e accompagnata hanno fatto da ulteriore cassa di risonanza: il pubblico è aumentato in modo innegabile prima di stabilizzarsi su cifre comunque più alte delle medie del passato, ha pagato la politica della direttrice, riconfermata nel suo incarico, di varare una serie di indovinate mostre di contorno, sconfinando però oltre i limiti degli anni Sessanta che erano stati assegnati alla Galleria per evitare la concorrenza con il Maxxi. Ma il modello di quest’operazione può alla lunga produrre più guasti che benefici, perché si sottrae al compito di misurare e interrogare la durata delle opere d’arte, che resta la scommessa su cui si fonda la nascita e la sopravvivenza stessa di ogni museo e l’accumulo delle sue collezioni. E perché sposa un’idea rassegnata e tutt’altro che problematica di contemporaneità: quella per cui la memoria e il gusto dei fruitori della arti visive sono inesorabilmente dettati dalla abnorme circolazione e accumulazione di immagini ed esperienze virtuali, che surrogano e intaccano il contatto diretto con le opere d’arte, ne impongono valore, significato e consumo anche quando non le possiedono. Già, perché l’universo senza gerarchia di Instagram e dei social, dove un selfie o una foto souvenir valgono quanto l’immagine d’un quadro o d’una istallazione, è solo apparentemente liberatorio, consegna tutti alla superficie e all’indistinto. E se a cavalcarlo è lo stesso sistema dell’arte con le sue convenienze, il suo cinismo e il suo spirito di casta appiattisce il pubblico dei fruitori alla passività e alla rassegnazione per il facsimile, per l’esperienza a distanza. Verso la soluzione spettrale che il nuovo direttore del Macro è deciso ad adottare per le opere della collezione: non aprire i depositi e far ruotare i propri cimeli ma restituirli alla vista in fotografia, tappezzando di riproduzioni le pareti delle sale.</p>



<p>Curioso che l’esperienza forzata del coronavirus, che per mesi ci ha imposto una vita in contumacia non insegni nulla. Non insegni nulla la mobilitazione del ministero dei Beni Culturali che in questa fase d’isolamento ci ha inondato i computer con migliaia di visite simulate a siti archeologici, palazzi, musei, storie e ricostruzioni filmate, persino fumetti. Uno sforzo che potrebbe risultare prezioso se tutti quei materiali raccolti e l’impegno divulgativo che li ha prodotti venissero messi a frutto per introdurre, agevolare e integrare il percorso di visita di un museo. Ma potrebbe trasformarsi in una beffa se, magari per risparmiare i costi di gestione, finisse per autorizzare il personale delle soprintendenze che gestisce quei luoghi a centellinarne le visite e il godimento in presa diretta.</p>
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		<title>Il filo di Maria Lai</title>
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		<dc:creator><![CDATA[nicolafano]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 22 Jul 2019 08:30:50 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[arti]]></category>
		<category><![CDATA[arte contemporanea]]></category>
		<category><![CDATA[Danilo Maestosi]]></category>
		<category><![CDATA[Maria Lai]]></category>
		<category><![CDATA[Maxxi Roma]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Curioso che a dischiudere alla creatività contemporanea una delle poche vie praticabili per lasciarsi alle spalle la palude d’incomunicabilità e aridità in cui è rimasta invischiata sia una voce femminile come quella di Maria Lai (1919-2013), anomala eco che arriva dal pianeta dell’Altra metà dell’arte, ancor oggi il meno popolato, esplorato e aperto alla fama [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Curioso che a dischiudere alla creatività contemporanea una delle poche vie praticabili per lasciarsi alle spalle la palude d’incomunicabilità e aridità in cui è rimasta invischiata sia una voce femminile come quella di Maria Lai (1919-2013), anomala eco che arriva dal pianeta dell’Altra metà dell’arte, ancor oggi il meno popolato, esplorato e aperto alla fama dell’intera galassia.  Ancor più singolare che questa ventata di freschezza espressiva, questo ardore di giovinezza emani da un’autrice fuori schema, spuntata alla ribalta così tardi e da una terra, la Sardegna, così arcaica e isolata da rendere difficile non imprigionarla nella memoria e nelle sembianze di una sorta di eterna vecchiaia, altro pianeta alieno e contro tendenza.</p>
<p>Le stesse marcate impronte di rughe, ricordi e sorrisi di pacata saggezza che ci rimandano del resto le testimonianze e le interviste video, tutte risalenti a pochi anni dalla morte, scelte dai due curatori, Bartolomeo Pietromarchi e Luigia Lonardelli, per scandire i capitoli della mostra, in cartellone fino al 12 gennaio, con cui il Maxxi di via Guido Reni le rende sontuoso ma tardivo omaggio. Liberando finalmente Maria Lai da quella soffocante cornice di preziosa nicchia in cui era, malgrado tanti attestati di stima, imprigionata: una chicca che la platea internazionale veniva invitata a riscoprire di tanto in tanto, come avvenne alla penultima Biennale di Venezia quando la curatrice francese Cristine Macel – non a caso una donna – le consacrò alla memoria il prologo all’ingresso del Padiglione dell’Arsenale.</p>
<p>Da occasionali citazioni ad una retrospettiva a tutto campo. È il salto proposto da questa rassegna. Davvero corposa: oltre ottanta opere che coprono l’intero arco creativo della sua carriera, trascurando giustamente solo il lungo periodo della sua formazione, il suo esordio non particolarmente rilevante come pittrice figurativa. Un film sintetizzato dalle note biografiche esposte a inizio percorso che all’inizio si srotola, senza spiegarci apparentemente nulla. Come ogni vita, una matassa inestricabile di esperienze, tentativi, incontri, amicizie, lutti, frustrazioni, delusioni, andirivieni tra Venezia, Roma e la Sardegna, e nessun filo che, giunta a metà percorso, le indichi la strada da seguire per laurearsi autentica artista di rango. Per questo Maria Lai stacca la spina e per quasi un decennio si chiama fuori, rientrando prima nel suo paese di Ullai, nell’Ogliastra, un borgo antico incastonato da montagne che lasciano un varco alla vista del mare, e poi dove la porta il ruolo di insegnante, che si è scelto per naturale vocazione all’ascolto del mondo dell’infanzia e dell’adolescenza, ma anche per sopravvivere.</p>
<figure><img decoding="async" class="alignright" src="https://www.succedeoggi.it/wordpress/wp-content/uploads/2019/07/maria-lai3-350x258.jpg" />Là, in quel rifugio relativamente appartato, riscopre il tempo che davvero le appartiene, insieme alle voci dei suoi ricordi e della semplice gente che le sta intorno, a quel mestiere di vivere da donna insieme ad altre donne che restituisce concretezza e libertà alla sua presa di coscienza femminista. Alla trascinante calamita del gioco. Al riaffiorare di memorie del suo apprendistato d’accademia cui solo ora comincia a dar senso. Come a quelle criptiche lezioni di Arturo Martini a Venezia, quando il grande maestro in preda alla disillusione tuonava oscure profezie sul futuro della scultura, ormai una lingua per cimiteri, quando esaltava come modello l’arcano mistero delle statuette nuragiche, quando invitava i suoi allievi a misurarsi col vuoto ed le segrete forme racchiuse nella pietra, e poi suggeriva loro di considerare l’arte dello scalpello come la traiettoria di un sasso lanciato in aria.</p>
<p>Un tempo parallelo quello vissuto in Sardegna, ma mai fuori dal tempo, il tempo irrigidito del mondo attorno che in quegli anni gli artisti più impegnati si prefiggevano di cambiare, o comunque di contrastare.</p>
<p>È clima del presessantotto che fa da incubatrice all’arte povera e al trionfo in Italia del pop. E che diventa anche la scintilla della sua svolta creativa. La fase dei telai: il capitolo iniziale e più ricco di questa mostra. Ad Ullai molte donne vivono tessendo tappeti. La forma che Maria Lai ruba ai suoi ricordi è quella degli attrezzi con cui lavorano. Lei li decompone e ricompone sulla tela o su grandi pannelli, sfruttando la sagomatura dello spazio di quelle corde tese per poi aggiungere nei vuoti grandi macchie di colore o ritagli di stoffa. Insomma un intervento a due dimensioni ancora da pittrice, che da vita a immagini trasfigurate di grande tensione, specie nelle prime opere della serie.</p>
<p>Ti avvicini e scopri che quegli ingranaggi che tagliano aguzzi lo spazio sono in realtà assemblaggi di coltelli, cucchiai e forchette di plastica. In quel lavoro che prefigura, da quegli strumenti crudeli che ritrae come relitti in abbandono, emana un senso di sfruttamento, di dolore, di vita vissuta. Solo una di queste macchine parlanti, il resto scolorito e guasto di un vero telaio in disarmo, occupa lo spazio in tutte le tre dimensioni, come una scultura appunto. O meglio ancora, come spiega il titolo che la battezza, un oggetto-paesaggio. L’interno che si proietta all’esterno e viceversa, trovando in questo doppio itinerario verità e profondità.</p>
<p>Il salto successivo è coerente con questa riscoperta d’immaginario femminile, dove oltre alla forma Maria Lai trova anche il segno. Il filo e la filatura come la traccia di un alfabeto segreto e remoto, ogni passaggio d’ago imprime una parola o la sua impronta sbiadita, che evoca il mondo dei libri, dà sfogo alla sua passione per la lettura e per la poesia.</p>
<p>Nasce da qui la serie dei libri cuciti. Grumi sovrapposti di stoffa grezza che Maria Lai squaderna come un volume aperto, pronto a raccogliere una storia da raccontare, un verso che l’ha colpita, il messaggio di in titolo da trasmettere. Ecco tra le opere più emozionanti, Tenendo per mano il sole, la sua  poetica della fantasia da liberare insieme trasformata in un icona di pura poesia: un cerchio di stoffa arancio vivo da cui si dipartono raggi diritti o attorcigliati dello stesso colore. Via via così verso lavori di sempre maggiore astrazione, i libri trasformati in paesaggi interiori  di luci e ombre alternate, i fili di diversi colori che prima mimano la scrittura o si posano a di segnare sagome di animali stilizzati e poi si riversano oltre le pagine in matasse e grumi più densi.</p>
<p><img decoding="async" class="alignleft" src="https://www.succedeoggi.it/wordpress/wp-content/uploads/2019/07/Maria-Lai2-350x388.jpg" />No, no, troppo facile ricorrere alla figura di Penelope. Maria Lai non ha nulla a che fare con la sua rassegnazione. Se mai ricorda Arianna, quel filo dipanato per entrare e uscire dal labirinto. Dentro-fuori. E’ il congegno concettuale e poetico che anima tutti i suoi lavori. Quelli che cuce e imbastisce sono sentieri di viaggi possibili o impossibili ma comunque sognati. Come nella serie del viaggiatore astrale, a mio avviso, il siparietto più intrigante della mostra e il culmine della sua carriera creativa. I fili che disegnano nello spazio mappe immaginarie, continenti alla deriva, isole in cui approdare, cosmogonie in cui perdersi per ritrovare la propria ansia di assoluto. Un gioco, uno dei tanti giochi di cui è costellato il suo percorso, e insieme una sfida da praticare insieme. Come quelli che hanno consegnato la sua figura d’autrice ad esperimenti che le aggiungono un aura leggendaria di vera magia e le assegnano nel linguaggio avaro della critica, il primato di pioniera nell’arte di relazione. È il 1981 quando Maria Lai mette in subbuglio Ullulai, il suo paese, con una performance collettiva intitolata <em>Legarsi alla montagna</em>, immortalata in bianco e nero da un maestro della fotografia come Berengo Gardin. Gli abitanti che si passano di mano in mano rotoli di strisce di jeans ritagliati e con quelle, seguendo ognuno ricordi, storie, liberi collegamenti, trasformano in una ragnatela le strade del borgo.</p>
<p>L’arte ci prende per mano. È il messaggio cucito con filo bianco su una lavagna di stoffa, che Maria Lai si lascia alle spalle. La verità di essere fino all’ultimo se stessi, senza mai dimenticare il rapporto con gli altri, con l’Altro. Ecco la pietra lanciata nel vuoto con cui questa vecchia maestra di saggezza si iscrive nell’albo d’oro della contemporaneità.<a class="synved-social-button synved-social-button-share synved-social-size-16 synved-social-resolution-single synved-social-provider-facebook nolightbox" data-provider="facebook" target="_blank" rel="nofollow" title="condividi su Facebook" href="http://www.facebook.com/sharer.php?u=https%3A%2F%2Fwww.succedeoggi.it%2F%3Fp%3D55736&#038;t=Il%20filo%20di%20Maria%20Lai&#038;s=100&#038;p&#091;url&#093;=https%3A%2F%2Fwww.succedeoggi.it%2F%3Fp%3D55736&#038;p&#091;images&#093;&#091;0&#093;=https%3A%2F%2Fwww.succedeoggi.it%2Fwordpress%2Fwp-content%2Fuploads%2F2019%2F07%2FMaria-Lai1-2.jpg&#038;p&#091;title&#093;=Il%20filo%20di%20Maria%20Lai" style="font-size: 0px;width:16px;height:16px;margin:0;margin-bottom:5px;margin-right:5px"><img loading="lazy" decoding="async" alt="Facebook" title="condividi su Facebook" class="synved-share-image synved-social-image synved-social-image-share" width="16" height="16" style="display: inline;width:16px;height:16px;margin: 0;padding: 0;border: none;box-shadow: none" src="https://www.succedeoggi.it/wordpress/wp-content/plugins/social-media-feather/synved-social/image/social/regular/32x32/facebook.png" /></a><a class="synved-social-button synved-social-button-share synved-social-size-16 synved-social-resolution-single synved-social-provider-twitter nolightbox" data-provider="twitter" target="_blank" rel="nofollow" title="Condividi su Twitter" href="http://twitter.com/share?url=https%3A%2F%2Fwww.succedeoggi.it%2F%3Fp%3D55736&#038;text=Succedeoggi.%20Cultura%20nell%27informazione%20quotidiana" style="font-size: 0px;width:16px;height:16px;margin:0;margin-bottom:5px;margin-right:5px"><img loading="lazy" decoding="async" alt="twitter" title="Condividi su Twitter" class="synved-share-image synved-social-image synved-social-image-share" width="16" height="16" style="display: inline;width:16px;height:16px;margin: 0;padding: 0;border: none;box-shadow: none" src="https://www.succedeoggi.it/wordpress/wp-content/plugins/social-media-feather/synved-social/image/social/regular/32x32/twitter.png" /></a><a class="synved-social-button synved-social-button-share synved-social-size-16 synved-social-resolution-single synved-social-provider-linkedin nolightbox" data-provider="linkedin" target="_blank" rel="nofollow" title="Condividi su Linkedin" href="https://www.linkedin.com/shareArticle?mini=true&#038;url=https%3A%2F%2Fwww.succedeoggi.it%2F%3Fp%3D55736&#038;title=Il%20filo%20di%20Maria%20Lai" style="font-size: 0px;width:16px;height:16px;margin:0;margin-bottom:5px"><img loading="lazy" decoding="async" alt="linkedin" title="Condividi su Linkedin" class="synved-share-image synved-social-image synved-social-image-share" width="16" height="16" style="display: inline;width:16px;height:16px;margin: 0;padding: 0;border: none;box-shadow: none" src="https://www.succedeoggi.it/wordpress/wp-content/plugins/social-media-feather/synved-social/image/social/regular/32x32/linkedin.png" /></a></figure>
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		<title>Le muse di Jim Dine</title>
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		<dc:creator><![CDATA[nicolafano]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 06 Nov 2017 09:00:13 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[arti]]></category>
		<category><![CDATA[arte contemporanea]]></category>
		<category><![CDATA[Jim Dine]]></category>
		<category><![CDATA[Simonetta Milazzo]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Jim Dine è dell’Accademia di San Luca. La prestigiosa istituzione ha eletto nel 2016, nel novero dei suoi membri, il grande artista americano e, dal 27 ottobre al 3 febbraio 2018 a Roma, nella sede di Palazzo Carpegna, il suo lavoro più recente, House of Words (dal ciclo di conferenze tenute nel 2013), si visita, [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Jim Dine è dell’Accademia di San Luca. La prestigiosa istituzione ha eletto nel 2016, nel novero dei suoi membri, il grande artista americano e, dal 27 ottobre al 3 febbraio 2018 a Roma, nella sede di Palazzo Carpegna, il suo lavoro più recente, <em>House of Words</em> (dal ciclo di conferenze tenute nel 2013), si visita, si ammira, si ascolta. Preparatevi a una visione corposa!</p>
<p>Il suo faccione campeggia bianco in mezzo alla sala; lo ha realizzato, scansionando il suo volto, le sue pronunciate orecchie, poi lo ha trasferito in 3D. Il materiale è legno ricoperto di gesso. Intorno ad esso un corteggiamento di muse, alte sopra la sua testa, danzanti e prorompenti dalle forme piene; per nulla classiche, benché tutto abbia avuto inizio presso il Getty Museum di New York. Era il 2007, quando il museo americano gli chiese di misurarsi proprio con l’arte classica e di porsi il quesito su come rispondere ad essa, come reagire. Dine vi trovò all’interno una scultura di Orfeo. Dall’osservazione di piccole statuine di terracotta policroma della Grecia antica nasce e si completa il lavoro che ha portato in questi giorni all’Accademia. Le cinque sculture sono state realizzate in un legno non stagionato, così da conservare in sé elementi di quasi freschezza, più vitali del marmo.</p>
<p>Un legno ricavato da querce rosse americane, prima sgrossato, poi scolpito e interpretato per imprimere una sorta di allusione al movimento, pur nel volutamente angusto spazio in cui sono state collocate le statue per ispirare in qualche misura il maestro tutto volto, poggiato a terra. Sulle pareti intorno, ovunque, dal pavimento al soffitto, si dispiega la rappresentazione di “Flowering Sheets”, ben tradotto in “Fogli in Fiore”. I muri sono il supporto su cui Jim Dine ha trascritto i suoi versi, avvalendosi di una lunga pertica in cima alla quale ha applicato un bastoncino di carboncino, per marcare il suo racconto, le sue osservazioni, il suo autoritratto in poesia; linguaggio che si fa forma in una spiccata enfasi visiva. Le parole sono tracciate sui muri – alcune di esse quasi cancellate, si direbbero sporcate – altre hanno grafie giganti in maiuscolo, oppure impresse in corsivo, altre ancora in chiaro, su fondo macchiato. Altrove invece le scritte sono più minute, ad accavallarsi e a rincorrersi distorte, ma comunque leggibili, ingrandimenti e riduzioni messe a fuoco comunque, che risaltano agli occhi e si soffermano nella mente. Sembra quasi sentirle pronunciare, sottolineare, gridare; sì, l’occhio ascolta!</p>
<figure><img decoding="async" class="alignright" src="https://www.succedeoggi.it/wordpress/wp-content/uploads/2017/11/jim-dine1-350x233.jpg" />Ogni visitatore, alle prese con il meccanismo narrativo, sceglierà cosa vedere, cosa cogliere e sarà con versi come “Petals of rain on the hard crust of day old memory” (petali di pioggia sulla dura crosta di ricordi vecchi di un giorno) o come “Do you agree to send some poems to a person who has always been lost? (saresti disposto a scrivere delle poesie a una persona che è da sempre persa?) che si potrà andare al di là di quel linguaggio apparentemente stabile e si sarà indotti a cercare di capire perché “just above… pure saltwater swimming is a vehicle of lyricism” (appena oltre l’integralismo del nuoto in acque salate, c’è un veicolo di lirismo).</p>
<p>Chi osserva potrà sentirsi invitato a cercare risposte per un mondo da capire, da interpretare nella propria memoria; molti vorranno darsi una spiegazione; chi li leggerà potrà intraprendere anche un viaggio avvincente nell’attualità, una lettura della realtà, ben oltre le pareti di quella stanza, al piano terra di un Palazzo.</p>
<p>Jim Dine, in una performance annunciata per il 7 novembre alle ore 18.30, pronuncerà quei versi in un rinnovato happening, nella Chiesa dei Santi Luca e Martina ai Fori Imperiali. E chissà se in quella occasione, avvertirà l’impulso di apportare piccole modifiche ai testi, come del resto, spiazzando la sua traduttrice, ha già fatto nel breve tempo trascorso tra la consegna all’editore dei brani del catalogo – per altro ricco delle immagini del suo allestimento in corso d’opera – e la generazione, di sua mano, del racconto sulle pareti. È plausibile che piccoli brani li voglia in parte rinnovare; proprio perché egli ha sentito lungo la sua carriera, e sente tutt’ora, il bisogno pressante di attualizzare linguaggio e comunicazione; un po’ alla maniera degli artisti di Fluxus quando affermano “che Il tempo influenza l’arte, che il tempo va inserito nell’arte”, e con i quali non è peregrino rintracciare affinità e sintonia in una fase della sua carriera, carriera segnata anche dalla vicinanza con l’altra tendenza delle arti visive: New Dada. E nonostante che Dine, in realtà, non si riconosca nella corrente neo dadaista, ne fu comunque confermato esponente quando, insieme a Jasper Johns e Robert Rauschemberg, partecipò a “Contemporanea”, organizzata da Incontri Internazionali d’Arte, straordinaria e indimenticabile mostra del 1973 a Roma, a Villa Borghese, nel parcheggio sotterraneo da poco costruito, in quell’occasione ancora vuoto. Per nulla, invece &#8211; e vale la pena di ribadirlo – Jim Dine è associabile alla Pop Art, da cui si è distaccato pressoché da subito, nonostante svariati tentativi, da parte di certa critica, di assimilarlo a quella corrente.</p>
<p>Oltre a “The Muse”, Dine ha portato con sé un lavoro inedito e completo: un ciclo pittorico del 2015, dal titolo “Seven Black Paintings”. Sette opere poste all’interno di altre due sale dell’Accademia, che raccontano del maestro non solo il suo essere poliedrico, “…la controllata versatilità…” (Alberto Boatto, 1965), ma testimoniano anche la svolta, a far data dal 2013, dell’artista ottantenne verso l’astrattismo. Su di esse il pigmento in nero è senza dubbio presente, ma insieme a un dispiego di altri colori accesi e di elementi materici come grumi di sabbia in evidenza a marcare intrecci e “smarginamenti” di pittura acrilica e carboncino; una drammatizzazione del colore, un colore né quieto, né pacato. “There is an abstract career”, “C’è una carriera nell’astratto”…<a class="synved-social-button synved-social-button-share synved-social-size-16 synved-social-resolution-single synved-social-provider-facebook nolightbox" data-provider="facebook" target="_blank" rel="nofollow" title="condividi su Facebook" href="http://www.facebook.com/sharer.php?u=https%3A%2F%2Fwww.succedeoggi.it%2F%3Fp%3D48695&#038;t=Le%20muse%20di%20Jim%20Dine&#038;s=100&#038;p&#091;url&#093;=https%3A%2F%2Fwww.succedeoggi.it%2F%3Fp%3D48695&#038;p&#091;images&#093;&#091;0&#093;=https%3A%2F%2Fwww.succedeoggi.it%2Fwordpress%2Fwp-content%2Fuploads%2F2017%2F11%2Fjim-dine2.jpg&#038;p&#091;title&#093;=Le%20muse%20di%20Jim%20Dine" style="font-size: 0px;width:16px;height:16px;margin:0;margin-bottom:5px;margin-right:5px"><img loading="lazy" decoding="async" alt="Facebook" title="condividi su Facebook" class="synved-share-image synved-social-image synved-social-image-share" width="16" height="16" style="display: inline;width:16px;height:16px;margin: 0;padding: 0;border: none;box-shadow: none" src="https://www.succedeoggi.it/wordpress/wp-content/plugins/social-media-feather/synved-social/image/social/regular/32x32/facebook.png" /></a><a class="synved-social-button synved-social-button-share synved-social-size-16 synved-social-resolution-single synved-social-provider-twitter nolightbox" data-provider="twitter" target="_blank" rel="nofollow" title="Condividi su Twitter" href="http://twitter.com/share?url=https%3A%2F%2Fwww.succedeoggi.it%2F%3Fp%3D48695&#038;text=Succedeoggi.%20Cultura%20nell%27informazione%20quotidiana" style="font-size: 0px;width:16px;height:16px;margin:0;margin-bottom:5px;margin-right:5px"><img loading="lazy" decoding="async" alt="twitter" title="Condividi su Twitter" class="synved-share-image synved-social-image synved-social-image-share" width="16" height="16" style="display: inline;width:16px;height:16px;margin: 0;padding: 0;border: none;box-shadow: none" src="https://www.succedeoggi.it/wordpress/wp-content/plugins/social-media-feather/synved-social/image/social/regular/32x32/twitter.png" /></a><a class="synved-social-button synved-social-button-share synved-social-size-16 synved-social-resolution-single synved-social-provider-linkedin nolightbox" data-provider="linkedin" target="_blank" rel="nofollow" title="Condividi su Linkedin" href="https://www.linkedin.com/shareArticle?mini=true&#038;url=https%3A%2F%2Fwww.succedeoggi.it%2F%3Fp%3D48695&#038;title=Le%20muse%20di%20Jim%20Dine" style="font-size: 0px;width:16px;height:16px;margin:0;margin-bottom:5px"><img loading="lazy" decoding="async" alt="linkedin" title="Condividi su Linkedin" class="synved-share-image synved-social-image synved-social-image-share" width="16" height="16" style="display: inline;width:16px;height:16px;margin: 0;padding: 0;border: none;box-shadow: none" src="https://www.succedeoggi.it/wordpress/wp-content/plugins/social-media-feather/synved-social/image/social/regular/32x32/linkedin.png" /></a></figure>
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		<title>Un&#8217;arte impalpabile</title>
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		<dc:creator><![CDATA[nicolafano]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 12 Oct 2017 08:00:50 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[arti]]></category>
		<category><![CDATA[arte contemporanea]]></category>
		<category><![CDATA[Danilo Maestosi]]></category>
		<category><![CDATA[Palaexo]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Digital life. Come suona bene, come scivola via morbido nel fruscio della lingua inglese il titolo della mostra sui nuovi linguaggi della creatività, che per l’ottavo anno consecutivo affianca il Roma Europa Festival. E che per la prima volta approda fino al 7 gennaio nelle sale del Palaexpo, che l’assessore comunale alla cultura Luca Bergamo [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Digital life. Come suona bene, come scivola via morbido nel fruscio della lingua inglese il titolo della mostra sui nuovi linguaggi della creatività, che per l’ottavo anno consecutivo affianca il Roma Europa Festival. E che per la prima volta approda fino al 7 gennaio nelle sale del Palaexpo, che l’assessore comunale alla cultura Luca Bergamo vorrebbe consacrare alla divulgazione scientifica.</p>
<p>Digital Life. Sì, proprio un titolo suadente come un canto di sirene, che accomuna e nasconde la distanza e i conflitti tra due  abissi tutt’altro che semplici da saldare con un ponte di sicura e indolore armonia: la vita che è un fine e una misura d’umanità e la tecnologia digitale che è uno strumento sempre meno rassegnato ad un ruolo subalterno, sempre più orientato a sostituirla e snaturarla con altri artifici.</p>
<p>Il rischio per gli artisti di oggi, giustamente tentati dall’attraversare questi laboratori dove si distilla il futuro, è di rimanere in superficie e scivolare verso esperienze da lunapark sensoriali. Come quella che ci propone la croata Ivana Franke. Una stanza immersa nel buio rotto solo da una luce che proiettata su impalcature geometriche e deviata da velature trasparenti si frantuma in scie di puntini lucenti che rendono vacillante e spaesato lo sguardo. O come la macchina ancora più sofisticata che il gruppo Granular-Synthesis ripresenta al Palaexpo in una versione in 3D. Una sala circolare completamente fasciata da uno schermo su cui scorrono a velocità vertiginosa spezzoni di immagini, superfici squarciate, sporgenze, guizzi di serpenti dilatati dagli speciali occhialetti che il visitatore indossa. Un turbine improvvisamente interrotto da una sorta di imbuto che si apre sui lati, inghiottendo ogni cosa e trascinando con sè lo sguardo che a questi fantasmi si era aggrappato. Un trucco da illusionisti, ma non male l’idea di associare allo sballo visivo il senso del precipizio, della distruzione. Non una proposta di disintossicazione ma almeno un segnale di pericolo.</p>
<p>Cavalca invece, porgendocela come un appiglio d’immedesimazione, la via più lieve di una stralunata poesia l’installazione realizzata da Robert Henke: in terra un tappeto di polvere di fosforo, in alto un proiettore di raggi ultravioletti che scava e disegna tracciati luminosi e ondulati come solchi di un processo di erosione. La polvere si accende come una miccia, compone una ragnatela semovente di piccoli lampi come stessimo osservando un volo di lucciole.</p>
<figure><img decoding="async" class="alignright" src="https://www.succedeoggi.it/wordpress/wp-content/uploads/2017/10/DL_BIM_Kranioti-Evangelia_Obscuro-Barroco-350x197.jpg" />L’opera più riuscita di questa immersione totale in un universo di immagini in movimento e presagi del futuro che ci attende è un lungo video, <em>Allegoria sacra</em>, firmato da AES+f, un collettivo russo che associa creativi di varie discipline, moda, pubblicità, architettura, design e si è imposto in tutte le più importanti ribalte internazionali. È una tragica e grottesca epopea in vari quadri. Ambientata nella sala d’attesa d’un aeroporto che è insieme teatro e dimensione esistenziale di un tempo sospeso e intermittente che cuce insieme con apparente distacco passato e futuro. A popolarlo è un cast di personaggi improbabili anche se catturati dalla realtà meticcia di oggi o da un rigurgito di leggende antiche: tra hostess e passeggeri di varie etnie c’è un poliziotto travestito con una corazza medievale, un San Sebastiano trafitto, un centauro con una capigliatura punk, un vecchio che agonizza su una barella, e così via. Un cast di attori che si muovono al rallentatore, ripetendo gesti che però cambiano continuamente come le parti che il copione assegna loro. Tutti ora vittime e ora carnefici, pietrificati in volti e corpi inespressivi e patinati da rivista di moda che non lasciano trasparire alcuna emozione. Fuori nevica. Tra gli aerei che atterrano nella nebbia ce n’è anche uno enorme camuffato da dragone cinese. Poi di colpo la scena cambia. Esplode improvvisa la violenza. Colpi di pistola, coltelli acuminati, teste decapitate che rotolano nella hall, tessere di un gioco al massacro di cui non si comprendono le regole. E ora ecco siamo in una foresta tropicale. Tra i passeggeri appaiono le sagome di un gruppo di selvaggi, il corpo dipinto come scheletro. Uno scaglia in aria una lancia ed ecco atterrare nella foresta anche un disco volante. Saltate le rigide partiture della storia umana. Saltati i confini tradizionali: un film?, un balletto?, uno spot pubblicitario dilatato a dismisura?, un nuovo genere di spettacolo per una platea narcisa? Tutto questo insieme: una miscela di contaminazioni che con glaciale distacco e abili manipolazioni subliminali ci precipita nel caos del mondo globalizzato di oggi. Un sasso che affonda in una palude di finta e insensata bellezza, ne rompe la superficie.</p>
<p><img decoding="async" class="alignleft" src="https://www.succedeoggi.it/wordpress/wp-content/uploads/2017/10/1-09_AESF_Allegoria_Sacra_1chnl_still-A4-300-350x197.jpg" />La mostra si conclude con due passerelle riservate a due fondazioni romane, create da assidui collezionisti del contemporaneo: la Fondazione Giuliani e la Nomas Foundation. Opere d’arte realizzate da artisti da mercato e da museo che hanno scelto il linguaggio delle immagini in movimento, sfruttando la libertà, a nostro avviso eccessiva, che il circuito di circolazione di questi prodotti gli concede. Libertà di utilizzare ogni tipo di codice, invadendo a volte con spudorata ignoranza territori di comunicazione altrui, come la fiction cinematografica e il documentario. O puntando su percorsi di autolegittimazione concettuale. Con risultati molto difformi. La scommessa più interessante è quella della Nomas, che ha deciso di riservare la sua variegata compilation di video ad una platea di bambini e ragazzi, età dalle elementari alle medie. Alle proiezioni saranno accoppiate conferenze e lezioni dal vivo tenute da esperti o dagli stessi autori, secondo un calendario ancora da stabilire. Il canto di sirene del futuro che avanza approda così nelle scuole. Chissà che questi tentativi di addestramento non partoriscano categorie di giudizio meno sommarie e complici di quelle di oggi, e offrano agli allievi qualche utile scudo per difendersi dal rumore e dall’abbraccio incondizionato delle mutazioni innescate dalle tecnologie di comunicazione di massa, che avvolgono e minacciano la condizione umana di questo nuovo millennio.</p>
<p><img decoding="async" class="alignright" src="https://www.succedeoggi.it/wordpress/wp-content/uploads/2017/10/DL-HENKE-Phosphor_300dpi-r-350x185.jpg" />Digital life. Attenti a consegnarci mani e piedi, testa e pancia, al dominio e alla fascinazione dell’intelligenza artificiale delle macchine. L’avviso ai naviganti echeggia più scandito, per una curiosa e non calcolata coincidenza, da due istallazioni esposte sempre qui al Palaexpo, ma in un’altra mostra, ben confezionata e ben impaginata, allestita al secondo piano del padiglione di via Nazionale e intitolata <em>Mangasia</em>, per raccontare le origini e l’inarrestabile ascesa in tutto l’Oriente dei fumetti manga giapponesi. Quasi duecento anni di storia che parte degli schizzi burleschi del pittore Hokusai e altri artisti a cavallo tra Settecento e Ottocento, e si trasforma in un business colossale che contagia con infinite varianti l’immensa area di tutti i paesi vicini, dall’India alle Filippine, dal Bangladesh al Pakistan, dalle due Coree alla Cina. Per gli appassionati dei fumetti e non solo uno scrigno di chicche preziose e divertenti scoperte.</p>
<p>La prima crepa di inquietudine è introdotta da uno schermo su cui scorre un filmato che documenta uno spettacolo in un locale di Tokio. Del vivo o quasi dal vivo. Perché in basso a saltellare e agitare le braccia è un pubblico vero. Ma sul palco a tenere quel concerto da sballo è un complesso ologramma che da voce e vita a tre dimensioni ad una celebre eroina dei manga. Un fantasma. Un canto di sirena appunto. In quale mare, contro quali scogli ci attende il naufragio?</p>
<p><img decoding="async" class="alignleft" src="https://www.succedeoggi.it/wordpress/wp-content/uploads/2017/10/DL-Bruyère-350x259.jpg" />La seconda stonatura è il rimbalzo d’allarme di un gioco interattivo, ancora apparentemente più innocuo, offerto a fine percorso. Sullo schermo gigante a tutta parete c’è un enorme robot, visto e  rivisto in uno dei tanti cartoni per la tv, che se ne sta dritto e immobile contro uno sfondi di grattacieli. Giù in basso c’è una grande macchina da ripresa azionata da un computer e puntata verso una pedana, dove a turno chi vuole è invitato a salire e a muoversi come gli pare. Ogni gesto però si trasmette a quel Golem su in alto che così riprende vita. Lo obbliga a imitarlo e ripeterlo. A balzare in avanti minaccioso se ci si sbraccia in modo troppo aggressivo. A scalciare i bidoni che ha di fronte se chi sta in pedana agita i piedi e si mette a ballare. Una mimesi da algoritmi binari. Un’attrazione trapiantabile in ogni casa, se si compra la macchina giusta. È il futuro virtuale che batte alle porte. Uno o due passi in più e si entra nell’incubo di Blade Runner.<a class="synved-social-button synved-social-button-share synved-social-size-16 synved-social-resolution-single synved-social-provider-facebook nolightbox" data-provider="facebook" target="_blank" rel="nofollow" title="condividi su Facebook" href="http://www.facebook.com/sharer.php?u=https%3A%2F%2Fwww.succedeoggi.it%2F%3Fp%3D48460&#038;t=Un%E2%80%99arte%20impalpabile&#038;s=100&#038;p&#091;url&#093;=https%3A%2F%2Fwww.succedeoggi.it%2F%3Fp%3D48460&#038;p&#091;images&#093;&#091;0&#093;=https%3A%2F%2Fwww.succedeoggi.it%2Fwordpress%2Fwp-content%2Fuploads%2F2017%2F10%2FDL_BIM_Kranioti-Evangelia_Obscuro-Barroco-350x197.jpg&#038;p&#091;title&#093;=Un%E2%80%99arte%20impalpabile" style="font-size: 0px;width:16px;height:16px;margin:0;margin-bottom:5px;margin-right:5px"><img loading="lazy" decoding="async" alt="Facebook" title="condividi su Facebook" class="synved-share-image synved-social-image synved-social-image-share" width="16" height="16" style="display: inline;width:16px;height:16px;margin: 0;padding: 0;border: none;box-shadow: none" src="https://www.succedeoggi.it/wordpress/wp-content/plugins/social-media-feather/synved-social/image/social/regular/32x32/facebook.png" /></a><a class="synved-social-button synved-social-button-share synved-social-size-16 synved-social-resolution-single synved-social-provider-twitter nolightbox" data-provider="twitter" target="_blank" rel="nofollow" title="Condividi su Twitter" href="http://twitter.com/share?url=https%3A%2F%2Fwww.succedeoggi.it%2F%3Fp%3D48460&#038;text=Succedeoggi.%20Cultura%20nell%27informazione%20quotidiana" style="font-size: 0px;width:16px;height:16px;margin:0;margin-bottom:5px;margin-right:5px"><img loading="lazy" decoding="async" alt="twitter" title="Condividi su Twitter" class="synved-share-image synved-social-image synved-social-image-share" width="16" height="16" style="display: inline;width:16px;height:16px;margin: 0;padding: 0;border: none;box-shadow: none" src="https://www.succedeoggi.it/wordpress/wp-content/plugins/social-media-feather/synved-social/image/social/regular/32x32/twitter.png" /></a><a class="synved-social-button synved-social-button-share synved-social-size-16 synved-social-resolution-single synved-social-provider-linkedin nolightbox" data-provider="linkedin" target="_blank" rel="nofollow" title="Condividi su Linkedin" href="https://www.linkedin.com/shareArticle?mini=true&#038;url=https%3A%2F%2Fwww.succedeoggi.it%2F%3Fp%3D48460&#038;title=Un%E2%80%99arte%20impalpabile" style="font-size: 0px;width:16px;height:16px;margin:0;margin-bottom:5px"><img loading="lazy" decoding="async" alt="linkedin" title="Condividi su Linkedin" class="synved-share-image synved-social-image synved-social-image-share" width="16" height="16" style="display: inline;width:16px;height:16px;margin: 0;padding: 0;border: none;box-shadow: none" src="https://www.succedeoggi.it/wordpress/wp-content/plugins/social-media-feather/synved-social/image/social/regular/32x32/linkedin.png" /></a></figure>
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		<title>L&#8217;arte che appare</title>
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		<dc:creator><![CDATA[nicolafano]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 03 Apr 2017 08:00:59 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[Danilo Maestosi]]></category>
		<category><![CDATA[Francesca Antonini]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Abbi cura di me. Più che un titolo è un’invocazione questa breve frase che battezza la nuova mostra di Gregorio Botta, in corso fino a maggio nello spazio di Francesca Antonini in via Capo le case che ha rilevato sede e attività dello storica galleria romana Il Segno. Una confessione di fragilità camuffata in un [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Abbi cura di me. Più che un titolo è un’invocazione questa breve frase che battezza la nuova mostra di Gregorio Botta, in corso fino a maggio nello spazio di Francesca Antonini in via Capo le case che ha rilevato sede e attività dello storica galleria romana Il Segno. Una confessione di fragilità camuffata in un appello alla complicità e alla clemenza, a sua volta traslocato dall’autore alle opere che espone. Ed è già un gesto raro questo mettersi a nudo dell’artista, questo spogliarsi di ciò che ha partorito e concedergli, con la sofferenza e le paure di un padre consapevole, la libertà e il rischio di esistere. Raro e fuori copione nel panorama del contemporaneo così sovraccarico di sfide arroganti, di transfert ignoranti e superficiali dall’opera al suo processo d’ideazione e gestazione che inaridiscono comunicazione e partecipazione.</p>
<p>Sulla comunicazione, invece, Gregorio Botta, 65 anni, napoletano di nascita, romano d’adozione, ha invece investito tutta la sua vita, sdoppiata in due carriere diverse e parallele. Prima come giornalista, lunga gavetta a <em>l’Unità</em> prima di passare a <em>Repubblica</em> dove ha raggiunto la vicedirezione. Poi, anche, dopo i trent’anni, come artista: studi di formazione all’Accademia, mostra d’esordio nel ’91, preludio ad un curriculum di tutto rilievo e ormai di caratura internazionale. Due modi diversi di cercare una verità possibile, chiedere e ottenere ascolto. Più difficile, forse, per chi sceglie il cammino dell’arte e si spinge oltre i confini apparentemente certi delle parole puntando al non detto. Per raggiungere questo traguardo Gregorio Botta ha operato per sottrazione. Rinuncia ai linguaggi tradizionali e alle fascinazioni del colore ma non al segno. Uso di materiali diversi presi in prestito dalla stupefacente valigia d’attrezzi della natura, dei suoi elementi primari, acqua, terra, aria, fuoco e dei loro derivati. E un modo, tutto suo, di scavare attorno ad ogni opera un vuoto zen di raccoglimento e silenzio. Celebrando una sorta di rito d’iniziazione, come se, ogni volta che la guardiamo quest’opera, sentissimo, come teorizzava Luigi Ghirri, un maestro della fotografia, che è la prima e ultima volta. L’ingresso in una stanza segreta dove qualunque storia ha un volto antico, una presenza remota.</p>
<figure><img decoding="async" class="alignright" src="https://www.succedeoggi.it/wordpress/wp-content/uploads/2017/04/gregorio-botta3-350x234.jpeg" alt="gregorio botta3" />Ma a volte neppure questa intenzione basta a suscitare dialogo. Ed ecco allora le opere di questa mostra sussurrarci: abbi cura di me. Come fossimo di fronte ad un altarino dei Lari. Invitati a trasformare in commozione sorpresa e stupore.</p>
<p>Sicuramente un atto di devozione alla magia della luce l’istallazione che domina la parete più grande della galleria. Contro il bianco, un campionario di piccole ciotole d’acqua e di piccoli supporti murati. Tutto qui. Il resto sono gli effetti di rifrazione dei piccoli riflettori appesi al soffitto che disegnano ombre e contorni volubili di penombra. Una cerimonia di apparizioni immateriali. Ripetuta in mostra da altre varianti di dimensioni ridotte: il muro alle spalle delle ciotole bordato di fasce nere e bianche solcate da segni e sfumature, l’acqua sostituita da un liquido più denso e violaceo. L’arte ridotta alla essenza del suo continuo perdere e prendere forma. Diventare artificio. Come si rivela il parallelepipedo nero istallato davanti ad un riquadro di cera fusa color ambra pallida che incornicia il disegno di un cerchio. Dall’involucro parte un raggio invisibile che aggiunge a quel segno il ricalco sbavato di una sorta di matita luminosa, un serpente sfavillante che si raggomitola su quella mela poi torna ipnotico a scomparire e a riapparire. Un misto di perfezione e imperfezione, paradiso e inferno.<a class="synved-social-button synved-social-button-share synved-social-size-16 synved-social-resolution-single synved-social-provider-facebook nolightbox" data-provider="facebook" target="_blank" rel="nofollow" title="condividi su Facebook" href="http://www.facebook.com/sharer.php?u=https%3A%2F%2Fwww.succedeoggi.it%2F%3Fp%3D45011&#038;t=L%E2%80%99arte%20che%20appare&#038;s=100&#038;p&#091;url&#093;=https%3A%2F%2Fwww.succedeoggi.it%2F%3Fp%3D45011&#038;p&#091;images&#093;&#091;0&#093;=https%3A%2F%2Fwww.succedeoggi.it%2Fwordpress%2Fwp-content%2Fuploads%2F2017%2F04%2Fgregorio-botta1.jpeg&#038;p&#091;title&#093;=L%E2%80%99arte%20che%20appare" style="font-size: 0px;width:16px;height:16px;margin:0;margin-bottom:5px;margin-right:5px"><img loading="lazy" decoding="async" alt="Facebook" title="condividi su Facebook" class="synved-share-image synved-social-image synved-social-image-share" width="16" height="16" style="display: inline;width:16px;height:16px;margin: 0;padding: 0;border: none;box-shadow: none" src="https://www.succedeoggi.it/wordpress/wp-content/plugins/social-media-feather/synved-social/image/social/regular/32x32/facebook.png" /></a><a class="synved-social-button synved-social-button-share synved-social-size-16 synved-social-resolution-single synved-social-provider-twitter nolightbox" data-provider="twitter" target="_blank" rel="nofollow" title="Condividi su Twitter" href="http://twitter.com/share?url=https%3A%2F%2Fwww.succedeoggi.it%2F%3Fp%3D45011&#038;text=Succedeoggi.%20Cultura%20nell%27informazione%20quotidiana" style="font-size: 0px;width:16px;height:16px;margin:0;margin-bottom:5px;margin-right:5px"><img loading="lazy" decoding="async" alt="twitter" title="Condividi su Twitter" class="synved-share-image synved-social-image synved-social-image-share" width="16" height="16" style="display: inline;width:16px;height:16px;margin: 0;padding: 0;border: none;box-shadow: none" src="https://www.succedeoggi.it/wordpress/wp-content/plugins/social-media-feather/synved-social/image/social/regular/32x32/twitter.png" /></a><a class="synved-social-button synved-social-button-share synved-social-size-16 synved-social-resolution-single synved-social-provider-linkedin nolightbox" data-provider="linkedin" target="_blank" rel="nofollow" title="Condividi su Linkedin" href="https://www.linkedin.com/shareArticle?mini=true&#038;url=https%3A%2F%2Fwww.succedeoggi.it%2F%3Fp%3D45011&#038;title=L%E2%80%99arte%20che%20appare" style="font-size: 0px;width:16px;height:16px;margin:0;margin-bottom:5px"><img loading="lazy" decoding="async" alt="linkedin" title="Condividi su Linkedin" class="synved-share-image synved-social-image synved-social-image-share" width="16" height="16" style="display: inline;width:16px;height:16px;margin: 0;padding: 0;border: none;box-shadow: none" src="https://www.succedeoggi.it/wordpress/wp-content/plugins/social-media-feather/synved-social/image/social/regular/32x32/linkedin.png" /></a></figure>
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		<title>Il graffio di Basquiat</title>
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		<dc:creator><![CDATA[nicolafano]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 27 Mar 2017 08:30:27 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[arti]]></category>
		<category><![CDATA[Andy Warhol]]></category>
		<category><![CDATA[arte contemporanea]]></category>
		<category><![CDATA[Chiostro del Bramante]]></category>
		<category><![CDATA[Danilo Maestosi]]></category>
		<category><![CDATA[Gianni Mercurio]]></category>
		<category><![CDATA[Jean Michael Basquiat]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Nella sua dorata spudoratezza Andy Warhol, superstar del mercato e gran maestro della New York più trendy, lo aveva capito da tempo. Mancava una voce per completare la grande sinfonia corale sui vizi e le miserie della cultura di massa che la pop art americana aveva cominciato a comporre venti anni prima: la voce trasgressiva, [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Nella sua dorata spudoratezza Andy Warhol, superstar del mercato e gran maestro della New York più trendy, lo aveva capito da tempo. Mancava una voce per completare la grande sinfonia corale sui vizi e le miserie della cultura di massa che la pop art americana aveva cominciato a comporre venti anni prima: la voce trasgressiva, il rancore delle vite a perdere della strada. Mancavano a pungolare la cattiva coscienza della Manhattan borghese gli insulti, gli sberleffi, le denunce rabbiose, le immagini dissacranti : la lingua dei graffiti sui muri. La carica eversiva del rock si era esaurita insieme al misticismo libertario e al pacifismo della beat generation: per cambiar musica bisognava dare ascolto alla frenesia sincopato del rap, spazio al gesto scomposto del punk, microfono alla rabbia delle minoranze nere, al disagio degli ultimi.</p>
<p>Il talento onnivoro di Jean-Michael Basquiat (1960-1988), un nero figlio di genitori haitiani, autore di indecifrabili poesie e icone selvagge graffiate sui muri, artista autodidatta, musicista di una band fuori asse che si esibiva nei locali più <em>in </em>della Grande Mela emerse a incarnare e abitare questo complesso castello di attese e sensi di colpa. Ottenendo dopo un paio di stagioni di promozione pilotate da una gallerista italiana trapiantata negli Usa e sigillato da un quasi immediato successo di mercato, l’investitura ufficiale di Warhol che nel 1983 gli aprì la porte della sua factory. E attraversando come una meteora la scena newyorchese e internazionale. Otto anni di fuoco dall’inizio degli anni Ottanta fino a quella fatale overdose che nel 1988 chiuse tragicamente la sua avventura. Una vertiginosa corsa verso l’autodistruzione su cui riaccende i riflettori una ricca mostra, oltre cento lavori provenienti dalla raccolta del suo più importante collezionista, portata in scena con la cura di Gianni Mercurio, uno specialista della pop art, al Chiostro del Bramante.</p>
<figure><img decoding="async" class="aligncenter" src="https://www.succedeoggi.it/wordpress/wp-content/uploads/2017/03/basquiat3.jpg" alt="basquiat3" />Trent’anni dopo, questa rivisitazione è occasione preziosa per prendere le misure ad un artista così osannato e così fuori copione, allontanando quella morte così ingombrante che ha inserito Basquiat nel girone gettonatissimo degli autori maledetti. E per separare l’aura mitica del personaggio dal valore delle sue opere. Impresa quasi impossibile. Perché per un istrione performativo come questo infelice ragazzo dalla pelle nera, schiavo della precoce ambizione di diventare ricco e famoso, dimostrazione vivente della forza pervasiva e trainante del sogno americano, per questo fascinoso Narciso ipertrofico che ci spia superbo e imbronciato dalle fotografie disseminate lungo il percorso, la maschera che si era costruito era così aderente alla pelle da impedire di staccarla. E perché lui stesso non riusciva a prendere distanza dai propri lavori: i biografi raccontano che usava le tele come tappeti, specchi e protesi del suo corpo, ci si sdraiava su per dormire, ci scriveva indirizzi e appunti.</p>
<p>Più utile, seguendo le bussole discrete con cui il curatore Gianni Mercurio ci guida, liberare almeno il campo dell’impressione errata di un artista incolto e selvaggio: Basquiat era un lettore accanito che sapeva mettere a frutto le sue letture, dai romanzi ai fumetti, una carta assorbente capace di assimilare e rielaborare incontri, esperienze, amicizie. Illuminante una galleria di piatti di ceramica con cui Baquiat rende omaggio ai maestri e compagni di strada, di oggi e del passato, che lo hanno in vario modo inspirato: la schiera al completo di autori della pop art, da Warhol a Rauschenberg, ma anche la sfida manierista di Michelangelo, le esplorazioni tecnologiche di Nam June Park, i cartoni animati di Walt Disney, le foto di Man Ray, la ricerca raffinata del brivido di Hitchcock, le architetture di Frank Lloyd Wright, i burattini stilizzati di Keith Haring con cui divise il suo esordio di graffitaro, le tracce di scrittura che solcavano i quadri di Cy Twombly, offrendo nuovo ancoraggio ai suoi deliri verbali, e persino il primitivismo esoterico di Franco Clemente, maestro emergente della transavanguardia italiana trasmigrato a New York. Dediche personalizzate da secchi e concisi tratti di pennello, a confermare una vocazione per il disegno che sottrae all’universo naif la creatività di Basquiat.</p>
<p><img decoding="async" class="aligncenter" src="https://www.succedeoggi.it/wordpress/wp-content/uploads/2017/03/basquiat2.jpg" alt="basquiat2" />Servono fari per immergersi in apnea nel proprio caos interiore come fa Basquiat e poi riemergerne senza affogare. Portando a galla come tesori frammenti delle sue ricorrenti ossessioni. Un’ossessione la maschera della morte che gli danza davanti in ogni momento come un fantasma. E iscrive in tutti o quasi i suoi quadri. Un’ossessione l’attenzione maniacale per la macchina invisibile del corpo umano, memoria indelebile di un libro illustrato che gli misero in mano quando bambino fu ricoverato in ospedale con un gomito rotto. Esperienza che alimenta molti dei suoi lavori più riusciti: difficile dimenticare il pugno allo stomaco di quelle braccia protese come reperti anatomici che squarciano due grandi tele nella terza sala, non essere colpiti da quel sintetico campionario di ossa, sintetiche orme bianche su sfondo nero, che evoca le sue prime esperienze di grafica. Un’ossessione la coscienza della negritudine , radice ancestrale di cui come artista si erge a unico interprete.</p>
<p>Un’ossessione quel vezzo di firmarsi sin dagli esordi con una corona reale , quasi ad imitare la spavalda gigioneria di Cassius Clay. Un corpo a corpo con la vita che lo ha accompagnato verso una morte precoce. Troppo fragile per sopportare il peso di tante ambizioni.<a class="synved-social-button synved-social-button-share synved-social-size-16 synved-social-resolution-single synved-social-provider-facebook nolightbox" data-provider="facebook" target="_blank" rel="nofollow" title="condividi su Facebook" href="http://www.facebook.com/sharer.php?u=https%3A%2F%2Fwww.succedeoggi.it%2F%3Fp%3D44912&#038;t=Il%20graffio%20di%20Basquiat&#038;s=100&#038;p&#091;url&#093;=https%3A%2F%2Fwww.succedeoggi.it%2F%3Fp%3D44912&#038;p&#091;images&#093;&#091;0&#093;=https%3A%2F%2Fwww.succedeoggi.it%2Fwordpress%2Fwp-content%2Fuploads%2F2017%2F03%2Fbasquiat1.jpg&#038;p&#091;title&#093;=Il%20graffio%20di%20Basquiat" style="font-size: 0px;width:16px;height:16px;margin:0;margin-bottom:5px;margin-right:5px"><img loading="lazy" decoding="async" alt="Facebook" title="condividi su Facebook" class="synved-share-image synved-social-image synved-social-image-share" width="16" height="16" style="display: inline;width:16px;height:16px;margin: 0;padding: 0;border: none;box-shadow: none" src="https://www.succedeoggi.it/wordpress/wp-content/plugins/social-media-feather/synved-social/image/social/regular/32x32/facebook.png" /></a><a class="synved-social-button synved-social-button-share synved-social-size-16 synved-social-resolution-single synved-social-provider-twitter nolightbox" data-provider="twitter" target="_blank" rel="nofollow" title="Condividi su Twitter" href="http://twitter.com/share?url=https%3A%2F%2Fwww.succedeoggi.it%2F%3Fp%3D44912&#038;text=Succedeoggi.%20Cultura%20nell%27informazione%20quotidiana" style="font-size: 0px;width:16px;height:16px;margin:0;margin-bottom:5px;margin-right:5px"><img loading="lazy" decoding="async" alt="twitter" title="Condividi su Twitter" class="synved-share-image synved-social-image synved-social-image-share" width="16" height="16" style="display: inline;width:16px;height:16px;margin: 0;padding: 0;border: none;box-shadow: none" src="https://www.succedeoggi.it/wordpress/wp-content/plugins/social-media-feather/synved-social/image/social/regular/32x32/twitter.png" /></a><a class="synved-social-button synved-social-button-share synved-social-size-16 synved-social-resolution-single synved-social-provider-linkedin nolightbox" data-provider="linkedin" target="_blank" rel="nofollow" title="Condividi su Linkedin" href="https://www.linkedin.com/shareArticle?mini=true&#038;url=https%3A%2F%2Fwww.succedeoggi.it%2F%3Fp%3D44912&#038;title=Il%20graffio%20di%20Basquiat" style="font-size: 0px;width:16px;height:16px;margin:0;margin-bottom:5px"><img loading="lazy" decoding="async" alt="linkedin" title="Condividi su Linkedin" class="synved-share-image synved-social-image synved-social-image-share" width="16" height="16" style="display: inline;width:16px;height:16px;margin: 0;padding: 0;border: none;box-shadow: none" src="https://www.succedeoggi.it/wordpress/wp-content/plugins/social-media-feather/synved-social/image/social/regular/32x32/linkedin.png" /></a></figure>
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		<title>Kapoor prima e dopo</title>
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		<dc:creator><![CDATA[nicolafano]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 28 Dec 2016 09:30:09 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[arti]]></category>
		<category><![CDATA[Anish Kapoor]]></category>
		<category><![CDATA[arte contemporanea]]></category>
		<category><![CDATA[Danilo Maestosi]]></category>
		<category><![CDATA[Macro]]></category>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Anish Kapoor, 62 anni, inglese d’adozione, una miscela orientale di sangue ebraico e sangue indiano che madre e padre gli hanno infuso nelle vene, uno dei più grandi maestri contemporanei, da oltre trent’anni sulla scena internazionale, ha sempre assegnato alle sue creazioni in continuo dialogo con il vuoto e i suoi miraggi, un valore quasi mistico di opere aperte. All’autore il compito di dare forma modellando varie materie alle forze in conflitto che governano il mondo delle idee e delle cose; a chi le osserva la libertà di coglierne il senso, prolungarne la vita, farle parlare, guidarle nelle infinite direzioni della propria immaginazione e della propria curiosità. Un invito a lasciarci coinvolgere come attori della rappresentazione che esplode con più forza e in direzioni inattese nella grande mostra in scena a Roma fino al 17 aprile nelle sale del Macro di via Nizza, dove Kapoor presenta una trentina di lavori più recenti e in gran parte inediti. È una svolta radicale della sua proposta espressiva che trascina lui e noi in un altrove spiazzante di viscere e sangue. Ci aspettavamo di tornare a sfogliare, come Kapoor ci aveva da tempo abituati, un libro di filosofia e paradossi zen o un manuale di effetti speciali d’alta tecnologia e invece precipitiamo in un canovaccio non sgrezzato di De Sade.</p>
<p>Pensavamo di sederci in poltrona in un teatro patinato e accogliente e invece siamo obbligati ad aggirarci tra le quinte di un Mattatoio. Perché? Che cosa vuol dirci, che cosa vuol dirsi Kapoor? Forse per una volta – raro che un artista di successo si spinga a tanto – di smettere di trattarlo e vezzeggiarlo come un dio che ci rivela e ci dona la fede nel mistero dell’arte. Lui per primo deve aver cominciato a dubitare di questa sua munificenza da demiurgo che col tempo si è irrigidita in una maschera: lo stupore in una voglia di stupire, il non detto in un’omissione, il gioco numinoso proposto al suo pubblico in una resistenza a mettersi in gioco, la verità in un camuffamento, l’eccezione in una regola. Prendendo corpo, sulla spinta di un mercato in costante ascesa e di una committenza da griffe di prestigio, in una serie di monumenti sempre più grandi e spettacolari istallati nelle piazze di grandi città d’Occidente e d’Oriente, in macchine sempre più levigate e sofisticate concepite per circolar e mettersi in posa come primedonne nei musei. Arte di grande impatto e innegabile fascino ma a fior di pelle.</p>
<figure><img decoding="async" class="alignright" src="https://www.succedeoggi.it/wordpress/wp-content/uploads/2016/12/kapoor-macro1-350x237.jpg" alt="kapoor-macro1" />Un’inerzia da artista incalzato da un’ansia di verità e necessità che Anish Kapoor ha deciso di spezzare, togliendosi di dosso la pelle. Può esser stata l’irruzione delle violenza in quello spicchio di Oriente e Medio Oriente dove l’artista riconosce le sue radici, la forza d’urto e di sofferenza delle migrazioni, l’attacco del terrorismo in quei santuari dell’Occidente dove ha trovato casa e successo, l’ottusa risposta alla crisi dei muri e delle trincee populiste. Quanto basta a intaccare anche il distacco superbo di un dio creatore, obbligarlo a guardarsi allo specchio, riconoscersi anche lui complice e vittima di questi sconvolgimenti. Come suggerisce la cronologia di questa nuova fase creativa. Tra le prime opere ad avviare la svolta una scultura messa in mostra quattro anni fa alla Tate di Londra e ispirata al supplizio di Marsia, figura emblematica della mitologia classica, un sileno scuoiato vivo per aver osato sfidare con il suo flauto Apollo, nume della musica e dell’arte che lo vinse con un inganno. E poco dopo un altro lavoro, un calco di corpo ridotto a una poltiglia di carne denudata, esposto ad Amsterdam di fronte alla Lezione di anatomia dipinta da Rembrandt: l’arte spinta verso il confine estremo che divide e unisce la vita e la morte.</p>
<p>Di questo percorso di ricerca, Roma rappresenta il primo approdo ufficiale su ampia scala, trasformando la mostra del Macro in un imperdibile evento internazionale. Scelta fortemente voluta da Kapoor, questa della nostra città, dove lo spettacolo del dolore inferto alla carne viva si riflette in uno straordinario campionario di capolavori, come quelli che Costantino d’Orazio, curatore del Macro, elenca in catalogo con efficace dovizia: dal Marsia dei musei capitolini a quell’antologia di sublimate torture di santi affrescata sulle pareti di Santo Stefano Rotondo, passando per il rivolo di sangue che sgorga dall’orecchio del pugile ferito di Lisippo al macabro getto che erompe dall’Oloferne sgozzato di Caravaggio.</p>
<p>Citazioni e rimandi che la visione della mostra continua a rimpolpare. A cominciare dalla prima opera, <em>Tenda</em> del 2013, che ne apre il tragitto. È una tela interamente dipinta di nero che uno squarcio al centro, da cui affiora un bagliore rossastro, rivela come un sipario. Un taglio come quelli partoriti da Lucio Fontana: come soglie verso una nuova dimensione. Ne scosti i lembi e scopri sotto un tappeto di carne sezionata, modellata con sbalzi si silicone e dipinta con strati di pigmenti a simulare vene, arterie, colate di grasso. È il nostro corpo che rivendica l’orrore della vita pulsante sotto l’epidermide, o quello dell’artista che tocca così tra stupore e senso di rigetto l’essenza della propria fragilità umana.</p>
<p>L’arte come un’operazione chirurgica. Una <em>dissezione</em>, come ci dice il titolo del secondo quadro, i veli che penzolano ai lati e le colate di un rosso grumoso non lasciano dubbi: la nuova dimensione cercata da Fontana si trasforma in Kapoor nell’evidenza di una ferita che sta sanguinando. Ci piaccia o meno, è il prezzo da pagare per scoprire quel che siamo davvero. Vita che appena riemerge ci mostra già il volto della morte, come in un terzo quadro poco più in là, le stesse bende penzolanti, lo stesso strazio di carne martoriata, ma il rosso che vira verso il nero, la necrosi che avanza. Una decomposizione che produce Fetore, quasi superfluo il titolo che lo battezza. Affiorano, certo, gli echi di altri rimandi. Ogni artista è a suo modo un ladro d’arte. Inevitabile pensare ai quarti di bue sbudellati che penzolavano nei quadri di Chaim Soutine. Ai riti macabri che il tedesco Hermann Nitsch continua ad imbandire spalmando organi di bestie eppena macellate. Ma la rielaborazione del tema imbocca strade del tutto originali.</p>
<p>Cerca e trova lo choc questo nuovo Kapoor, squarcia la pelle come un guru indù o il pessimismo di Schopenhauer ci hanno invitato a fare con il manto di Maya, il sudario delle nostre illusioni. Da quel dentro veniamo tutti. Al centro di un’altra grande tela, intitolata <em>Fetale</em>, troneggia come un altare lo spacco di un utero dilatato, circondato di macchie rossastre. E cos’è, cosa ci ricorda quella fenditura scura là vicino se non una vagina, un rifugio d’eterno ritorno verso cui il desiderio sessuale ci spinge? Un ponte «gettato tra lui e lei», sottolinea il titolo.</p>
<p>Spietato come un angelo caduto, Kapoor ci ricorda che ogni sentimento, anche l’amore, a grattar la superficie è un rito cannibale. Che il peccato originale della nostra specie è comunque un trarre vita dal massacro di altre specie. Che la carne che indossiamo è carne che divoriamo. Ecco un impressionante e grande assemblaggio in cima al quale penzola una testa di vacca appena macellata. Uno strato di garza avvolge quel trofeo, ma è intrisa di sangue rappreso, la forza della visione la perfora e rende lo spettacolo ancora più inquietante. Che ipocrisia addossare a mostri, a capri espiatori dei nostri sensi di colpa la crudeltà, la violenza che generiamo e che ci circonda, il terrore di vivere e di morire che ci spinge ad altri orrori. Contagiata da questa consapevolezza anche la scultura volatile di Kapoor rinuncia alla perfezione dell’involucro: le superfici si increspano, il disordine sommerge l’ordine, il colore si sporca, i volumi di materia si trasformano in colate di lava appena eruttata, aggettata in fenditure e sporgenze taglienti.</p>
<p>Difficile dire se è questa la strada che l’artista angloindiano continuerà a seguire, o solo una digressione. Se ci sarà un prima e un dopo. Perché qui in questa mostra il prima e il dopo convivono. E Kapoor, curando con le sue mani la selezione e l’allestimento, ha voluto espressamente affiancare ai lavori di questa serie lacrime e sangue una campionatura delle sue ricerche precedenti, che offre quasi a misura della sua nuova produzione.</p>
<p>Ecco così proprio al centro della sala una delle sue gigantesche macchine celibi, che aveva già esposto a Versailles. Un castello quadrato di legno laccato di rosso che incornicia un intreccio di involucri e di oblò puntati verso l’esterno, trascinando lo sguardo di chi ci si affaccia in una vertigine di totale spaesamento. Ecco in un angolo un’istallazione di specchi concavi e convessi e giochi di luce inscatolata in una struttura di ottone lucente. Al centro un tripudio luminescente che suggerisce l’esterno e l’interno di una sorta di antro di una dea primigenia del piacere e della fecondità. Ma è in realtà un mosaico inafferrabile di riflessi, un concentrato di inganni ottici e di miraggi. Ecco in una nicchia di fronte una grande parabola dipinta di un rosso che sfuma nel nero man mano che ti avvicini e cattura grazie alle luci e alla sua specchiante convessità tutte le immagini che la circondano, proiettandole in una penombra popolata da fantasmi , corposi e sfuggenti come ologrammi. E alla fine è così forte l’impatto di questi artifici di controcanto da farci macerare nel dubbio che il mistero dell’uomo e dell’arte sia sempre aldilà delle prigioni di senso e di interpretazioni che costruiamo. Che anche Kapoor nel togliersi una maschera non faccia che costruirsene un’altra. E convivere con quest’ambivalenza sia il vero messaggio che da abile teatrante l’autore ha voluto lanciarci.<a class="synved-social-button synved-social-button-share synved-social-size-16 synved-social-resolution-single synved-social-provider-facebook nolightbox" data-provider="facebook" target="_blank" rel="nofollow" title="condividi su Facebook" href="http://www.facebook.com/sharer.php?u=https%3A%2F%2Fwww.succedeoggi.it%2F%3Fp%3D43534&#038;t=Kapoor%20prima%20e%20dopo&#038;s=100&#038;p&#091;url&#093;=https%3A%2F%2Fwww.succedeoggi.it%2F%3Fp%3D43534&#038;p&#091;images&#093;&#091;0&#093;=https%3A%2F%2Fwww.succedeoggi.it%2Fwordpress%2Fwp-content%2Fuploads%2F2016%2F12%2Fkapoor-macro1-350x237.jpg&#038;p&#091;title&#093;=Kapoor%20prima%20e%20dopo" style="font-size: 0px;width:16px;height:16px;margin:0;margin-bottom:5px;margin-right:5px"><img loading="lazy" decoding="async" alt="Facebook" title="condividi su Facebook" class="synved-share-image synved-social-image synved-social-image-share" width="16" height="16" style="display: inline;width:16px;height:16px;margin: 0;padding: 0;border: none;box-shadow: none" src="https://www.succedeoggi.it/wordpress/wp-content/plugins/social-media-feather/synved-social/image/social/regular/32x32/facebook.png" /></a><a class="synved-social-button synved-social-button-share synved-social-size-16 synved-social-resolution-single synved-social-provider-twitter nolightbox" data-provider="twitter" target="_blank" rel="nofollow" title="Condividi su Twitter" href="http://twitter.com/share?url=https%3A%2F%2Fwww.succedeoggi.it%2F%3Fp%3D43534&#038;text=Succedeoggi.%20Cultura%20nell%27informazione%20quotidiana" style="font-size: 0px;width:16px;height:16px;margin:0;margin-bottom:5px;margin-right:5px"><img loading="lazy" decoding="async" alt="twitter" title="Condividi su Twitter" class="synved-share-image synved-social-image synved-social-image-share" width="16" height="16" style="display: inline;width:16px;height:16px;margin: 0;padding: 0;border: none;box-shadow: none" src="https://www.succedeoggi.it/wordpress/wp-content/plugins/social-media-feather/synved-social/image/social/regular/32x32/twitter.png" /></a><a class="synved-social-button synved-social-button-share synved-social-size-16 synved-social-resolution-single synved-social-provider-linkedin nolightbox" data-provider="linkedin" target="_blank" rel="nofollow" title="Condividi su Linkedin" href="https://www.linkedin.com/shareArticle?mini=true&#038;url=https%3A%2F%2Fwww.succedeoggi.it%2F%3Fp%3D43534&#038;title=Kapoor%20prima%20e%20dopo" style="font-size: 0px;width:16px;height:16px;margin:0;margin-bottom:5px"><img loading="lazy" decoding="async" alt="linkedin" title="Condividi su Linkedin" class="synved-share-image synved-social-image synved-social-image-share" width="16" height="16" style="display: inline;width:16px;height:16px;margin: 0;padding: 0;border: none;box-shadow: none" src="https://www.succedeoggi.it/wordpress/wp-content/plugins/social-media-feather/synved-social/image/social/regular/32x32/linkedin.png" /></a></figure>
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		<title>Quadriennale senza miti</title>
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		<dc:creator><![CDATA[nicolafano]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 21 Oct 2016 09:00:56 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[arti]]></category>
		<category><![CDATA[arte contemporanea]]></category>
		<category><![CDATA[Danilo Maestosi]]></category>
		<category><![CDATA[Franco Barnabè]]></category>
		<category><![CDATA[Quadriennale di Roma]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Altri miti, altri riti. Si presenta con questo titolo la sedicesima edizione della Quadriennale che torna in scena al Palaexpo dopo 8 anni di letargo, rinvigorita dalla ricca dote di finanziamenti pubblici, 1 milione di euro, sponsorizzazioni private, un altro milione di euro, ed entrature che il nuovo presidente Franco Bernabè, con la sua gestione [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><em>Altri miti, altri riti</em>. Si presenta con questo titolo la sedicesima edizione della Quadriennale che torna in scena al Palaexpo dopo 8 anni di letargo, rinvigorita dalla ricca dote di finanziamenti pubblici, 1 milione di euro, sponsorizzazioni private, un altro milione di euro, ed entrature che il nuovo presidente Franco Bernabè, con la sua gestione da manager ben introdotto le ha procurato. E vien subito da fargli le pulci, a questo primo biglietto da visita, perché è una citazione tratta da un testo di Tondelli anni 80, un viaggio attraverso la Romagna di allora per registrarne le vistose mutazioni. Un’eco di controcultura ammiccante, piegato a rimontare la china di oltre un trentennio per fornire una bussola di facile presa ai visitatori. Possibile che a ribattezzare una scena come quella di oggi, segnata da trasformazioni, inquietudini e naufragi a velocità triplicata, si debba riandare così indietro? Ma la risposta è già in quel primo traguardo così ambizioso e sfuggente che questa rassegna si è imposto, perché un mito ha tempi di gestazione lenti, rimanda inevitabilmente a una formazione che affonda nel passato, a figure, azioni, esempi, narrazioni, necessità che vincono o invertono il flusso del tempo. E perché, almeno a mio avviso, quasi nessuna delle 150 opere esposte, quasi nessuno dei novantanove autori chiamati in passerella riesce a restituire al visitatore la sensazione forte della durata, l’immanenza tangibile della profezia.</p>
<figure><img decoding="async" class="alignright" src="https://www.succedeoggi.it/wordpress/wp-content/uploads/2016/10/quadriennale-palaexpo-350x197.jpg" alt="quadriennale-palaexpo" />Non è un caso che, per recuperare aura, il copione, scritto da undici curatori d’ultima generazione e impaginato in dieci diverse sezioni tematiche, chiami due volte alla ribalta uno dei grandi profeti del secondo Novecento: Pier Paolo Pasolini, che molti intellettuali di oggi continuano a corteggiare senza accollarsi la rabbia, la sofferenza, l’inadeguatezza, il senso d’impotenza che questo comporta.</p>
<p>Succede al vernissage d’inaugurazione. Su un palchetto nella rotonda d’ingresso sbuca a sorpresa Ninetto Davoli, l’ex ragazzo di borgata di <em>Uccellacci e uccellini</em>. È travestito in smoking e cravatta , come un maitre d’albergo. Con il sorriso di furba innocenza che non gli è mai scomparso dal volto invita gli spettatori a raggiungerlo: alla signore fa il baciamano, agli uomini riserva una stretta di mano e qualche battuta. La gente ride, finalmente. Ma il fantasma di PPP evocato per interposta persona rabbrividirebbe d’indignazione.</p>
<p>E respingerebbe come un tradimento al mittente anche il secondo omaggio che uno dei curatori, Simone Frangi, gli dedica rubando il titolo della sua sezione, <em>Orestiade italiana</em>, al documentario che il regista friulano girò in Africa, per riadattarlo alla situazione del nostro paese. Due box all’interno della sala, in uno sono appoggiati due libri, nell’altro va in onda un documentario sui migranti africani. Sulle pareti i diagrammi indecifrabili di un filosofo tedesco ingaggiato per l’occasione che dovrebbero rimarcare le differenze tra le migrazioni di italiani primo Novecento e quelle dei profughi in fuga che oggi attraversano il Mediterraneo. Ma l’Italia che chiude gli occhi, volta le spalle e sogna di erigere muri, dov’è? Dov’è il guizzo geniale in forma di poesia con cui Pasolini affidava allo stormir delle foglie l’incalzare delle Erinni sul patricida Oreste?</p>
<p><img decoding="async" class="alignleft" src="https://www.succedeoggi.it/wordpress/wp-content/uploads/2016/10/quadriennale4-350x267.jpg" alt="quadriennale4" />No, non ci racconta i nuovi miti, questa Quadriennale che ritorna a percorrere dopo tanto silenzio forzato per mancanza di soldi, i tracciati dell’arte contemporanea datata terzo millennio e targata made in Italy. Al più, solo qualche autore che alla mitologia classica si rifà, citandone le icone e trasformandole in punti d’appoggio al proprio Io narciso: ecco Francesco Vezzoli modellare su un corpo d’Apollo la propria testa, o fotomontarla sul fisico di austera pinup di Marlen Dietrich, preso in prestito all’Olimpo di Hollywood. O le isolate apparizioni di qualche maestro ottuagenario sopravvissuto al rogo della memoria: le foto virate di Paolo Gioli che insegue ostinato la soglia del mistero che ancora trattiene simulacri della vita e del corpo; la grande tela bianca istoriata di minime tracce di percorso mentale con cui Gianfranco Baruchello si rivendica tra i padri fondatori dell’arte concettuale, eccentrico ma rigoroso esploratore dei confini tra arte e filosofia, che tanti oggi malamente saccheggiano.</p>
<p>Neppure ad Internet, inspiegabilmente, questa Quadriennale, dedica troppa attenzione, ignorando l’unico grande generatore di epopee collettive che il presente ci ha regalato, e dimenticando i tanti autori che su questo versante di globalizzazione e partecipazione interattiva si stanno cercando linfa e linguaggi: le esperienze sono relegate nel cartellone di contorno , affidate alle voci dei social network. In compenso c’è un gran tripudio di riti. Soprattutto autocelebrazioni, perché è davvero fenomeno massiccio del presente l’autoreferenzialità degli artisti. E quella dei curatori in carriera, la maggioranza di quelli selezionati per l’occasione, che per star sul mercato e governarne la miseria e la sproporzione d’offerta si atteggiano a loro volta a protagonisti creativi. Sommergendo di voci, di spiegazioni in catalogo che spiegano poco o nulla, le voci degli stessi autori. Trascurando persino di favorire l’attribuzione delle opere in mostra: le didascalie con titoli e nomi sono sistemate a casaccio, a volte introvabili, a volte registrate su mappe all’ingresso della sala. Il critico che sostituisce l’artista. Pericolo di sottovalutazione giustamente lamentato da Giuseppe Penone, 70 anni, maestro dell’arte povera, l’unico artista inserito nella giuria che ha scelto gli undici curatori, l’unico che abbia messo a verbale il proprio dissenso.</p>
<p><img decoding="async" class="alignright" src="https://www.succedeoggi.it/wordpress/wp-content/uploads/2016/10/quadriennale1-350x196.jpg" alt="quadriennale1" />Anche gli artisti del resto ci mettono la loro. Quanti, troppi, girano alla larga dai temi di impegno, evitano d’indignarsi, di suscitare domande, ancorare angosce se serve. Esemplare l’unico vistoso riferimento al terrorismo e all’atrocità insensata della guerra: un attore in tuta mimetica poi sostituito nelle ore feriali da un manichino che dorme su un divano, il mitra posato a terra. «Bravi questi artisti. Non nascondono il mondo reale. Ma mai lo evcano in modo urlato e scomposto. Solo così si fa opposizione costruttiva», applaude in cabina di regia Franco Bernabè.</p>
<p>E poi altri artisti che si misurano, anche in modo esteticamente gradevole, con l’impalpabile. Come fa con il suo suggestivo intreccio di traversine Michele Spanghero: nella cavità del legno è celato un registratore, se accosti l’orecchio cogli un vago brusio. Giocano sul futuro come sulla tastiera dell’invisibile. Come fa Lara Favaretto, esponendo tre croste da bazar cinese coperte da fili rossi: col tempo i fili sono destinati ad usurarsi e il niente che c’è sotto riappare. Come fa Marcello Maloberti con la sua istallazione «Himalaya», gettonatissima dai cacciatori di selfie: un giovane ritaglia figurine di divinità e paesaggi orientali e cosparge il pavimento d’immagini di cartacce che il calpestio dei visitatori dovrebbe disperdere e rimontare a caso. Vallo a dire ai custodi del Palaexpo che ogni sera spazzano e ripristinano quel lago di cartacce. Come fa con studiata malizia una giovane filmaker (la didascalia con il nome era introvabile) che fascia una stanza con quattro schermi su cui scorrono immagini di divani che sobbalzano e oscillano: ogni tanto sbucano piedi nudi a spiegarci che in quell’interno semovente una coppia sta allegramente scopando. E allora?</p>
<p><img loading="lazy" decoding="async" class="alignleft" src="https://www.succedeoggi.it/wordpress/wp-content/uploads/2016/10/quadriennale2-350x526.jpg" alt="quadriennale2" width="228" height="343" />Ma, sì, ci sono anche opere da riderci su. E alcune, con sorrisi intinti nel kitsch, ci portano magari una parvenza di messaggio e stupore. Come le due cornici ridondanti da flipper nella quali con un programma di animazione al computer incolonna le immagini a cartone animato di due trionfatori, Washington e Giulio Cesare. È tra le poche esplicite opere che documentino l’uso di nuove tecnologie, insieme alla grande statua di Laoocoonte su cui il milanese Quayola ha assemblato, a simulare il guizzo dei serpenti, moduli e volumi geometrici stampati a tre dimensioni dal computer.</p>
<p>Praticamente assente la pittura che evidentemente è scartata come mitologia fuori moda. Un paio di presenze fra cui spicca un ritratto di martire che Nicola Samorì ha inciso e dipinto su un fondo di rame increspato da aggetti metallici.<a class="synved-social-button synved-social-button-share synved-social-size-16 synved-social-resolution-single synved-social-provider-facebook nolightbox" data-provider="facebook" target="_blank" rel="nofollow" title="condividi su Facebook" href="http://www.facebook.com/sharer.php?u=https%3A%2F%2Fwww.succedeoggi.it%2F%3Fp%3D42742&#038;t=Quadriennale%20senza%20miti&#038;s=100&#038;p&#091;url&#093;=https%3A%2F%2Fwww.succedeoggi.it%2F%3Fp%3D42742&#038;p&#091;images&#093;&#091;0&#093;=https%3A%2F%2Fwww.succedeoggi.it%2Fwordpress%2Fwp-content%2Fuploads%2F2016%2F10%2Fquadriennale-palaexpo-350x197.jpg&#038;p&#091;title&#093;=Quadriennale%20senza%20miti" style="font-size: 0px;width:16px;height:16px;margin:0;margin-bottom:5px;margin-right:5px"><img loading="lazy" decoding="async" alt="Facebook" title="condividi su Facebook" class="synved-share-image synved-social-image synved-social-image-share" width="16" height="16" style="display: inline;width:16px;height:16px;margin: 0;padding: 0;border: none;box-shadow: none" src="https://www.succedeoggi.it/wordpress/wp-content/plugins/social-media-feather/synved-social/image/social/regular/32x32/facebook.png" /></a><a class="synved-social-button synved-social-button-share synved-social-size-16 synved-social-resolution-single synved-social-provider-twitter nolightbox" data-provider="twitter" target="_blank" rel="nofollow" title="Condividi su Twitter" href="http://twitter.com/share?url=https%3A%2F%2Fwww.succedeoggi.it%2F%3Fp%3D42742&#038;text=Succedeoggi.%20Cultura%20nell%27informazione%20quotidiana" style="font-size: 0px;width:16px;height:16px;margin:0;margin-bottom:5px;margin-right:5px"><img loading="lazy" decoding="async" alt="twitter" title="Condividi su Twitter" class="synved-share-image synved-social-image synved-social-image-share" width="16" height="16" style="display: inline;width:16px;height:16px;margin: 0;padding: 0;border: none;box-shadow: none" src="https://www.succedeoggi.it/wordpress/wp-content/plugins/social-media-feather/synved-social/image/social/regular/32x32/twitter.png" /></a><a class="synved-social-button synved-social-button-share synved-social-size-16 synved-social-resolution-single synved-social-provider-linkedin nolightbox" data-provider="linkedin" target="_blank" rel="nofollow" title="Condividi su Linkedin" href="https://www.linkedin.com/shareArticle?mini=true&#038;url=https%3A%2F%2Fwww.succedeoggi.it%2F%3Fp%3D42742&#038;title=Quadriennale%20senza%20miti" style="font-size: 0px;width:16px;height:16px;margin:0;margin-bottom:5px"><img loading="lazy" decoding="async" alt="linkedin" title="Condividi su Linkedin" class="synved-share-image synved-social-image synved-social-image-share" width="16" height="16" style="display: inline;width:16px;height:16px;margin: 0;padding: 0;border: none;box-shadow: none" src="https://www.succedeoggi.it/wordpress/wp-content/plugins/social-media-feather/synved-social/image/social/regular/32x32/linkedin.png" /></a></figure>
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		<title>Nuovo Terrae Motus</title>
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		<dc:creator><![CDATA[nicolafano]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 10 Jun 2016 08:30:21 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[arti]]></category>
		<category><![CDATA[arte contemporanea]]></category>
		<category><![CDATA[Erminia Pellecchia]]></category>
		<category><![CDATA[Lucio Amelio]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>«Non abbiamo portato un altro ornamento a questa Reggia, ma abbiamo disseminato una serie di bombe ad orologeria per scatenare la creatività che è presente in ogni uomo e che spesso viene repressa dalla corruzione, dalla cattiveria, dalla miseria, dalla malattia. Uno strumento prorompente che serve a tutti. Vorrei che Terrae Motus superasse tutte le [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>«Non abbiamo portato un altro ornamento a questa Reggia, ma abbiamo disseminato una serie di bombe ad orologeria per scatenare la creatività che è presente in ogni uomo e che spesso viene repressa dalla corruzione, dalla cattiveria, dalla miseria, dalla malattia. Uno strumento prorompente che serve a tutti. Vorrei che Terrae Motus superasse tutte le gelosie e diventasse un tentativo di appropriazione del nostro futuro». L&#8217;arte come funzione pubblica, riscatto dal degrado politico-culturale. L&#8217;arte che nasce da una ferita e urla verità inesprimibili con le parole. Lucio Amelio proclama il suo manifesto di «un museo d&#8217;arte contemporanea nel quale creare una libera scuola» nel film che Mario Franco gira nel 1992 a Caserta durante l&#8217;ultima esposizione della collezione-scossa, la «committenza morale, la lezione estetica e radicale» del visionario gallerista napoletano.</p>
<p>Un film con un finale aperto, avverte il regista che, fin dagli esordi, ha seguito l&#8217;avventura fatta di incursioni e sconfinamenti di un uomo libero e curioso, un cosmopolita con le radici nel Vesuvio, dall&#8217;intelligenza prensile e veloce, dalle grandi intuizioni e grandi sfide, un capotribù capace di stimolare ed essere stimolato, di contaminarsi e contaminare, soprattutto di coinvolgere intellettuali e artisti nella sua rivoluzione culturale, sociale e morale. Che ha il punto di forza proprio in <em>Terrae Motus</em>, il terremoto sovversivo dell&#8217;arte, partorito dal sisma reale che sconvolse Campania e Irpinia il 23 novembre del 1980, l&#8217;iniziativa più grande e più sofferta di Amelio, «un atto di dolore dedicato a tutti coloro che soffrono la fame, la disperazione, la solitudine, la difficoltà ad educarsi; un atto di speranza, la speranza che si possa creare un punto di riferimento per quanti vogliono cambiare la situazione». Lucio mette in moto una macchina potente che scuote le coscienze, chiama alle armi gli artisti proponendo di creare un&#8217;opera sull&#8217;onda emotiva di quella terribile tragedia. Nascono, uno dopo l&#8217;altro, una serie di capolavori, prende vita una raccolta di tele, sculture e installazioni che non è un «cacofonico assemblaggio di cose messe insieme per ragioni di mercato» (l&#8217;accusa dei pittori napoletani esclusi, sostenuti da qualche critico e da qualche funzionario di Soprintendenza), bensì un unico processo creativo in continuo, incessante divenire che vede attori i protagonisti del panorama internazionale. Arte povera e concettuale, transavanguardia e neoespressionismo, il ritorno alla pittura e la forza della fotografia: una vera e propria antologia dell&#8217;arte contemporanea sul tema dell&#8217;apocalisse.</p>
<figure><a href="https://www.succedeoggi.it/wordpress/wp-content/uploads/2016/06/terrae-motus2.jpg"><img decoding="async" class="alignright" src="https://www.succedeoggi.it/wordpress/wp-content/uploads/2016/06/terrae-motus2.jpg" alt="terrae motus2" /></a>Quel film aperto di Franco, in parte confluito nel documentario per la Rai di Mario Martone <em>Lucio Amelio/Terrae Motus</em> del &#8217;93, ha oggi un&#8217;altra sequenza. Non la definitiva. Piuttosto – ci si augura – il capitolo che conduce al the end di una storia tessuta da indifferenza, degrado, abbandono e oblio. La collezione per tre anni fu esposta a villa Campolieto di Ercolano, poi, nel 1987, al Grand Palais di Parigi, infine, dopo il sogno infranto di una sede stabile nell&#8217;ex convento di Santa Lucia al Monte di Napoli, “parcheggiata” nella Reggia di Caserta. Visibile solo in rare occasioni, malgrado il legato testamentario di Amelio avesse come clausola l&#8217;obbligo di esporla in maniera permanente e completa. Una “bomba” a scoppio ritardato che esplode finalmente grazie alla miccia accesa da Mauro Felicori, neo direttore del complesso vanvitelliano, emiliano, classe 1952, laurea in filosofia ed esperienze maturate nel campo della gestione di imprese culturali, marketing e comunicazione. Dal primo giugno, delle 72 opere di questo opus magnum che sembrava condannato alla damnatio memoriae, sessantotto sono fruibili (quattro sono in restauro) nella Sala  della Racchetta al piano nobile – dietro la Cappella Palatina e in prosecuzione con gli appartamenti reali – utilizzata come cinema, fino a sei mesi fa, dall&#8217;Aeronautica militare e ceduta al Ministero per i Beni culturali e del Turismo. Spazi inutilizzati, in attesa di una destinazione.</p>
<p><a href="https://www.succedeoggi.it/wordpress/wp-content/uploads/2016/06/terrae-motus3.jpg"><img decoding="async" class="alignleft" src="https://www.succedeoggi.it/wordpress/wp-content/uploads/2016/06/terrae-motus3-350x120.jpg" alt="terrae motus3" /></a>Ed ecco l&#8217;intuizione geniale e audace di Felicori: rendere da subito disponibile questo patrimonio immenso al grido di <em>Fate presto</em>, il titolo del trittico di Andy Warhol costruito sulla prima pagina de <em>Il Mattino</em> all&#8217;indomani del sisma. «Riassume tutta la straordinarietà della collezione – spiega il pragmatico direttore – e sintetizza la speranza che la particolarità di una raccolta che il mondo ci invidia possa trovare in tempi brevi l&#8217;allestimento che ne esalti la sua potenza». Ed ecco la provocazione che lancia per accelerare lungaggini burocratiche relative al finanziamento di dieci milioni di euro stanziati dall&#8217;Unione europea attraverso la Regione. Con un pool di sponsor, l&#8217;ausilio di Scabec, e la cifra di 80mila euro ha messo su un vero e proprio cantiere su millecinquecento metri quadri, che evoca i tanti della Ricostruzione in Irpinia. Si chiama così, <em>Cantiere Terrae Motus</em>, la mostra – «provvisoria e perfettibile in tutti i sensi» – che il pubblico ammirerà tutti i giorni (tranne il martedì, giorno di chiusura) in attesa che parta il progetto effettivo di recupero degli ambienti e la sistemazione museale che richiederà almeno due anni. Quando si entrerà nel vivo degli interventi la collezione sarà in tournée all&#8217;estero come ambasciatrice della cultura partenopea. Ci sono, infatti, già accordi con l&#8217;Hermitage di San Pietroburgo – previsto lo scambio con i paesaggisti a cavallo tra Sette-Ottocento in confronto con gli Hackert della Reggia – con Tokyo, altra terra sismica che ha ispirato gli artisti, e la Cina.</p>
<p>Precarietà. Forse è questo il fascino di un percorso inconsueto fatto di flash che appaiono tra tubi innocenti, pedane e pannelli di legno montati ad hoc: un teatrino dell&#8217;incompiuto, le tessere di un mosaico instabile che affiorano indisciplinate. È  un&#8217;anarchia che, però, consente un colpo d&#8217;occhio su un tesoro finora negato che si può afferrare nella sua interezza, cogliendo, negli stili e nei  linguaggi eterogenei, il fil rouge che lega Amelio ai suoi artisti sull&#8217;onda di una stessa tensione. Mancano i tradizionali criteri allestitivi, è mortificata la visione univoca di lavori qui troppo ravvicinati. Poco importa, l&#8217;importante è fare e fare presto; sensibilizzare le istituzioni e l&#8217;opinione pubblica facendo leva sull&#8217;essenza di un corpo tentacolare dall&#8217;unica anima che vuol tornare a vivere. <em>Cantiere Terrae Motus</em> è l&#8217;affresco di un post terremoto sconvolto ancora da scosse di assestamento. E macerie pulsanti sono la polifonia del Warhol accostato alle scritture impazzite di Cy Twombly, ai graffiti di Keith Haring e al naufragio di Nino Longobardi, il primo a rispondere all&#8217;appello del gallerista agitatore e rivoluzionario; o nella lunga galleria l&#8217;Eva cacciata dal Paradiso di Francisco Leira insieme ai massi di Long e alle pietre di Craig fino ad arrivare al vecchio schermo dove campeggia, quasi pala d&#8217;altare, il <em>Re uccisi al decadere della forza</em> di Paladino. Detriti di una deflagrazione, appoggiati sul pavimento, sospesi su sostegni di ferro, disposti in aule dismesse.</p>
<p><a href="https://www.succedeoggi.it/wordpress/wp-content/uploads/2016/06/terrae-motus4.jpg"><img decoding="async" class="alignright" src="https://www.succedeoggi.it/wordpress/wp-content/uploads/2016/06/terrae-motus4-350x232.jpg" alt="terrae motus4" /></a>Ci specchiamo nell&#8217;Annunciazione di Pistoletto, varchiamo la Porta Italia con le penisole capovolte di Fabro, restiamo stupiti di fronte all&#8217;installazione neoclassica di Paolini, sussultiamo con l&#8217;infuocato Schifano, sostiamo davanti al volto enigmatico tagliato a ventaglio di Ontani, soffriamo per il Mertz dai neon spenti e per il polittico fotografico di Mapplethorpe leggermente lesionato. Scorrono i nomi di chi ha fatto la storia dell&#8217;arte del Novecento: Tatafiore, Pisani, Rauschenberg, Schnabel, Cucchi, Kounellis, Fermariello, Bianchi, James Brown, Gilbert &amp; George. Eccoci di fronte all&#8217;altra commovente icona di Terrae Motus: il Terremoto in Palazzo di Joseph Beuys realizzato con tavoli da lavoro trovati nelle zone terremotate, frammenti di vetro, vasi di terracotta ed altri fragili elementi posti in equilibrio precario. “Quel palazzo – spiega Andrea Viliani, il direttore del Madre che ha concesso il matronato alla mostra per innalzare il ponte dell&#8217;arte Napoli-Caserta – è in realtà l&#8217;impalcatura che c&#8217;è dentro la nostra testa fatta di senso morale, dignità, orgoglio civico”. Benvenuto, dunque, questo nuovo terremoto in palazzo se davvero servirà a restituire il suo valore alla collezione-testamento di Amelio.<a class="synved-social-button synved-social-button-share synved-social-size-16 synved-social-resolution-single synved-social-provider-facebook nolightbox" data-provider="facebook" target="_blank" rel="nofollow" title="condividi su Facebook" href="http://www.facebook.com/sharer.php?u=https%3A%2F%2Fwww.succedeoggi.it%2F%3Fp%3D41100&#038;t=Nuovo%20Terrae%20Motus&#038;s=100&#038;p&#091;url&#093;=https%3A%2F%2Fwww.succedeoggi.it%2F%3Fp%3D41100&#038;p&#091;images&#093;&#091;0&#093;=https%3A%2F%2Fwww.succedeoggi.it%2Fwordpress%2Fwp-content%2Fuploads%2F2016%2F06%2Fterrae-motus2.jpg&#038;p&#091;title&#093;=Nuovo%20Terrae%20Motus" style="font-size: 0px;width:16px;height:16px;margin:0;margin-bottom:5px;margin-right:5px"><img loading="lazy" decoding="async" alt="Facebook" title="condividi su Facebook" class="synved-share-image synved-social-image synved-social-image-share" width="16" height="16" style="display: inline;width:16px;height:16px;margin: 0;padding: 0;border: none;box-shadow: none" src="https://www.succedeoggi.it/wordpress/wp-content/plugins/social-media-feather/synved-social/image/social/regular/32x32/facebook.png" /></a><a class="synved-social-button synved-social-button-share synved-social-size-16 synved-social-resolution-single synved-social-provider-twitter nolightbox" data-provider="twitter" target="_blank" rel="nofollow" title="Condividi su Twitter" href="http://twitter.com/share?url=https%3A%2F%2Fwww.succedeoggi.it%2F%3Fp%3D41100&#038;text=Succedeoggi.%20Cultura%20nell%27informazione%20quotidiana" style="font-size: 0px;width:16px;height:16px;margin:0;margin-bottom:5px;margin-right:5px"><img loading="lazy" decoding="async" alt="twitter" title="Condividi su Twitter" class="synved-share-image synved-social-image synved-social-image-share" width="16" height="16" style="display: inline;width:16px;height:16px;margin: 0;padding: 0;border: none;box-shadow: none" src="https://www.succedeoggi.it/wordpress/wp-content/plugins/social-media-feather/synved-social/image/social/regular/32x32/twitter.png" /></a><a class="synved-social-button synved-social-button-share synved-social-size-16 synved-social-resolution-single synved-social-provider-linkedin nolightbox" data-provider="linkedin" target="_blank" rel="nofollow" title="Condividi su Linkedin" href="https://www.linkedin.com/shareArticle?mini=true&#038;url=https%3A%2F%2Fwww.succedeoggi.it%2F%3Fp%3D41100&#038;title=Nuovo%20Terrae%20Motus" style="font-size: 0px;width:16px;height:16px;margin:0;margin-bottom:5px"><img loading="lazy" decoding="async" alt="linkedin" title="Condividi su Linkedin" class="synved-share-image synved-social-image synved-social-image-share" width="16" height="16" style="display: inline;width:16px;height:16px;margin: 0;padding: 0;border: none;box-shadow: none" src="https://www.succedeoggi.it/wordpress/wp-content/plugins/social-media-feather/synved-social/image/social/regular/32x32/linkedin.png" /></a></figure>
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		<title>L&#8217;arte delle intenzioni</title>
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		<dc:creator><![CDATA[nicolafano]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 09 Jun 2016 09:00:08 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[arti]]></category>
		<category><![CDATA[arte contemporanea]]></category>
		<category><![CDATA[Danilo Maestosi]]></category>
		<category><![CDATA[Maxxi]]></category>
		<category><![CDATA[Sislej Xhafa]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Un mosaico di facce in bianco e nero tappezza l’intero fianco della ex caserma che segna l’ingresso del Maxxi. E fa da prologo e biglietto da visita alle due nuove mostre appena inaugurate all’interno del museo. Sono volti di bambini ritratti da un fotograffitista francese che firma le sue istallazioni con la sigla JR. Out [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Un mosaico di facce in bianco e nero tappezza l’intero fianco della ex caserma che segna l’ingresso del Maxxi. E fa da prologo e biglietto da visita alle due nuove mostre appena inaugurate all’interno del museo. Sono volti di bambini ritratti da un <em>fotograffitista</em> francese che firma le sue istallazioni con la sigla JR. <em>Out Inside</em>: ha intitolato questo intervento realizzato per l’occasione. L’autore ha interrogato i bambini e registrato le loro impressioni all’uscita dal museo: ma invece di raccogliere le loro parole ha fotografato le loro espressioni.</p>
<p>Peccato che poi tutti o quasi gli intervistati si siano esibiti in un repertorio di smorfie preso in prestito alle faccette stilizzate che i social network mettono a loro disposizione. Alle maschere e ai travestimenti stereotipati del popolo abituale della Rete tutti finiamo o finiremo per pagare dazio. Ma l’idea è niente male. In fondo, smorfie, sorrisi e linguacce offrono alle impressioni a caldo un vocabolario più ricco di sfumature di quelle due immancabili vie di fuga, (Bello-Brutto) cui il pubblico non addetto ai lavori fa generalmente ricorso per nascondere imbarazzo e difficoltà di comprensione e giudizio nei confronti dell’arte di oggi. E allora perché non seguire per una volta lo stesso criterio nel valutare la mostra del performer kosovaro Sislej Xhafa, che è il richiamo inedito in cartellone? E per adeguarci a questa scelta stile Faceboock perché non dedicare un selfie della mia faccia alle opere che nel bene e nel male più mi hanno colpito?</p>
<p>La prima smorfia è di perplessità. A suscitarla è un tavolino piazzato nel cortile del museo, con un ombrellone conficcato al centro e sormontato da una scritta al neon: Paradiso. Dovrebbe essere un’azione spaesante che – spiega il depliant di presentazione &#8211; reinventa un altro spazio e un altro tempo «tanto da portare con sé un’altra drammatica riflessione: in che misura l’Europa è un paradiso deludente per i migranti e persino per noi stessi». Sarà che il messaggio si perde nel disinvolto disordine che governa l’esterno del Maxxi: gente che legge il giornale sulle panchine, famigliole sedute ai tavoli, una coppia sbracata sulle sedie che completano l’istallazione. Sarà che domande così impegnative e incalzanti sono appese a una messinscena già vista tante volte. Ma a noi l’opera sembra davvero misera e irrilevante.</p>
<p>Altre due boccacce increspate di delusione. La prima all’uscita di una stanzetta buia dove sulla parete è proiettata la foto di un uomo con i baffetti e la pelle scura, un marocchino, che dorme. Non è un po’ troppo poco per raccontarci, come una sensazione da condividere con emozione, « l’immutabilità del tempo»? La seconda, nella sala dove insieme ad altre opere è appeso un aratro da cui piovono  grappoli di lampadine accese. Anche qui un senso di già visto, di trucco facile facile, in cui annega un titolo pretenzioso « Sunshine 2015».</p>
<p>Ma anche a riscattare il bilancio due sorrisi da mi piace incondizionato. È l’impatto davvero forte con un video in bianco e nero in cui si vede una bicicletta che va a fuoco. La bicicletta che continua a bruciarci davanti agli occhi è vecchia e malmessa: parla di povertà,di fatica di vivere. Le fiamme evocano un rito, una ritorsione da Ku Klux Klan.</p>
<figure><a href="https://www.succedeoggi.it/wordpress/wp-content/uploads/2016/06/Sislej-Xhafa2.jpg"><img decoding="async" class="alignright" src="https://www.succedeoggi.it/wordpress/wp-content/uploads/2016/06/Sislej-Xhafa2-1024x768.jpg" alt="Sislej Xhafa2" /></a>La seconda emozione forte arriva da una lunga gabbia che si prolunga per una dozzina di metri a fasciare l’intera parete a <em>esse </em>della sala, disegnata dal genio sghembo dell’archistar Zaha Hadid. Tra le sbarre spuntano a intervalli calchi di mani nodose e intrecciate, come potresti vederne attraversando il braccio di una prigione. Un urlo silenzioso cui è impossibile sottrarsi.</p>
<p>Scarti di gradimento sicuramente soggettivi, altri avranno probabilmente capovolto la classifica di questi sintetici giudizi mimati. Ma è sicuramente curioso che uno stesso autore provochi reazioni così altalenanti. Un po’, certo, l’effetto dell’uso di materiali e strumenti di comunicazione così diversi. Più probabilmente il tallone d’Achille, comune a molti compagni di strada del contemporaneo, di un autore che muovendosi su una linea di discorso rigorosamente concettuale perde di vista il confine scivoloso che separa arte e creatività, gesto e intenzione. Più che opere produce idee cui poi confeziona l’abito. A volte l’idea , se è originale e sincera, centra il bersaglio. Altre volte se l’abito è malcucito, troppo usato, la forza motrice del pensiero scivola nella chiacchera, della battuta fine a se stessa.<a class="synved-social-button synved-social-button-share synved-social-size-16 synved-social-resolution-single synved-social-provider-facebook nolightbox" data-provider="facebook" target="_blank" rel="nofollow" title="condividi su Facebook" href="http://www.facebook.com/sharer.php?u=https%3A%2F%2Fwww.succedeoggi.it%2F%3Fp%3D41076&#038;t=L%E2%80%99arte%20delle%20intenzioni&#038;s=100&#038;p&#091;url&#093;=https%3A%2F%2Fwww.succedeoggi.it%2F%3Fp%3D41076&#038;p&#091;images&#093;&#091;0&#093;=https%3A%2F%2Fwww.succedeoggi.it%2Fwordpress%2Fwp-content%2Fuploads%2F2016%2F06%2FSislej-Xhafa2-1024x768.jpg&#038;p&#091;title&#093;=L%E2%80%99arte%20delle%20intenzioni" style="font-size: 0px;width:16px;height:16px;margin:0;margin-bottom:5px;margin-right:5px"><img loading="lazy" decoding="async" alt="Facebook" title="condividi su Facebook" class="synved-share-image synved-social-image synved-social-image-share" width="16" height="16" style="display: inline;width:16px;height:16px;margin: 0;padding: 0;border: none;box-shadow: none" src="https://www.succedeoggi.it/wordpress/wp-content/plugins/social-media-feather/synved-social/image/social/regular/32x32/facebook.png" /></a><a class="synved-social-button synved-social-button-share synved-social-size-16 synved-social-resolution-single synved-social-provider-twitter nolightbox" data-provider="twitter" target="_blank" rel="nofollow" title="Condividi su Twitter" href="http://twitter.com/share?url=https%3A%2F%2Fwww.succedeoggi.it%2F%3Fp%3D41076&#038;text=Succedeoggi.%20Cultura%20nell%27informazione%20quotidiana" style="font-size: 0px;width:16px;height:16px;margin:0;margin-bottom:5px;margin-right:5px"><img loading="lazy" decoding="async" alt="twitter" title="Condividi su Twitter" class="synved-share-image synved-social-image synved-social-image-share" width="16" height="16" style="display: inline;width:16px;height:16px;margin: 0;padding: 0;border: none;box-shadow: none" src="https://www.succedeoggi.it/wordpress/wp-content/plugins/social-media-feather/synved-social/image/social/regular/32x32/twitter.png" /></a><a class="synved-social-button synved-social-button-share synved-social-size-16 synved-social-resolution-single synved-social-provider-linkedin nolightbox" data-provider="linkedin" target="_blank" rel="nofollow" title="Condividi su Linkedin" href="https://www.linkedin.com/shareArticle?mini=true&#038;url=https%3A%2F%2Fwww.succedeoggi.it%2F%3Fp%3D41076&#038;title=L%E2%80%99arte%20delle%20intenzioni" style="font-size: 0px;width:16px;height:16px;margin:0;margin-bottom:5px"><img loading="lazy" decoding="async" alt="linkedin" title="Condividi su Linkedin" class="synved-share-image synved-social-image synved-social-image-share" width="16" height="16" style="display: inline;width:16px;height:16px;margin: 0;padding: 0;border: none;box-shadow: none" src="https://www.succedeoggi.it/wordpress/wp-content/plugins/social-media-feather/synved-social/image/social/regular/32x32/linkedin.png" /></a></figure>
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