Pier Mario Fasanotti

La barba di Nuccio

Illustrazione di Ana Kapor

Nuccio Licardo, che aveva raggiunto i 75 anni, sempre più spesso, quando si faceva la barba e scrutava le desolanti tracce delle stagioni sul suo viso rettangolare (“volitivo” diceva sua moglie, defunta da cinque anni), che ne aveva “le scatole piene”. Si rendeva conto che era un’espressione generica, e per questa ragione era al limite dell’ansia diffusa. Dal padre aveva ereditato un capannone alla periferia nord-est di Roma. E anno dopo anno quella scatola grigiastra era diventata un ditta di trafilati. Risultati brillanti sul mercato. Quando arrivava nello spiazzo antistante, a bordo di una sobria auto tedesca, non c’era volta, prima di chiudere la portiera, di pensare:”L’odore si sente da lontano, ma quanto è uno splendido l’odore di sterco”. E immaginava paesaggi bucolici, peraltro mai frequentati.

Una mattina si avvicinò alla grande finestra rettangolare del suo studio e fissò a lungo il prato che si estendeva a destra della scatola grigiastra che con gli anni si era allungata come un lombrico alieno. Lo affascinava soprattutto il carrubo, con la sua ombra rassicurante. Un ombrello protettivo.

In pochi minuti prese la sua decisione e convocò il figlio Riccardo, laureato in ingegneria meccanica e conoscitore di tutti i meccanismi della fabbrica: “Il reticolo” lo chiamava il commendatore Licardo, che nemmeno tanto inconsciamente aveva un sacro terrore dei labirinti. Ignorava il Minotauro, e pure Teseo e Arianna, ma non aveva certo bisogno di nobilitare  una sensazione così autentica.

Ana Kapor, Il grande carrubo, 50 x 50 cm, olio su tela, 2013 (JPG)L’ingegner Riccardo arrivò, dentro il suo abito di grisaglia. Unica concessione alla sua compiaciuta serietà di manager con scarpe da 3007400 euro, una cravatta colorata, dominante il rosso. Una pacchianata, pensò il padre. Ma non commentò. Senza preamboli gli comunicò la decisione di ritirarsi definitivamente dal suo ruolo di “padrone”- già quella parola era da tempo che lo faceva ridere- e di lasciare tutto, proprio tutto, a lui, l’ingegner Riccardo, del quale peraltro riconosceva grandi doti imprenditoriali. Il figlio si limitò a fissarlo, reprimendo le emozioni. Obiettò, con senso pratico: “E mia sorella Liliana?”. Risposta: redigi tu le carte, io firmo e basta. A lei interessano i soldi. Liliana aveva scelto la carriera nell’ambito delle pubbliche relazioni. S’era dimostrata brillante e quel lavoro (che il padre, tra sé, defimiva “solo un chiacchiericcio”. “Dammi retta, è poi è cosa facile: che abbia i soldi. Non persuaderla a lavorare dietro queste finestre”. Ma il discorso non era finito. “C’è però una condizione, caro Ricky”. L’ingegnere s’irrigidì. “Sarebbe?”. “Non ti spaventare, anche se quel che sto per dirti magari ti sembra strano. Da domani faccio mettere una bella poltrona comoda sotto il carrubo”. “Oddio, e che ci fai”. “Niente, proprio niente: guardo la fabbrica, leggo, scribacchio, magari leggo libri. Tu non mi vedere come un fantasma”. Riccardo annuì. E così accadde.

Con molta sorpresa, che si attenuò col passare del tempo, delle centinaia di dipendenti. Anche quando pioveva, il commendatore era lì, dal mattino alla sera. Con il binocolo, Riccardo talvolta lo spiava, ma non ebbe mai motivo di preoccuparsi. Salvo un tardo pomeriggio quando l’imprenditore cadde a terra, privo di vita. Riccardo afferrò il quaderno degli appunti del padre. Solo un pagina aveva scritto: “Ho fatto cose, solo cose. Mi sarebbe piaciuto pensare alle idee. Forse non ne ero capace. Ho un grande rammarico: di non aver insegnato ai miei figli di passare più tempo a guardare il cielo e di popolarlo con pensieri a fantasie. Ammesso che ne avessero”.

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fasanottiPier Mario Fasanotti, giornalista e scrittore, vive a milano e a roma. è autore di tre romanzi, quattro saggi (Il saggiatore e Marco Tropea), oltre 25 libri per ragazzi, tre raccolte di poesie (Premio Viareggio opera prima). Si è anche occupato di teatro: cinque opere rappresentate (Piccolo Teatro, Filodrammatici di Milano). Il prossimo anno uscirà con un libro storico presso Neri Pozza.

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ana kapor ritrattoAna Kapor si è diplomata nel 1987 all’Accademia di Belle Arti di Roma. La sua pittura, dalla forte impronta metafisica, è legata al mondo dell’architettura ideale, inserita nel paesaggio mediterraneo.Da molti anni collabora con importanti  gallerie e musei in Italia ed Europa. Oltre a più di trenta mostre personali in spazi pubblici e gallerie private, ha partecipato a numerose mostre collettive e Premi  ed ha esposto nelle più importanti Fiere d’arte italiane e internazionali. Nel 2008 il Panorama Museum  (Bad Frankenhausen, Germania) le dedica una mostra antologica che percorre gli ultimi trent’anni della sua attività artistica.Ha partecipato alla 54. Biennale di Venezia (Padiglione Italia, Sala Nervi, Torino).