Erminia Pellecchia
Alla Sala Santa Rita di Roma

Lampi da Cuba

Valerio Bispuri, fotografo da sempre attento alla vita degli ultimi, è tornato a Cuba nei mesi scorsi per raccontare un mondo che continua a resistere malgrado mille difficoltà

Nella guerra d’indipendenza il motto era Libertà o Morte, nel testo dell’Inno nazionale c’è il verso «Morire per la Patria è Vivere», che ritroviamo in «Abdala», il poema drammatico del giovane José Martí, padre della «patria cubana». Nel 1960 Fidel Castro lo riprende nel discorso pronunciato durante i funerali delle vittime dell’esplosione della nave francese La Coubre, concentrando, osserva la storica Paula Ortiz, «tutta la nostra storia di emancipazione nel dilemma “Patria o morte”». Una costante dal XIX secolo ad oggi, «una frase che a Cuba non è soltanto uno slogan – sottolinea Valerio Bispuri, autore dell’intenso reportage fotografico che ha dato vita alla mostra Patria o Muerte – ma appartiene alla storia del Paese, alla rivoluzione, alla memoria di intere generazioni, è entrata nelle case, nelle scuole, nelle piazze, nella vita quotidiana di milioni di cubani; oggi, a decenni dalla rivoluzione, quelle parole hanno assunto un senso diverso e più intimo: oltre la dichiarazione politica, raccontano il rapporto profondo tra un popolo e la propria terra».

Fotografo da sempre attento agli ultimi, dai rom ai detenuti, dai drogati ai sordi, fino ai malati mentali, ancora una volta rivolge il suo sguardo alle realtà ai margini della narrazione dominante, «a quel mondo che abbiamo voluto dimenticare», dice. Tra giugno e luglio scorso Bispuri è stato di nuovo a Cuba. Ma questa volta – svela – ho incontrato un Paese diverso, più fragile. Un Paese dove la mancanza è diventata parte della quotidianità: manca l’elettricità, manca il carburante, manca il gas per cucinare, mancano medicine e alimenti. Interi quartieri vivono con difficoltà che fino a pochi anni fa sembravano impensabili. A Santiago de Cuba, dove in alcuni momenti la corrente elettrica può mancare per gran parte della giornata, quando arriva il buio, le famiglie accendono piccoli fuochi davanti alle case per preparare da mangiare: il legno sostituisce il gas, la fiamma sostituisce il fornello, le pentole annerite raccontano una realtà dura, insieme alla capacità di continuare a vivere, di organizzarsi, di non arrendersi. Quelle persone non si raccontano come vittime: difendono la propria storia, la propria identità, il proprio modo di essere cubani».

Non arrendersi: è questo il senso dell’esposizione, che ha come sottotitolo «Voci da un’isola che resiste» ed è allestita (opening oggi, mercoledì 9 settembre alle 17; fino al 27 settembre) nella sala Santa Rita di Roma. Promossa e sostenuta da Roma Capitale – Assessorato alla Cultura e al Coordinamento delle iniziative riconducibili alla Giornata della Memoria – Dipartimento Attività Culturali, in collaborazione con Zètema Progetto Cultura, è stata realizzata e curata da Tempi Moderni. Con il presidente Marco Russo, la moglie Maria Paola Cioffi e tutto il team dell’associazione salernitana, Bispuri ha stretto un sodalizio forte, di stima e di amicizia, nato e consolidatosi durante la mostra collettiva «Infiniti mondi. Viaggio nella poetica di Fabrizio De André», accompagnata da talk e approfondimenti, e tenutasi con successo tra palazzo Fruscione e altri spazi iconici del centro storico di Salerno da marzo a giugno. Da quel progetto, dedicato non solo al grande cantautore ma anche agli “invisibili” che ha narrato in parole e musica, è nata l’idea di una collaborazione sfociata nel ritratto in scatti della Cuba contemporanea.

Le immagini compongono un racconto fatto di volti e luoghi, nel quale emerge la complessità di un territorio in crisi e, insieme, la forza di un sentimento di appartenenza che continua a legare i cubani alla propria terra. Le trentatré fotografie presenti in mostra, organizzate in quattro sezioni narrative, accompagnano il visitatore nei differenti aspetti della realtà cubana: un percorso che va da L’Avana a Santiago, attraversa le difficoltà del presente e si spinge verso l’oriente dell’isola, per arrivare al profondo tema, politico e spirituale, dell’orgoglio identitario cubano. Nel tempo sospeso de L’Avana, nelle strade invase dai rifiuti dove i bambini continuano a giocare, nei paesaggi orientali, ancora più aspri, e nei volti “custodi” della resistenza, la luce diventa la trama di un diario visivo che scende in profondità, perché, avverte il pluripremiato fotoreporter romano, «poter raccontare con la fotografia vuol dire prima di tutto, prima di tutto capire il significato di uno sguardo, di un gesto, di un movimento».

Anche all’Avana Valerio Bispuri trova una città diversa da quella conosciuta negli anni passati. «Più silenziosa, più lenta, segnata dalla scarsità di carburante e dalla difficoltà degli spostamenti – confida – Ma dietro i muri consumati, dietro le strade meno affollate, ho continuato a incontrare persone legate profondamente all’isola. Molti cubani con cui ho parlato portano ancora dentro il ricordo della rivoluzione, delle conquiste sociali che hanno segnato la loro vita. Per alcuni di loro la rivoluzione è memoria personale, è la storia della loro famiglia, è il racconto di un tempo in cui hanno sentito, finalmente, di avere un proprio posto nel mondo. Per settimane ho camminato tra L’Avana e Santiago, entrando nelle case, ascoltando racconti durante i lunghi blackout, osservando gesti semplici resi difficili dalla mancanza. Ho cercato di sottrarre Cuba all’immagine costruita nel tempo, quella romantica dei vecchi colori e delle automobili d’epoca, per incontrare gli uomini e le donne che abitano ogni giorno quella realtà. Nei loro volti ho trovato fatica e orgoglio, un attaccamento alla terra che spesso sorprende chi osserva l’isola soltanto dall’esterno, un senso di appartenenza forte, un legame emotivo con la storia della rivoluzione e con ciò che essa ha rappresentato». Un legame che illumina il senso stesso di «Patria o Muerte» e rivela la stratificazione dell’esperienza cubana, culla della Virgen de la Caridad del Cobre, patrona dell’isola, madre di Cuba, emblema di un immaginario dove il visibile non esaurisce mai il reale e la patria continua nei morti, nella lingua, nella memoria e, avverte Bispuri, «in quell’affezione dura e magnetica a una terra in profonda crisi ma impossibile da ridurre interamente a questa».


Le fotografie sono di Valerio Bispuri e sono esposte alla mostra “Patria o Muerte”.

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