Paolo Puppa
Una storia di tennis in tv

Testimone

«Gli esce una voce gelida, con cui vuole tenere lontane le quattro persone che occupano la stanza con lui, la moglie chiacchierona, i tre così detti amici del tennis, tennis visto in televisione, non praticato sui campi di gioco»...

Non fa in tempo ad entrare, reggendo le pizze calde in mano, che rischia di venire travolto da Stella, la moglie esultante che gli grida di spicciarsi, perché hanno tutti una grande fame e si comincia, si comincia. Vorrebbe passare in cucina a togliere i cartoni, ma l’impazienza degli ospiti lo fa desistere. Un coro ritmato: “Ab-bia-mo fa-fa-me, fa-me” lo obbliga a rovesciare sul tavolo le Margherite profumate e ancora calde. La Mauri, al solito, appare la più scatenata, e anche Sergio non scherza, il bicchiere di vino rosso in mano, già su di giri. “Dai che vinciamo, stasera vinciamo, troppo facile!”, lo rincuora il preteso amico di una vita, le consuete bretelle rosse sulla camicia bianca strapazzata. Ma lui trova insopportabile che la sua casa venga presa d’assalto per il fatto che possiedono Sky e i tornei di tennis sono oggetto di culto, così da invadere ogni volta i suoi spazi. Ė stata la moglie a creare una sorta di chat di devoti a Sinner. Il divano a elle però non consente a tutti la visione comoda dello schermo, e alcuni si siedono sopra rossi cuscini. Si comincia, si comincia. Le finestre aperte sul canale lasciano entrare oltre a un refolo gradevole anche il canto di una serenata a qualche turista in gondola. I due giocatori intanto stanno palleggiando nella grande televisione che si erge imperiosa da terra, prima che si avvii il match. Quando Sinner viene ripreso dalle inquadrature, un gemito d’amore, specie dalle donne, si leva dal salotto. E c’è disprezzo con fischi, appena inquadrano l’altro, l’argentino anonimo e selvaggio, con bandana. Ma lui non riesce a partecipare a quell’eccitata euforia. Tant’è vero che la moglie, esperta, mentre lo aiuta a portare su un carrello le macedonie e le fette di anguria già tagliate, gli chiede sottovoce: “Cos’hai stasera? Si può sapere cosa è successo? Ancora sta storia?”. Lui scuote la testa, e si morde le labbra per non gemere e mettersi a raccontare tutto. Prende posto ma si limita poco convinto a tagliare i bordi della sua Margherita. Ha perso l’appetito, e gli pare insopportabile doversi farsi forza. Mauri, la bocca piena, si alza di scatto. Le suona il telefonino, posato a fianco del suo cartone. La si sente, spostata nella camera accanto, mentre impreca “Eh no, eh no cara. Questo è troppo! Io non ho detto a nessuno del…No cara. Fammi parlare. Questo no!”. Genny, un ridicolo gilet blu le stringe il grosso petto, sghignazza e porge il vaso dei cetriolini a Sergio. Intanto Mauri rientra imprecando irritata contro l’ingiustizia della gente, e per il fatto che adesso la sua pizza s’è raffreddata. Perché lei non direbbe mai di qualcuno se ha un tumore, se questo qualcuno non ha piacere che se ne parli. E lei il fatto che la Titti è in piena metastasi e ha davanti pochi mesi di vita se l’è tenuto per sé. Ma scherziamo e le guance le si fanno piò rosse ancora. Non è trucco quello, ma palpitazioni. “Povera Titti, non sapevo”, la moglie commenta sorridendo e nel frattempo alza l’audio.

Sinner ovviamente sta vincendo facile. Non c’è partita, si è già nel secondo set e tutto procede senza storia. Abbassando il tono, ma in modo che gli altri possano ascoltare, rivolta al marito, sibila commossa: “Siamo fortunati. Siamo arrivati alla nostra età, sono sessantacinque per noi, eh sì, anzi sessantasei per me, e sessantacinque per te, senza malattie importanti. Te lo dico sempre. Pensa per un momento se io o te avessimo il cancro, come ci sveglieremmo la mattina. Tutto perde importanza se…Perché fai questa faccia, stasera? Piantala, dai!”. Lui non si sente invece un privilegiato. Gli cresce dentro l’affanno. Guarda gli ospiti che seguono stancamente l’incontro. Arriva il momento della macedonia di frutta, con le gialle palline di vaniglia sopra, da poco tolte dal frigo. Ma lui continua a non toccare cibo. Prova piuttosto nausea davanti a Sergio che abbraccia Genny non appena Sinner si siede sulla panca avendo vinto pure il secondo set. Potevano starsene a casa loro. Oppure sarebbe ora che si paghino l’abbonamento a Sky. Possibile? “Ma non mangi niente, proprio niente?”, Sergio gli sta addosso e lui vorrebbe domandargli con mala grazia perché non apre più un dannato libro d’arte ora che non la insegna più. Ma si trattiene. Allora Stella, vedendo che la conversazione sta languendo, allunga i bicchierini con la grappa e all’improvviso sbotta: “Lo vedete così cupo e silenzioso, più del solito. Perché l’editore non ha risposto, vero che è così? No, nessuna vergogna.  Qua sei tra amici. Questa è una famiglia allargata. Posso dire la verità a loro. E quello là è un poco di buono. Sì, sono sicura di quello che dico”. Lui freme, stringe i pugni e la fissa sbalordito.  Si sente un urlo. Genny grida e richiama l’attenzione dei presenti alla partita. “Ma cos’ha, cazzo? Così’ha Jannik? Come imbambolato. Sta male? Non si regge in piedi?”. Anche Mauri appare attonita, quasi disperata: “Questo Cerundolo, si chiama così vero? Con la esse spagnola.  Suo fratello è meglio, ma questo qua è nessuno. E adesso non vorrà mica vincere?”.

Nondimeno Stella prosegue imperterrita, osservando il marito che risponde col capo chino “Sì, secondo me è anche un frocio questo editorino. Gli fa una corte serrata. Perché è ancora bello mio marito, no. E piace, piace, ve lo dico io. Io sono stata impiegata all’INPS come voi due ragazze, è lui il genio della casa. Lo proclamo senza ironia. Solo che non sa lottare. Non ha le palle. Quel be tipo là lo ha invitato a Roma, gli ha chiesto di andare assieme a cena, anzi, sì, sì, gli ha proposto di dormire da lui. Roba da matti”.  Sinner adesso più che correre, cammina, le braccia penzoloni, quasi rassegnato. “Dovrebbe ritirarsi!”, consiglia Sergio, trangugiando un altro bicchierino di grappa. “Tu sei un insegnante di scuola in pensione da poco. E ti mancano tanto gli allievi. E non abbiamo avuto prole, purtroppo. Hai scritto una cosa bella sulla tua esperienza didattica. L’ho letta d’un fiato. Davvero bella. E quel vizioso là è scomparso, perché tu non ci stavi. Andata così, chiaro”.

Gli esce una voce gelida, con cui vuole tenere lontane le quattro persone che occupano la stanza con lui, la moglie chiacchierona, i tre così detti amici del tennis, tennis visto in televisione, non praticato sui campi di gioco. Evitare soprattutto la loro solidarietà, la loro pietà penosa. Ma non si tratta dell’ennesimo rifiuto editoriale. Non crede affatto che l’editore romano sia gay, come sospetta Stella. Ė stato lui ad accennarle le apparenti avances dell’uomo, le mani piegate ad angolo retto rispetto al braccio, i foulard e le pochette sulla giacca. Tutto qua. Non lo è, o forse lo è, ma non cambia nulla. Il malessere che prova è dovuto a ben altro. “Ha perso, ha perso, nooooo!”, è un coro ormai di lamenti. Persone anziane, con morti e divorzi alle spalle, e figli problematici, e qualche malattia in arrivo, eccole qua a casa sua che si mostrano sinceramente prostrate perché un match di tennis è finito in modo diverso dal previsto. Ė il momento degli abbracci avviliti, perché escono gli ospiti, lo spazio si allarga. Stella, imbarazzata, lo coinvolge e si fa aiutare a riempire la lavapiatti. Gli intima di non portarle rancore. Ha parlato così per smuoverlo, per toglierlo da quel torpore, da quella depressione. “Troverai un altro editore, prima o dopo. Ovvio. Che non ti invita a casa”. Lui alza le spalle e le lancia un’occhiata angosciata, in silenzio. A letto, chiude subito la luce del suo comodino. La moglie continua a rammaricarsi per Sinner. Perché Roland Garros era suo, era suo. Mancava lo spagnolo e dunque. Allunga una gamba tra le sue, nude (non porta mai il pigiama) presto respinta. Non è certo il caso di chiudere la serata a quel modo. Nessuna voglia. Perché lui pensa che solo tre ore prima, passando coi cartoni delle pizze una sull’altra, all’altezza del Campo dei Carmini, dietro la palizzata prima del ponticello, ha scorto tre ragazzi scatenarsi sopra un uomo di colore, a terra. Infierivano con mazze. Rivive tremando il suono di una di quelle sulla testa del malcapitato, come il cozzo di due legni, in mezzo a piccoli gemiti, un “no” strascicato e prolungato. Uno dei tre lo ha fissato in modo protervo mentre sfiorando il gruppo si affrettava a salire il ponte. Ansavano sopra la vittima, come un orgasmo collettivo, ma non erano felici in quei gesti di sopraffazione. No, parevano afflitti, come se fossero tenuti a quell’esecuzione, senza un trasporto personale. Si avvertiva anche odore di visceri, forse il nero se l’era fatta addosso per il terrore. Era fuggito via, insomma, e adesso, sul letto, passa in rassegna i numeri di emergenza. Correva qualche pericolo ammettendo la propria viltà nel non essersi fermato? Poteva mettere a terra i cartoni, e iniziare non una colluttazione.

Quei tre erano troppo grandi e grossi e la violenza straripava da tutto il loro corpo giovane. No, avrebbe potuto almeno avviare una conversazione, magari in inglese. Un affare tra tossici o tra trafficanti, probabile. Ma era un uomo che stava morendo e lui. Sì, il giorno dopo, di prima mattina, avrebbe telefonato in questura. Risentiva quei colpi sulla testa dell’africano, come fosse la sua. Era un senegalese, o un nigeriano. Dalla pelle, nel chiaroscuro del campo male illuminato, non si capiva bene la etnia. Ma quei colpi tremendi sul cervello. Com’era crudele il mondo! Non c’era salvezza, da nessuna parte.  Non c’era salvezza. Un tumore avrebbe risolto tutto. Ma in quel caso se ne sarebbe andato via, schifato dalla vita. “Basta pensare all’editore, per favore!”. La moglie lo scuote con tenerezza, e riprova a infilargli una gamba tra le sue. Non crede di farcela ma lo fa per puntiglio.  Desidera farsi perdonare quelle confidenze azzardate, ma sì. Se anche non pubblica, per lei non è un problema. Lo ama lo stesso.


La fotografia accanto al titolo è di Roberto Cavallini.

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