A proposito di “Leave That In There”
Voci da New Orleans
Il nuovo album dello strepitoso pianista Sullivan Fortner è pieno di idee e suggestioni: dalla tradizione jazzistica al paesaggio musicale (mai da cartolina) di New Orleans
Il titolo del nuovo album di Sullivan Fortner – Leave That In There – è ispirato a una scena di When the Levees Broke, il documentario nel quale Spike Lee raccontò l’uragano Katrina e l’abbandono di New Orleans da parte delle istituzioni. Una donna scende dall’auto, qualcuno le fa notare che ha dimenticato la borsa e lei risponde: «Leave that in there», lasciala lì dentro. Fortner ha isolato questa battuta del tutto quotidiana e ne ha ricavato il principio che guida l’album: lasciare affiorare nella musica anche quanto solitamente si tende a correggere o nascondere. Ne è nato un lavoro denso, attraversato dalla memoria familiare e dalle ferite della città, lontanissimo dall’essenzialità acustica del precedente Southern Nights.
Fortner appartiene a quella ristretta categoria di pianisti ai quali la tecnica consente quasi ogni cosa. La facilità con cui sovrappone idee o modifica un assetto ritmico potrebbe alimentare un virtuosismo compiaciuto. In Leave That In There (Artwork Records), invece, gli serve per mettere alla prova la tenuta della musica: spingerla vicino al punto di rottura e vedere in quale direzione riesca a salvarsi. È un atteggiamento che lo stesso pianista ha accostato alla comicità di I Love Lucy, celebre sitcom americana degli anni Cinquanta. La protagonista, interpretata da Lucille Ball, trasformava un inconveniente banale in un disastro sempre più ingovernabile, prima che tutto trovasse in qualche modo una soluzione. Anche questi tredici brani amano cacciarsi nei guai.
Registrato alla fine del 2023, l’album documenta per la prima volta in studio il trio con Tyrone Allen II al basso e Kayvon Gordon alla batteria. All’epoca i tre si frequentavano da poco, ma il loro rapporto possiede già una notevole elasticità. Allen e Gordon non devono limitarsi a reggere le evoluzioni del leader: intervengono nell’orientamento dei pezzi e talvolta li costringono a cambiare strada. La produzione di Derrick Hodge e Jack DeBoe amplia ulteriormente il campo, accostando al pianoforte l’Hammond B3 e diverse tastiere elettroniche. Entrano inoltre in gioco la marimba e le percussioni bàtá. Eppure, il disco non assomiglia a un’esposizione di strumenti. Le diverse sorgenti sonore finiscono per alimentare un lessico comune, riconoscibile proprio nella sua instabilità.
Lo chiarisce subito Sugarcane. Fortner è cresciuto a LaPlace, in una parte della Louisiana segnata dall’industria della canna da zucchero e dalla rivolta del 1811, la più vasta insurrezione di schiavi della storia statunitense. A questa eredità si sovrappone un ricordo domestico: la nonna portava a casa delle canne appena tagliate, che i bambini masticavano per succhiarne il succo, lasciandone poi i resti sul pavimento. La composizione incorpora questi riferimenti nel ritmo incrociato dei bàtá di Gordon e nel basso elettrificato di Allen. Fortner aggiunge la marimba e il sintetizzatore prima dell’ingresso del pianoforte. Il passato affiora come qualcosa che continua a premere sul presente, più che come un argomento da illustrare.
Il passaggio a Que Diablos mostra l’altro volto del trio. Il pianoforte torna in primo piano e la scrittura si fa più nitida, ma la chiarezza non riduce la mobilità dell’esecuzione. Fortner spezza le frasi, apre improvvise deviazioni e le ricuce con una naturalezza che impedisce di percepire il lavoro necessario a sostenerle. Gordon accompagna senza stabilizzarsi in una funzione puramente metrica; Allen mantiene una solidità capace di assorbire ogni cambio di direzione. La loro intesa evita al disco di dividersi fra episodi acustici ortodossi ed esperimenti elettronici: entrambi nascono dalla medesima curiosità per ciò che un trio può ancora diventare.
Nelle due parti di Aerobatics, quella curiosità assume un carattere più apertamente laboratoriale. Tastiere sovrapposte e pulsazioni funk procedono per graduali slittamenti, finché l’improvvisazione sembra galleggiare sopra il proprio accompagnamento. La seconda parte rallenta il movimento e ne scopre il fondo malinconico. T295 e 12 Gallons spingono più avanti la manipolazione elettronica, senza adottare il sintetizzatore come semplice segnale di modernità. Fortner conosce troppo bene la tradizione delle tastiere nella musica nera americana per usarne i timbri come semplice decorazione. Li tratta piuttosto come un’estensione della propria immaginazione pianistica, conservando la libertà armonica ma modificando il rapporto con la densità del suono.
Altrove prevale il piacere di confrontarsi con una tradizione assimilata al punto da poter essere deformata. Swirl, ispirata a Thelonious Monk, non ne riproduce le ben note eccentricità, lavora invece su esitazioni e false partenze, conservandone soprattutto la capacità di rendere problematico ciò che sembrava ovvio. Sorcerer’s Stick si muove con un’agilità quasi beffarda. Number 3, l’unico brano non originale, recupera invece un rapido valzer del batterista Lawrence Williams, entrato nel repertorio di Marcus Belgrave, che Fortner conobbe negli anni trascorsi a Oberlin. La scelta conferma quanto il disco sia attraversato da genealogie, senza trasformarlo in un inventario degli ascendenti.
Aria II riprende materiale dal primo album del pianista, pubblicato nel 2015. Fortner suona contemporaneamente l’organo con una mano e il pianoforte con l’altra. Interessante il dialogo fra le due tastiere, il modo in cui il timbro dell’Hammond modifica retrospettivamente una musica composta più di dieci anni fa. Il riferimento ad Aria offre al pianista la possibilità di misurare la distanza fra ciò che aveva scritto e ciò che oggi riesce ad ascoltarvi.
Il momento emotivamente più nudo arriva con A Hymn for Linda, dedicata all’amica scomparsa Linda “Mama” Payne. Fortner sovraincide la propria voce fino a costruire una piccola congregazione immaginaria. Il gesto rimanda alla chiesa battista nella quale è cresciuto, con una madre organista e una famiglia per cui il canto costituiva un linguaggio quotidiano. L’Hammond non evoca genericamente il gospel, ma riporta quella musica a una pratica condivisa, al rapporto fra la voce individuale e la comunità che la sostiene. La conclusiva Another Poignant Time riprende invece un titolo ascoltato all’inizio del disco e lo espone a quanto è accaduto nel frattempo. Il ritorno non chiude il cerchio; permette di accorgersi che il punto di partenza è cambiato. In questo sistema di rimandi rientra anche Katrina. Fortner aveva diciotto anni quando vide in televisione la propria città sommersa e riconobbe fra gli sfollati la fidanzata e sua madre, in attesa di autobus che non arrivavano. Due titoli, A Poignant Time e Another Poignant Time, richiamano una frase pronunciata da Wynton Marsalis nel film di Lee: la tragedia come momento nel quale l’America fu costretta a vedere molto di ciò che non funzionava. Fortner lascia che quella memoria conviva con l’umorismo e con il piacere del gioco. La sofferenza non impone alla musica una perpetua gravità.
La scelta di lasciare tutto «lì dentro» espone inevitabilmente il disco al rischio dell’eccesso. Alcune idee appaiono per pochi istanti, certi passaggi sembrano sul punto di disperdersi e l’insieme può risultare meno seducente dell’immediatezza di Southern Nights. Sarebbe però improprio chiedergli la stessa compostezza. Fortner ha concepito queste registrazioni come un esercizio di mancata autocensura. L’interesse nasce anche da ciò che rimane irrisolto, dalle tracce lasciate visibili anziché ripulite in nome della coerenza.
New Orleans emerge senza essere ridotta ai ritmi di una cartolina musicale. È una città nella quale passato e presente continuano a contaminarsi. Fortner la racconta nello stesso modo in cui suona: lascia che più idee agiscano insieme, confidando nella capacità delle mani e dei compagni di impedire il crollo. Leave That In There conserva quasi tutto ciò che un album più prudente avrebbe eliminato. La sua bellezza, irrequieta e a tratti straripante, dipende proprio da quanto Sullivan Fortner ha deciso di lasciare lì dentro.