Andrea Pellegrini
La prima parte di un racconto meta-letterario

IL capolavoro del fauno

«Non molto conosceva, il filologo, di quell’autore del Settecento, se non per sentito dire. Qualcosa di “Justine ou les malheurs de la vert” e della sua continuazione anche più lussuriosa. Qualcosa di “Aline et Valcour”. Ma per frammenti»...

Una corvée editoriale, Marsiglia. Quando la piccola casa editrice della rivista «Le cahiers du Sud» di Marsiglia aveva ingaggiato sugli inizi degli anni Trenta del Novecento il filologo fresco di laurea Guillaume de Lamoignon, omonimo di un ministro di Luigi XVI ma non suo antenato, il movente era stato De Sade.

Soltanto dopo la Seconda Guerra Mondiale sarebbe uscita la monumentale opera di Gilbert Lely, La vie du marquis de Sade, per le edizioni Gallimard di Parigi, vestale e scrigno di un numero ingentissimo di testi e di documenti del più famoso marchese. E soltanto alla fine del secolo la passione per quel libertino tanto crudele avrebbe infine invaso le menti di molti senza più il peso del turbamento. L’ingaggio de «Le Cahiers» era stato pertanto pioneristico e audace, visti i tempi che correvano cupi attorno alla Francia e ad ogni ora più illiberali, e avrebbe trasformato il timido Guillaume da inesperto alla vita a depravato e forse della sua vita ogni destino.

Perciò chiariamolo subito. Soltanto il bordello di Tours, paese dov’era nato, aveva egli frequentato in certe sere dei suoi vent’anni, consumandole goffamente e in segreto con una sola Suzette molto bruna nel mezzanino dalle persiane sempre socchiuse lungo la Loira. Calvinisti, suo padre, educato farmacista bretone, e sua madre, donna di casa senza ascendenti illustri, lo avevano educato sin da fanciullo alla sobrietà, al rigore e alla castità soprattutto, eppure mai come forme di santità imprescindibili, ma necessarie ad evitare ogni egoismo. Alla Sorbone Guillaume si era laureato nel ‘28 su Le Moyen de parvenir di Verville scandagliando a sussidio anche le pagine più trascurate del migliore Rabelais, certe famose del Machiavelli comico e quei Marot o i Ronsard o gli Scève, poeti erotici del blason e del carpe diem più carnale cinquecentesco. Per questo, forse, per questi autori sensuali affrontati solo per caso dal giovane nel suo studium, quell’ingaggio de «Le cahiers du Sud» con la richiesta di un’edizione critica in tempi brevi da fare di alcune lettere manoscritte del celebre marchese François de Sade, ritrovate da pochi mesi proprio a Marsiglia. Non molto conosceva, il filologo, di quell’autore del Settecento, se non per sentito dire. Qualcosa di Justine ou les malheurs de la vert e della sua continuazione anche più lussuriosa. Qualcosa di Aline et Valcour. Ma per frammenti, solo, rubati da letture assai furtive, di quei romanzi proibiti da più di un secolo, che raramente si trovavano dai librai e che sempre celatamente e nel riserbo più angusto si leggevano sottovoce anche nelle alcove.

Fu trascrivendo le lettere, una trentina, finite in collezioni private della cité phocéenne, che Guillaume si informò meglio della vita di quel marchese.

Del celebre affaire d’Arcueil, per esempio, di cui era stata protagonista una povera mendicante, sedotta da costui e flagellata e tagliuzzata tutta con una lama nelle sue parti più intime. O di quella più ancora famosa partie de plaisir con ben quattro vergini marsigliesi prese in ostaggio, quando flagellazioni, crudeltà di ogni sorta, pillole di cantaride e sodomia a quel Divin Marchese erano costate poco prima della Revolution quasi l’ergastolo. E se all’inizio della sua corvée, piegato il capo sulle oscene carte, Guillaume l’avrebbe d’ora in ora rialzato pieno di nausea, come poi in ogni impresa succede, persino la più turpe, l’abitudine lo avrebbe intenerito e i dettagli disteso e una visione più larga dei fatti apparentato finalmente al reo. “Mio Dio… mio Dio” avrebbe preso a dirsi sottovoce, all’ombra degli archivi dove studiava, “che poveruomo, quello!, sentendosi indulgente e quasi amico di quel filosofo di ogni libertà. Ingiustamente – è questo infine ciò che avrebbe scoperto – quel marchese De Sade era stato arrestato e vilipeso per essere poi tenuto in catene troppo a lungo rispetto alle imputazioni. Tutto per volontà di una sua suocera livorosa, a quei tempi, che con alcune lettres de cachet – documenti tremendi, firmati dal re in persona, per intentare condanne senza appello – lo avrebbe marchiato a vita. Da rampollo di casato illustre, per le sue colpe sessuali e di sodomia certo non lievi, De Sade era diventato infatti un detenuto di lungo corso e durante i giorni assurdi delle prigioni un cantore del Male. Trattati di pensiero straordinari, aveva scritti da galeotto. Storie la cui essenza sarebbe stata solo la distruzione. E grandi romanzi colmi d’odio e di sesso, oltre alle molte lettere, sarebbero stati infine la sua vendetta e poi il movente di ogni sua apoteosi.

Nessuna azione, per quanto singolare la si potesse supporre, era davvero criminale, a sentire quello, tutto esistendo sempre e solo in rapporto a meri costumi umani. Le prostitute, non altro che le pubbliche vittime di un forte vizio maschile e più necessarie in fondo delle bigotte. L’egoismo, la prima sola legge della natura, e il vizio, la radice di ogni delizia. Così, dopo un primo rigetto per quell’uomo e per le sue blasfemie, il timido calvinista Guillaume de Lamoignon si assuefece.

Si disperò per costui, una prima volta, una mattina del ‘32, leggendolo prigioniero nelle segrete di Vincennes centocinquantasette anni avanti. Pianse, una notte d’ottobre, ripensando alle richieste di libertà gridate dalle fetide celle della Bastiglia contro un sistema infame. E si sdegnò, il filologo, dinanzi alle indifferenze dei giudici, delle leggi e del mondo verso quel genio. Al punto che normale diventò pensare anche per lui che possedere in esclusiva una donna fosse ingiusto per esempio quanto aver degli schiavi. Normale diventò pensare, anche per il candido Guillaume, che amando il proprio dolore esso poteva trasformarsi in gusto. Normale infine pensare, anche per uno come lui, davvero schietto e inesperto, di mettere ogni donna per diletto, quante più volte possibile, carponi, sul bordo del proprio letto, con le natiche ben aperte e poi montarla, al modo di una bestia, non prima di aver studiato con acribia il suo bel culo.

De Lamoignon a Nizza. La pratica della sodomia, ma non per sciovinismo, la cominciò con un’americana.

Dopo aver dato alle stampe in tiratura limitata l’epistolario di De Sade, senza riscontri dall’Accademia di Francia né sui giornali o altrove, Guillaume aveva trovato lavoro nel ‘33 come professore per un semestre presso un école nizzarda, riservata e costosa, per facoltosi stranieri appassionati della Côte d’Azur. Mentre in Italia le leggi fascistissime imperversavano e quando la Germania incoronava con voto democratico il nazismo, in quella striscia di terra circonvicina si sdoganava la moda dell’abbronzarsi, si pasteggiava a champagne per colazione e si incrociavano sulle spiagge tiepide anche d’inverno artisti come Picasso e scrittori come

Maugham, Connolly o H. G. Wells, tutti spesso ubriachi e maniaci del sesso nei modi più disparati.

Guillaume era un giovane gracile nella corporatura, biondastro come sua madre, piacevole nell’aspetto benché non appariscente, e le sue lezioni di lingua francese, non senza insinuazioni letterarie a corredo, avrebbero stuzzicato presto le attenzioni di qualche forestiera in vacanza-studio. L’Ècole Bashkirtseff si trovava in alto, nei pressi della Colline du Château, con la vista sul mare dalle finestre delle aule e annesso il dormitorio per professori e studenti, in un’antica palazzina vicina al porto. E fu una sera di aprile che una Jane, questo il nome della fanciulla, ardimentosa e procace, poco più che ventenne, newyorkese o di Boston ma certo bionda e minuta, si fece trovare scalza, coperta solo da un accappatoio, davanti alla porta della sua camera, per dargli la buonanotte con questa voce: “«io ritengo superfluo che Lei mi spieghi adesso, Professore»” gli disse piano, “«parole come fica, cazzo, sperma, erezione o posizione del 69»”. “«Sono parole in effetti famigliari a tutte le ragazzine!»” mormorò lui, sapendo di citare con lei all’unisono l’avvertenza al lettore del Piccolo galateo erotico per fanciulle di Pierre Louÿs, a cui aveva accennato proprio quella mattina.

Si era accorto del resto della ragazza già almeno da qualche giorno. Di come si liberasse dei sandali, scalzati via dagli alluci smaltati, restando a piedi nudi sotto il banco durante le sue lezioni, per provocarlo poi con l’occhiolino. Di come inclinasse il capo quando parlava. Di come succhiasse il pollice per gioco. Così non si abbracciarono nemmeno, in quel corridoio. Guillaume, intriso ormai di De Sade fino alle ossa, in camera la condusse con un dito. La invitò, muto, a mettersi carponi, sul bordo del suo letto e, sotto, scostando l’accappatoio, non smise di assediarla fino al mattino.

Era come se il Guillaume de Lamoignon di prima fosse morto. L’ingenuità, lo sguardo basso e tenue fra la gente, le spalle sempre aggrottate: tutto cosa passata. Era ormai come se per un incanto, quasi attrezzato di uno speciale bastone da rabdomante, egli riuscisse infatti ad accorgersi sempre meglio della natura perversa – o per dir meglio, diversa – degli esseri umani intorno. Si trattava di sfumature, in effetti. Una trama di sguardi coincidenti. Empatie nella voce. Sfioramenti più compassati. E ci voleva allenamento, per fare questo. Impegno. Strategia. Come quando Guillaume, da filologo, effettuava la recensio catalogando i manoscritti e la collatio mettendoli a confronto e infine la costitutio textus con cui saliva all’originale. Ed ecco dunque anche fra gli umani, seguendo questo sistema, emergere talora, da un fondale di anonimi equivalenti, qualcuno molto speciale. Così, quella Jane newyorkese o di Boston, all’Ècole Bashkirtseff nella Vieux Nice, sarebbe stata per lui solo la prima di una catena. Di aderenze, per così dire. Di agnizioni e di epifanie. Poi terminate tutte, per onorare forse anche il suo eroe, con atti scrupolosi di sodomia.

Leonor ci sarebbe stata, non molto tempo più tardi, la provenzale dagli occhi ceruli e dalle carni di lavanda, che teneva anche lei lezioni in quella scuola sul trobar clus. La portinaia poi, Maria Josè, non più fanciulla ormai e ispanica d’origine, dai piedi prensili e con le ascelle erbose. E le gemelle von Holnstein, Carlotta e Amalia, bavaresi maniache del Casinò e ospiti fisse al Negresco, da prendere con furia ma senza mai trascurare ‘l’altra’.

“Tutti i principi morali universali” così si presentava Guillaume alla consorte di turno, con queste sante parole di De Sade, “sono soltanto oziose fantasie, mia Signora”. E frattanto, con occhi nuovi, quando restava in ozio, rileggeva Baudelaire.

L’idea di un libro. Del corpo delle sue belle e indolenti fanciulle, amate e odiate, al poeta dello spleen di Parigi era piaciuto osservare soprattutto il luccichio della pelle, quasi stoffa cangiante, per poi sognarsi nelle ondulate movenze degli abbandoni carnali dei serpenti danzanti in cima a un bastone. E quando, quello stesso, aveva respirato il profumo di un seno ardente, vedeva come aprirsi rive chiare e splendenti, come di Paradiso, innanzi a sé. Però anche molto impure erano state, annoiate e perverse, le sue muse, capaci di portarsi al letto l’universo e avvezze a mettere almeno un cuore al giorno sul fuoco per aguzzare i denti come vampire.

Guillaume de Lamoignon, sulla spiaggia calda, al mezzodì, seduto, quando era in pausa dalle sue lezioni, oppure su una panchina lungo la Promenade, avrebbe imparati i versi anche a memoria di molte delle canzoni dei Fleurs du mal dove le donne, angeliche e stilnovistiche, sono anche demoni. A una di quelle, come a una tigre adorata, Baudelaire voleva affondare le proprie dita nella folta criniera, e nella gonna, che di lei aveva odore, seppellircisi il capo. Di un’altra invece cantava il sogno di castigarne la carne e martoriare il suo seno allo scoccar delle ore del piacere. Ma il ventre e i seni di queste che aveva avute, amorevoli come angeli del male, avevano turbato fino all’anima il poeta. Dalla bocca di fragole, molte di loro gli si erano date, rivelandosi però poi uguali a mostri capaci di succhiargli anche il midollo. E mentre Guillaume leggeva, alzando ad ogni strofa gli occhi intorno, ecco sopra la sabbia piedi nudi o lungo i marciapiedi, cosce al vento che affioravano dalle gonne e denti bianchi nelle bocche forti delle passanti nascoste in occhiali scuri. Così fu proprio là, sulla Promenade des Anglais, dietro la meraviglia ibrida di quei canti, che egli vide la vita come mai prima. Multiforme e segreta. Minacciosa e splendente. E la sua ammirazione per quel poeta fu sconfinata.

Solleticava nella sua stanza i capezzoli con del ghiaccio alla commessa di un Cafè del centro? E ruminava quei versi. Accerchiava nella vasca da bagno una manucure conosciuta nel quartiere di Mont Boron? E li intonava all’orecchio come suoi. S’immergeva, spingendosi, fino ad arroccarvisi interamente, in una marocchina sua coetanea, figlia forse di principi, là in vacanza? E si faceva chiamare Charles.

Era maggio, in quei giorni. Gli stessi in cui a Berlino, in Opernplatz, i tedeschi davano luogo al Bücherverbrennung. Quel rogo dove i libri, anche di Gide e di  Schnitzler, di Proust e di Stefan Zweig, vennero dati con quelli di altri cento alle fiamme. E fu in quegli stessi giorni – nessuno sa se per caso – che su una delle panchine del lungomare, fissando all’orizzonte il faro di Cap Ferrat, Guillaume decise.

Un libro avrebbe scritto.

“Un capolavoro” pensò. “Sul sesso e il genio».

Torino ed io. «Piacere, io sono Anna… Anna Cravero».
«Guillaume de Lamoignon».
«Non mi è nuovo il tuo nome, Guillaume».
«C’era un ministro du Roi Louis XVI con questo nome e cognome, Anna. Ma io non sono un suo ancêtre… come si dice? Non sono un suo antenato».
«Però sei francese!» io risi.

E fu così che noi ci conoscemmo.

Guillaume vestito bene ma sobrio, con pantaloni a vita alta e bretelle sotto una giacca chiara e con la valigia, ancora dall’altra parte del bancone come un cliente, perché appena arrivato. Io, coi capelli corti, quella mattina, neri e vestita da uomo come imponeva la moda, in pantaloni di lana molto spessa. È l’inverno del ’34, quello che dico. La Libreria Marchisio, dove da alcuni anni lavoravo come aiutante vicino a Porta Palazzo, non era fornita quanto una Luxemburg però commerciava pezzi altrettanto rari e con offerte in francese. Per questo, tramite un’inserzione, cercavamo da settimane un commesso francofono, francese meglio ancora, ed esperto di libri.

«Dois-je commencer tout de suite?» mi chiese dopo avermi studiata.
«Io non parlo la tua lingua» risposi, e per dispetto un po’ mi morsi il labbro.

Concluso il semestre nizzardo, Guillaume, seppi dopo, era tornato dai suoi, sulla Loira, in autunno, disoccupato, ma senza aver smarrito dentro sé stesso l’ormai connaturata abitudine alla scoperta. Degli esseri come lui. O come noi, dovrei dire. Nati così, o diventati. Più aperti al desiderio e più capaci di altri, malgrado i tempi orrendi che vivevamo, di amare senza confini.

«Comincio subito? A lavorare, dico…» ridisse in italiano con la r moscia e io risi di nuovo senza motivo.

Qualche ora dopo, il resto non lo ricordo, stavo appoggiata a una cassa di dizionari nel magazzino di sotto, con le mani arpionate agli spigoli, quel nuovo commesso allacciato dietro e i pantaloni di entrambi giù alle caviglie.

Fine della prima parte.

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