Una storia di amori finiti
Poesia
«Quel pomeriggio di dicembre inoltrato, soleggiato tanto da lasciar per un po’ aperta la finestra sul Mercato di Rialto, si era vista così arrivare in cima alle scale una fanciulla di ventidue anni soltanto, che pareva più giovane dell’anagrafe dichiarata...»
Era stata Virginia a scriverle una mail, un anno prima. Una lettera prolissa, piena di elogi, “in ginocchio”, in cui la chiamava “maestra di vita e di scrittura”. Lei aveva risposto, compiaciuta e insieme annoiata. Precisava di non sopportare se veniva trattata come una “compianta”, in quanto era viva e piena di difetti. Una settimana dopo era arrivato un nuovo messaggio, dove la ragazza si scusava dell’assedio, ma ribadiva allo stesso tempo che non conosceva nessuna studiosa capace anche di testi poetici così “rapinosi”. Il suo volume Amori malati era stata una lettura che l’aveva sconvolta e messa a contatto con tutto ciò che è nascosto agli occhi del mondo. Aveva acquistato varie copie del volumetto che poi si era affrettata a donare ad amici e parenti e tutti, ma davvero proprio tutti, avevano trovato quei versi trascinanti. Nessuno scriveva poesie come lei. E citava Amelia Rosselli e Patrizia Valduga, superate però dalla trasparenza, dal nitore dei suoi canti. “Ho l’impressione che aver scritto queste poesia salvi in qualche modo dalla morte”. Lei aveva risposto “Che enfasi, figliola!”, ma poi non aveva saputo scansare la richiesta di un incontro in casa. Le portava per l’occasione altre copie, infatti, da firmare e sperava in un bell’autografo per la sua personale. Quel pomeriggio di dicembre inoltrato, soleggiato tanto da lasciar per un po’ aperta la finestra sul Mercato di Rialto, si era vista così arrivare in cima alle scale una fanciulla di ventidue anni soltanto, che pareva più giovane dell’anagrafe dichiarata. In blue jeans azzurri, una camicetta bianca sciupata come uno straccetto, un gilet nero di camoscio. Un che di maschile, dai capelli castano scuri tagliati corti, al naso un po’ grosso da pugilatore, dalla testa aguzza all’assenza quasi totale di petto. Ma era molto alta, slanciata, una flessuosità sportiva. E sorrideva molto, e quando sorrideva diventava indubbiamente bella, in modo stordente. E da quegli gli occhi grandi, lei commossa e riconoscente si sentiva guardare in estasi. Insomma, non era certo facile sottrarsi a quelle calde manovre avvolgenti.
La ragazza le assicurava di aver letto pure i suoi libri professorali, quello su Rilke e su Schnitzler, in particolare, studi sulla mitteleuropea da grande germanista. Ma anche ovviamente tutte le edizioni con i versi, dalle prime edizioni minori, alle raccolte gloriose della Garzanti e dell’Einaudi. Aveva deciso di frequentare i suoi corsi cafoscarini. All’improvviso, seduta davanti alla tavola da pranzo, con la luce fievole che spioveva dal campo di sotto, e le voci dei turisti che chiacchieravano in un bar di fronte, per lo più inglesi, che arrivavano fin lassù, al secondo piano della palazzina antica Virginia le aveva confessato con candore di essere sfinita. Non mangiava infatti dalla sera precedente, ed erano quasi le quattro. Perché incombeva ormai la sera. Lei era rimasta sbalordita dal cambio di registri, il brusco passaggio dalla conversazione culturale a quella specie di grido con cui aveva confessato la propria fame. Quasi sessantenne, età, ancora ben portata, il petto esplosivo sotto il maglione di lana marrone, la gonna verde scuro acquistata a Edimburgo, i lunghi capelli neri (solo un po’ di tinta) avvolti in una treccia annodata sul capo, la voce morbida e tenuta bassa. Ma dalla morte, dieci anni prima, del marito Carlo, economista prestigioso e docente a Berlino, non aveva più rapporti ravvicinati con gli altri. Non aveva figli e quella ragazza che le era entrata nel vasto e silenzioso appartamento, dopo pochi scambi di mail, una sconosciuta in fondo, un’esaltata, cominciava a farle paura. Anche Sara, il grosso gatto soriano castrato troppo presto, ora decenne, pareva inquieto e le stava in grembo senza riuscire ad addormentarsi. Clementina era fuori a fare compere per i suoi nipoti, Natale era alle porte, e dunque lei si trovava da sola con un’ammiratrice, scoperta in crisi per mancanza di pasti, mentre discutevano della sua traduzione in corso di Gottfried Benn.
Allora l’aveva quasi spinta in cucina. Mostrarle un’aspra autorità l’aiutava a sentirsi più sicura. Aveva aperto il frigorifero, estratto una bistecca, messa su una griglia e quindi offerta su un piatto con un goccio di olio e un ciuffo di rosmarino. “Al sangue, così ti fa meglio. Meno male che non sei vegana o vegetariana. Ma io sono una pessima cuoca. Meglio se capitavi quando c’era la Clementina”. La guarda mentre Virginia si lancia sul piatto con una voracità animalesca. C’era qualcosa di bestiale infatti nel movimento delle spalle che si sollevavano ad ogni boccone inghiottito. L’odore della carne sulla brace aveva modificato l’ambiente della camera da pranzo. “Non ho pane fresco. Mi dispiace. Non potrai così tirar su col tocio, come dicono qua a Venezia. La scarpetta, intendo”, e nel frattempo la osservava con una certa ansia. Così era iniziata la loro “storia”.
La ragazza aveva preso a venire con regolarità nell’aula Baratto, sul Canal Grande, dove le grandi vetrate donavano allo spazio una magia non sciupata dalla presenza di studenti sempre più svogliati e passivi. Virginia si piazzava in prima fila, e sgranava gli occhi enormi, color nocciola, dando senso alle sue lezioni. La seguiva spesso nel suo studio a Ca’ Bernardo, e poi l’accompagnava a casa a Rialto. E a volte si fermava a cena. Non aveva un ragazzo, era polemicamente single, non credeva agli amori fisici e viveva di poesia. Lei ascoltava divertita e turbata quei deliri e avvertiva un languore, una spossatezza nell’impeto deciso di parole che si impossessavano a poco a poco di lei. Si era accorta dell’importanza di Virginia, quando non la vedeva in prima fila. La lezione di conseguenza diventava subito uggiosa tanto che lei controllava ogni tanto l’orologio per finirla prima possibile. “Cosa si prova a vedersi pubblicare dall’Einaudi?”, la ragazza le aveva chiesto un giorno in vaporetto. Andavano ad un vernissage a San Maurizio, un pittore romano che le faceva da anni una corte vana, un giovanotto molto fisico e focoso. Lei lo lasciava fare, senza mai farsi toccare. E del resto, dopo il povero Carlo, che le aveva tolto il piacere di invecchiare assieme, nessuno mai. Aveva capito a fatica che anche la ragazza scriveva versi. Anzi, dopo poche insistenze da parte sua, aveva osato portarle a casa un malloppo di pagine cucite insieme con del filo.
La ragazza non era iscritta a nessuna università, viveva a casa di una nonna a Mestre, aveva rotto con i suoi che stavano a Verona, il padre “rispettabile”, dunque per la figlia insopportabile urologo e la madre brillante, cioè odiosa dirigente in un’azienda vinicola. E Virginia pativa la condizione di figlia unica in una famiglia borghese refrattaria alla poesia. Per fortuna, c’era a Mestre appunto quella nonna matta che la manteneva. Ma c’era pure un appartamentino a Verona lasciatole da uno zio affezionato, il cui affitto aiutava il suo ménage, comodo a comprare libri. Non basta, a dirla tutta. Di recente, infatti, le avevano proposto di entrare come modella in un’agenzia milanese. “Una sciocchezza. Faresti una sciocchezza. Non ti vedo in quegli ambienti”, lei aveva mormorato perentoria. Lì era incominciato il tormento delle poesie da pubblicare da qualche parte, purché uscissero “Lei potrebbe aiutarmi?”, le aveva chiesto una sera di domenica, che fuori c’era il finimondo, un’orchestra di lampi e tuoni e una pioggia torrenziale che si scagliava furiosa contro i vetri. Parevano volerla avvertire che era pericolosa la nascita di quella strana amicizia tra due creature troppo diverse. Aveva leggiucchiato tutta la mattina quel viluppo di citazioni colte e di oscurità autistiche, dietro cui si celava la follia della ragazza. E a una sua domanda assillante aveva chiarito che non contava più nulla all’Einaudi, essendo andata in pensione la sua interlocutrice amica. Ma non erano furfanti i piccoli editori, come sosteneva acida Virginia, nel chiedere aiuti per stampare, dal momento che il mercato della poesia non esisteva. “In Italia, tutti scrivono e nessuno ormai legge”. Ma c’erano in compenso delle chat interessanti sui social, gruppi che si trovavano periodicamente e si scambiavano i propri versi. “Sono dilettanti e vanesi”, aveva protestato subito la ragazza che ambiva a ben altro. La difficoltà di capire un’immagine deve essere misurata sulla grandezza di questa metafora, lei aveva provato a spiegarle, in tono didattico. “Non sei, non sei ancora Paul Celan”, e dunque l’eccesso di densità di un discorso respingeva il lettore. “Se scrivi per gli altri, devi regolarti di conseguenza”. Aveva rifiutato di farle l’editing. E le aveva chiarito, a rendere meno crudele il suo diniego, che si può correggere una prosa, ma la poesia no, è come un corpo vivo. Non puoi cambiare di posto a un osso, spostare il cuore, o la testa. Lo uccidi. Davanti alla sua faccia mortificata, struggente di giovinezza e di assurda disperazione, con la tempesta che continuava a sbattere contro i vetri, le aveva proposto, guardandosi i piedi, e consapevole di arrossire, di fermarsi là quella notte. C’era la stanza lasciata libera da Clementina, che passava i week end nella sua casa a Noale. “Ma non ho niente con me”. “Ti puoi infilare il pigiama di Carlo, credo ti andrà benissimo”, lei aveva subito aggiunto e intanto la voce le tremava.
Poi, dopo una prima colazione molto, molto intensa, in cui si erano scambiate confidenze molto intime, e lei non l’aveva fatto con nessuno prima, lei che era piena di conoscenti, e non aveva amici, nei giorni successivi Virginia era scomparsa, non lasciando alcuna traccia di sé. Eppure, in quel breakfast armonioso le aveva imposto di darle del tu. Quelle distanze grammaticali andavano corrette. Viceversa, poco dopo, basta email, basta chiamate assillanti al cellulare, come era stato in precedenza. Era forse delusa dal mancato aiuto a far uscire da un editore autorevole o pure minimo ma “a gratis” quel viluppo patologico di frasi illeggibili, con vuoti in mezzo a simulare poesia? Insomma, quel sentimento di devozione e di passione era dettato solo da interesse? Il gennaio era trascorso in tal modo in una deprimente attesa di segnali, da parte sua. La Signora non poteva ovviamente, alla sua età e nel suo ruolo, mettersi a cercare la “fuggitiva”, così aveva iniziato sul pc una lettera di perlustrazione, per cancellare il testo subito dopo. Ma le si stava creando dentro un vuoto misterioso, cui non era abituata, spenta com’era stata in tutti quegli anni di vedovanza e di solitudine orgogliosa. Non frequentava colleghi, ignorava inviti alle cene, evitava accuratamente la socializzazione della poesia sui canali social. Sì, lei era paga di una notorietà ristretta che garantiva un placido benessere al suo ego, cresciuto all’ombra di geni morti che aveva tradotto e che erano i suoi veri, i suoi soli compagni di strada. Adesso, quella sgarbata figliola che aveva sfamato, ospitato anche, suscitando le gelosie di Sara, e gli sguardi interrogativi della Clementina, si era volatilizzata, come fosse stato un semplice sogno di anzianità in arrivo.
Il peggio doveva però ancora arrivare. Una mattina che stava bagnando i piccoli vasi di rosmarino e basilico sul terrazzino della finestra, l’aveva scorta in campo che gesticolava animosa con una donna al fianco, molto elegante quest’ultima, un cappotto grigio con il collo di pelliccia. La madre, forse? No, non poteva essere una madre quella, perché a un certo punto aveva colto un piccolo gesto di complicità fisica tra le due, la mano della ragazza che cercava la mano dell’altra e gliela stringeva. Lei aveva sentito un buffo colpo al cuore. La strana sensazione di un lutto che si annunciava, di una perdita irreparabile. Mordendosi le labbra, si era allontanata, quando gli occhi di Virginia si erano levati verso la sua casa, a indicare qualcosa alla sua nuova compagna. Aveva subito tirato la tendina bianca immacolata (ci teneva a lavare tutto bene, dai lenzuoli alle tende), si era seduta alla tavola da pranzo, dove tante volte aveva guardato Virginia che divorava le sue bistecche, e sospirando aveva aperto il computer sul saggio in avvio dedicato ai poeti giovani austriaci al tempo di Caporetto. Ma subito dopo era passata all’archivio delle lettere. Già, si mette a rileggere la corrispondenza con Virginia crudele, e davanti ai primi messaggi gonfi di un’ammirazione selvaggia gli occhi le si inumidiscono.
La fotografia accanto al titolo è di Roberto Cavallini.