A proposito di "Bucaneve"
Poesia e pensiero
La nuova raccolta di Patrizia Baglione apre un suo nuovo ciclo poetico dove la voce è un soffio timido che non rinuncia a dare forma e corpo a ciò che, pur soggettivo, è insopprimibile
Bucaneve (Interno Libri, prefazione di Anna Segre, 76 pagine, 13 Euro) non è raccolta d’esordio di Patrizia Baglione, però è, in un certo senso, il suo primo libro di una nuova serie. In una cinquantina di pagine, Baglione articola e sviluppa un documento in versi che registra l’andamento altimetrico del suo rapporto con la vita, fedele nel registrarne scosse e umori e assecondarne il bandolo univoco a tensione continua.
Paradossalmente (così può sembrare a prima vista) l’anamnesi poetica raccolta in Bucaneve può far pensare a quanto in sintesi George Steiner diceva della poesia nel saggio, La poesia del pensiero. Dall’ellenismo a Paul Celan (edito da Garzanti): qui il grande critico francese, docente accademico in numerose e prestigiose università negli Stati Uniti e in Gran Bretagna, ci parla del linguaggio della poesia e della poesia come pensiero. Per prima cosa ci parla dei massimi poeti greci, quei fisici-filosofi che scrivevano i loro trattati, per tradizione intitolati Perì physeos (Περὶ φύσεως – lucrezianamente De Rerum Natura), in versi. Poi ci dice che il miglior versificatore tra loro fu Parmenide. L’obiettivo dell’intero saggio è ricostruire il rapporto tra poesia e filosofia. Nel fare questo, Steiner riafferra (attenzione a questo riafferrare che dopo avrà il suo peso) il dato che nella poesia agisce il pensiero e che il pensiero non può che assumere forma poetica, e poi che è la parola a costituire chiave del rapporto biunivoco tra i due elementi – secondo Steiner la crisi contemporanea sta nell’impossibilità che la parola riesca a dare forma e senso al pensiero, con dispersione inevitabile della memoria e del sacro (che è tema del racconto, eccelso, Dialogo delle Ceneri).
Ebbene, tornando a Bucaneve di Patrizia Baglione, qui è il dolore a diventare pensiero: quel pensiero dolente assume forma, o meglio si veste della forma della poesia, si articola nella versificazione, dunque assume una funzione, acquista un valore che regola l’andamento poetico della parola, in una inesauribilità di proposizioni che testimonia la natura inesausta di chi la formula.
In Bucaneve la voce poetante è costantemente chiamata in gioco come voce di un lutto attivo e indomito che attraversa nel corso della raccolta un mutamento di stato, una trasformazione che si fa transito naturale verso una fisicità (ecco la fisica della Natura e dei suoi elementi), e, quando la voce la afferra nella Natura, le immagini còlte non sono corrispondenze né riflessi, ma rinvenimenti, nell’intero mondo fisico, di quegli elementi, tra i molti al suo arco, che danno corpo al lutto.
Questo aspetto, e così l’altro già enunciato quanto alla regolazione dell’andamento di questa anamnesi poetica, prendono corpo in una parola poetica che intreccia due atteggiamenti compositivi fondamentali: da un lato componimenti scanditi da distici o terzine ritmiche che non rimano, a volte strofe appena più ampie; dall’altro componimenti compatti, addensati, granitici. A rendere dopotutto simili le due vesti espressive, a creare un dialogo apparentemente impossibile tra le due forme, a funzionare da timone nella navigazione, non per il lettore, ma per la voce che poeta, è l’enjambement, che nella sua formulazione nucleare interna ribadisce una specie di doppia velocità del grido in versi, in cui a volte la parola che pensa il dolore riesce a distendersi, ma poi la voce, o la parola senziente che lo sostiene, è riafferrata (ecco questo verbo-chiave, a mio parere) da una densità, da un profluvio, da un urlo, e si dà un tripudio di enjambements – come a voler registrare graficamente la traccia costante, il filo ossessivo che non si spezza mai veramente, nemmeno in certe apparenti (ragionevoli) articolazioni formali accomodate in strofe. Le strofe però, come si diceva, mentre simulano distensione, tendono per natura a ritrarsi spesso in formulazioni brevi, dense, convulse.
Il bucaneve, il fiorellino che spunta e buca la superficie compatta (pare soffocare questa voce poetante, pertanto deve farsi strada, imporsi, far capolino), in fondo riassume l’idea che la voce ha di sé: un soffio timido ma teso, un’emittente tenace che non rinuncia e non si fa zittire, che persiste nel dare forma e corpo a ciò che, pur soggettivo, è obiettivamente insopprimibile. Non sbaglia Anna Segre nella prefazione quando al fiore timido che sfida la crosta nevosa sostituisce l’immagine del geyser, cioè di spruzzo bollente e potente, intermittente, che dà questa impressione di una energia tellurica tenuta sotto scacco però spesso sbrigliata da ogni controllo al punto che lo sconfessa. Fa bene Anna Segre, lei stessa poeta, a indicare il lascito misterico di questa poesia che chiede a chi legge di non sciogliere il mistero che le/gli è offerto ma di restarne, anzi sostarne, in balia.
Patrizia Baglione ha recentemente creato una sua etichetta editoriale, Nerolatte, è impegnata nel censimento delle voci poetiche italiane, e dà spazio alla poesia d’altre/i con la lettura ad alta voce in rete e sui social.
La fotografia accanto al titolo è di Giulia Cavallini.