Una storia dell'11 settembre 2001
Ombre e polvere
«David fissa fermo le figure in fuga su cui piove cenere. Fantasmi sfornati dal fragore oleoso. Si gira a controllare che la targa dello studio sia sempre lì, incastrata nella facciata marmorea, Il marmo non fonderà, pensa...»
A terra la polvere è alta, grigia come neve sporca.
La neve a settembre? Impossibile.
David si unisce al numero infinito di piedi che la scalciano via prima di affondarci.
I volti portati da quei passi sono riparati come capita da mani spalancate, come esplose. Altre facce trovano riparo in qualche fortuito fazzoletto: le donne che portano i foulard riescono a coprirsi.
La caligine si incolla alla pelle. La brezza quest’anno è bollente, una cappa caldo–umida. L’aria trasporta un odore acre che sa di materia fusa e tessuti andati in fumo: esala liquida dai profili asimmetrici, tremola sopra cumuli appena formati, s’infila strafottente dentro buche appena scavate, sotto travi scoperte come ossa di fratture scomposte, lungo fughe in corsa lontano: sa di capelli carne pelle come i tacchini del Ringraziamento o capponi e lepri a Natale.
Bisogna evitare di sostare, si deve correre per impedire che tutto questo si posi addosso, e posandosi che penetri e avveleni. Bisogna evitare di lasciarsi afferrare dal disfacimento, e sottrarsi alla notizia.
Le palpebre di David, il suo paio d’occhi asciugati dall’arsura, ci stanno spalancati sopra.
I suoi occhi grigi sotto il tetto di ciglia impolverate in una fronte pure ingrigita, tra carni tenere da ragazzo, osservano fermi, proprio come sette anni prima hanno fissato la parete lucida di marmo grigioverde ramificato in vene chiare per la prima volta.
David è grigio. Guarda immobile questa frotta di specie umana affannata a dileguarsi.
A fair flock of folks, vorrebbe quasi ridacchiare.
Se ne sta fermo in Fulton Street col naso in su verso la splendente targa d’ottone:
Boreman Craig Palmesan & Stones
Studio Associato – Piani 21/22
Orari: 9–13 / 14:30–17
Vi esercita da sette anni il proprio amore per l’ordine, la simmetria, la revisione severa, la pulce alla punteggiatura, assicurando agli avvocati documenti tersi, perfetti.
Mesi prima della notte in cui lo affidò, sua madre aveva annotato:
Aspettiamo di decollare. Siamo in coda, si lagna il comandante. Il cielo è coperto: una coltre biancogrigia che toglie il fiato. Mi manca il respiro. I motori si scaldano finalmente. Comincia la folle rincorsa. Prendiamo l’ascensore: ci stacchiamo dal suolo. Saliamo e viriamo: guadagniamo piedi. La coltre ci sta addosso. Comincia a sfilacciarsi. La buchiamo. A quota 32mila ne siamo fuori. Ora galleggiamo nel turchese puro.
Affidato: questa è una parola che conta per David, una parola–chiave.
L’affidamento è un istituto giuridico. In sette anni d’impiego ne ha vagliati parecchi: ciascuno è stato capitale. Ogni diatriba affidativa, un caso di vita. Ad ogni creatura e ogni coppia, ad ogni disputa e ogni braccio di ferro, David ha dedicato ore in ricerca e comparazione di casi analoghi, vaglio e collazione di documenti, cura e rifinitura della documentazione, redazione fascicolazione e registrazione di pronunce e memorie, un repertorio vero e proprio che ogni altro studio per contee consecutive invidia e consulta: una giurisprudenza pronta da studiare, con le sue iniziali in calce – estensore: D.T.
Oltre al telefono dell’ufficio: 212–732.8910, all’interno: 212–832.8915 e al cellulare personale di David: 646.717–3682, ora sarebbe logico vedervi indicati il sito web: www.bpcsattorneys.com, e l’email di David, davethom84@bcpsattorneys.com, che, nella lista degli interni, è il contatto più gettonato per i pareri tecnici e i riferimenti al database dello studio per i casi spinosi, compilati e integrati da lui in persona.
Sua madre volò a Boston.
Nel grande studio foderato in legno chiaro esitò sulla porta.
Tagliò fuori la testa della segretaria richiudendo la porta in modo delicato ma fermo.
Solo allora il padre di David alzò gli occhi su di lei.
MaryAnn coprì a falcate la smisurata distanza con la scrivania.
Charles la osservò impassibile salvo un vago lampo nello sguardo.
MaryAnn si accomodò senza invito in una delle poltrone.
Charles non cambiò sguardo di una virgola.
Non c’è tempo, gli disse lei.
E nemmeno margine. Allora perché mi interpelli?
Charlie, non procederò a nessuna interruzione.
Ci hai riflettuto?
Ho fatto di meglio, ci ho ragionato con mio marito.
E?
Ronnie ha fracassato uno specchio per non picchiare me.
Devo aspettarmi che venga a spaccarmi la faccia?
No, Charlie. Non verrà. Tu sei fuori.
Sarebbe anche figlio mio, tecnicamente.
Ora sei interessato a questa proprietà?
Come padre dovrei pur contare.
Conta chi tirerà su questo figlio: il padre di fatto.
Charles abbassò lo sguardo sulle carte, Provvederò a tutto…
Sai bene che non ce n’è bisogno. Un giudice potrebbe imporcelo.
Noi tre stiamo facendo un accordo privato.
Però il quarto non può pronunciare istanze al momento.
Godrà dei favori della sorte.
MaryAnn uscì dallo studio indietreggiando: non se la sentì di offrirgli le spalle.
David fissa fermo le figure in fuga su cui piove cenere. Fantasmi sfornati dal fragore oleoso. Si gira a controllare che la targa dello studio sia sempre lì, incastrata nella facciata marmorea, Il marmo non fonderà, pensa.
Sta piantato come un colosso davanti alle porte automatiche: più che ruotare, turbinano. Attenzione, assecondare il movimento. Vietato superare le 5 unità.
Negli spicchi di ottone e cristallo decine di facce premono contro le pareti di vetro, decine di paia di piedi e gambe inciampano pur di uscire: David, immobile, fende suo malgrado flussi di persone impazzite che corrono dopo aver sfondato in strada.
Tra le migliaia di sconosciuti, che le porte sputano, nessuno dei colleghi, nessun altro impiegato. Arrivo degl’investigatori previsto dalle 9:30.
Due dei titolari, Palmesan e Craig, sono sulla Costa Ovest, in vacanza.
Stanno insieme, solo David lo sa. Un giorno, prima della pausa pranzo, i due lo avevano convocato per parlargli, e David si era detto: intenderanno licenziarmi. Arrivato in studio, i due, guardandosi spesso negli occhi e con assurda deferenza, gli avevano offerto un caffè, del tutto fuori posto prima del pasto leggero di metà giornata, che lui saltava regolarissimamente: solo per questo lo accettò, nella classica versione lunga e annacquata, Tanto tu non mangi, gli dissero porgendogli il tazzone, e complimentandosi reciprocamente per l’acuta osservazione: segno che così invisibile ai loro occhi poi non era. Subito dopo gli avevano comunicato che, come forse pure lui con acume aveva osservato, il loro legame era personale, non solo un sodalizio professionale: David non aveva ritenuto di svelare che se ne era accorto da un pezzo. Gli avevano aperto il cuore pregandolo subito dopo di non parlarne con nessuno: come facevano ad essere certi che lui avrebbe tenuto fede alla promessa di tenere per sé il loro lapalissiano segreto? Craig guardando Palmesan negli occhi ma parlando a lui disse con enfasi, David chi più di te sa cosa vuol dire secretare la propria identità custodendo con cura il proprio privato?
Stones è a casa per una sciatalgia dal giorno prima. Boreman è salito e risceso come un furetto,
Vado al Wild Blue: colazione di lavoro col boss di Cantor Fitz – Torre Nord, WTC Edificio 1.
David come sempre era in ufficio già alle 7, minuto più minuto meno.
Josie (al secolo Josefa) ogni mattina, dal lunedì al venerdì, appena lo vede, trasecola: desidererebbe sistemare gli uffici con calma ma David le mette fretta senza parlare, con la sua sola presenza, così lei gli offre un bel mug colmo di caffè e una brioche.
Perché non dormi? Alla tua età io avevo un sonno.
Grazie, fa David ogni benedetto giorno, alle cinque non riesco a mangiare.
Intanto ha già acceso tutto, è già operativo – come lo sfotterebbe Boreman.
Stamattina però Josie non gli ha portato la colazione.
Josie arriva da Elizabeth, NJ, col treno, o raramente col pullman, che lei di gran lunga preferisce: è un mezzo più umano, gli ha ripetuto diverse volte in queste loro scorbutiche chiacchierate all’alba. Si sveglia prima di lui, prima delle cinque. E fa uno sforzo immenso perché, fosse per lei, vorrebbe poltrire a letto fino a metà mattina. Mentre viaggia sul treno o in pullman dorme: s’addormenta col buio e viene strapazzata dal sorgere della luce. Arriva incazzata nera, se lo dice da sé: stamani sono incazzata nera, e tu non guardarmi così, dice subito a David che se la ride. È incazzata perché deve fare su e giù per il palazzo, che è alto un numero irriguardoso di piani. Buon per lei che via via si è ritrovata ingaggiata per le pulizie da molti studi concentrati nel palazzo in cui non ci sono abitazioni private: downtown pullula di edifici così, soprattutto in prossimità di Battery, dove sono loro, a due passi dalla Borsa e dal Toro. Però ultimamente già vive qualche apprensione: ha sentito dire che ora molti vorrebbero ingaggiare delle squadre, ditte di pulitori super attrezzati e svelti come rapinatori. Lei è una free lance, un’artista della pulitura, e questa concorrenza la giudica numericamente sleale. Va a finire che dovrà sforare a Staten island e aggiungere al treno o al pullman con cui arriva ogni mattina pure una mezz’ora di ferry. Appena vede David la mattina (anzi lo trova già alla scrivania a consultare carte e file), senza lasciargli dire più che un buongiorno, attacca la solfa della competizione sociale senza freni: a suo modo fa la sua parte nella lotta di classe, chi più di David può capirla.
Josie oggi ha fatto tardi: giusto un quarto d’ora, ma non se l’è sentita di fermarsi da Starbucks a fare la solita provvista. Si è molto scusata con accenti umani mai visti prima, poi subito ha scaricato su David i suoi malumori e le sue preoccupazioni di poter essere presto scalzata dalle squadre. David l’ha rassicurata subito (si erano già fatte le otto, tra una cosa e l’altra):
Vabbè, su, stamattina offro io.
Ed è sceso di corsa: una volta in strada ha scelto di salire verso nord a un caffè che gli piace, e si è lasciato alle spalle l’area di Battery, piena zeppa di locali. Soprattutto subito lo ha assalito un senso di libertà, anzi di sollievo. Però subito dopo si è ritrovato assediato dalle sue paturnie.
Anzi, dai soliti rovelli: la mattina delle confessioni, Palmesan e Craig (lui non sa bene se per caso o a bella posta) proprio sotto il naso gli avevano fatto trovare, poggiato un po’ storto e ben leggibile, il fascicolo di una causa in cui, nel collegio d’avvocati, figurava il nome di Charles J. Sulle prime, David non aveva colto la coincidenza però poi una curiosa occhiata tra i due gli aveva fatto pensare di dover dare peso a quel nome e un attimo dopo aveva correttamente collegato.
Charles J., inserito in un collegio d’avvocati dello Stato di New York, dunque non più a Boston.
O cazzo!, si disse. Però si mostrò impassibile. I due infatti cambiarono colore. Pensavano forse di fargli una sorpresina e invece lui non mostrava reazioni scomposte: era rimasto imperturbabile. Dentro di sé però sentì montare l’inferno. I due buttarono lì un paio di battute innocue tra di loro: Bisognerà incontrarli, so che hanno in programma di tentare un patteggiamento e intendono vederci. Sì, credo sia il caso di parlarci un attimo. Sono giù al Millennium e hanno preso un ufficio alle Torri. Bè, l’undici è fissato un incontro. Che dici? Si va?
Ma no, questo lunedì siamo via, non ti ricordi?
Allora deleghiamo il nostro caro amico: David, questo polletto è un buon boccone per te.
Per me?! Ma io non sono un avvocato.
Nulla che tu non possa trattare: solo roba d’ufficio, scartoffie, termini, firme. Puoi farlo! Ti deleghiamo ufficialmente, e Craig gli strizzò pure un occhiolino.
Lui avrebbe voluto obiettare che assolutamente non era il caso lo mandassero dritto nelle fauci del suo padre biologico, però scrutando le loro arie soddisfatte e le loro intese si paralizzò a pensare che qualcosa sarebbe potuto accadere per sottrarlo all’ultimo minuto al tremendo incontro. Soprattutto cominciò a chiedersi cosa ne sapessero quei due dei cazzi suoi di famiglia. Vabbè.
L’appuntamento è per le 11. Ci arriverà a piedi, una bella camminata per schiarirsi le idee e mettere sotto chiave ogni reazione emotiva, cioè il subbuglio che lo agita da sempre e lui è riuscito a tenere a bada congelandosi, salvo in alcuni momenti in cui la pena riaffiora senza preavviso e si ritrova piegato, abbattuto, stremato. Nessuno bravo lo ha sostenuto in questo processo di autospegnimento. Il training autogeno se lo è costruito da solo affogandosi nell’efficienza, nella meticolosità.
Ha tutto il tempo di voltare le spalle al luogo dell’appuntamento, che tanto lo sorveglia dall’alto dei suoi 110 piani: Torre Nord, livello 107, vista sulla baia, vetrate del ristorante come tante finestre sul mondo (l’altisonante nome del locale). Si era sempre detto: ma che fanfaroni che siamo! Poi anche a questa manifestazione di gran muscoli si era sottratto, si era estromesso da questa grandeur di cui, minuscolo, non si considerava degno. Lui non era niente, non apparteneva a niente, non era di nessuno. Che si metteva in testa?
Non avrebbe accettato nemmeno un caffè. Avrebbe svolto le sue mansioni in modo asettico e svelto per darsela presto a gambe. Dunque pensò che una buona colazione abbondante al solito Starbucks ora ci stava tutta. Così, a stomaco pieno e mente ben affilata, avrebbe fatto un lavoro perfetto senza dare confidenza a nessuno. Però avrebbe osservato bene suo padre: prima d’ora non lo ha incontrato mai e suo padre non lo ha mai visto. Di certo non è mai capitato che s’incrociassero. Che faccia ha?
Non possono riconoscersi. Ma David ha un vantaggio: sa chi è. Suo padre no: non sa nulla di lui. Sa solo che è nato, 25 anni fa. Non saprà nemmeno che MaryAnn se n’è andata poco dopo averlo fatto nascere. È allora che è avvenuto l’affidamento: David frignava neonato e sua madre mentre lasciava questa terra ha estorto al suo padre di fatto, in effetti il suo patrigno, di prendersi per sempre cura di lui finché David ne avesse avuto bisogno. Ronnie aveva mantenuto la parola, anche se la cura era consistita solo nel mantenimento economico e in un elementare accudimento, senza amore senza affetto.
La prova? Il giorno in cui compì 18 anni David ricevette in dono un set di valigie,
Puoi riempirle con tutta la tua roba e toglierti una volta per tutte dai piedi, gli disse Ronnie.
Voleva dire anche lasciare la casa e cercarsene una. E cercarsi un lavoro per potersela permettere. Per la verità Ronnie in questo non lo abbandonò del tutto a sé stesso: fu lui a segnalargli lo studio degli avvocati che offriva in quel momento una posizione per una sorta di segretario/a tuttofare in cui David subito colse il posto di lavoro ideale per lui: un perno sostanziale perfettamente invisibile, cioè la rotellina risolutiva della ditta senza necessità d’esposizione, anzi proprio scomparendo, cioè risultando, con ogni sforzo, trasparente.
La notte in cui fu affidato, David divenne un semplice pacco. Meglio sarebbe dire una suppellettile. Ma nemmeno: un soprammobile. Un oggetto misterioso da tener d’occhio, un addendo da collocare in modo che risultasse ininfluente alla somma, un fattore senza carica esponenziale. Un niente.
La notte in cui fu affidato fece di lui un gentiluomo irrilevante, un ragazzo delicato non tanto per fragilità quanto per autoesclusione. Non come lo scrivano, di cui pure ha condiviso la situazione e le mansioni, ma come la ragazzina nera che voleva avere gli occhi blu e si era talmente abituata ad essere ignorata che quando veniva spedita dal droghiere per delle compere restava muta e immobile davanti al banco sperando che prima o poi fosse il negoziante a notarla e a chiederle di ordinare.
La notte in cui David fu affidato nessuno indovinò che sarebbe diventato elegante, chiaro di capelli e di carnagione, e nessuno si sarebbe aspettato che crescendo avrebbe avuto occhi grigi, di ghiaccio, uno sguardo magnetico, o agghiacciante – si sarebbe potuto malignare, che invece incuteva rispetto, e gli conferiva una autorevolezza naturale. Questo aveva impedito che, nelle scuole prestigiose che il patrigno (solo per mancanza di fantasia in alcune pieghe della propria persecutoria gelosia) gli aveva permesso di frequentare (e dove, pur in modo innocuo, si era minimamente distinto), fosse il diletto favorito di qualche bullo o di quei circoletti di amichette sagaci nello sfottere capri espiatori.
La notte in cui fu affidato sua madre non poteva sapere, e non poté saperlo mai più, che il destino di David erano due: passare inosservato del tutto oppure essere riconosciuto come un angelo discreto e potente, un confidente leale e un quieto rivoluzionario dotato di carattere. Uno di cui fidarsi a occhi chiusi, anche per la sua naturale tendenza a esserci senza farsi notare. Avrebbe potuto fare la spia di professione. E invece no.
La notte in cui sua madre lo affidò a Ronnie, patrigno leale e gelido, corretto e freddo, tutore senza risparmio fin dove la Legge glielo imponeva, non emerse alcun segnale che David fosse destinato a non diventare narcisista o indifferente, cioè tutto sembrava promettere anzi minacciare che David si sarebbe trasformato in un mostro anaffettivo, in un ribelle arrabbiato, in un villano senza cuore, per reazione come minimo alla sistematica sottovalutazione con cui tutti in casa, domestici compresi, lo trattavano, o meglio quasi evitavano di trattarlo, salvo qualche impensabile distrazione dalla politica pianificata. Quale imperdonabile mancanza di fantasia nel meccanicismo delle psicodiagnosi.
La notte in cui fu affidato David cadde come un alieno dal cielo in un nido di figli, tra i quali, tre maschi e quattro femmine, il più distante da lui lo superava di ben quattordici anni, e la più vicina di soli tre. E per loro era come il figlio della cuoca, bambino come loro ma di rango diverso, uno che si poteva ignorare o persino dileggiare, tanto era uguale, e tutto era già nelle cose, nulla di strano.
La notte in cui fu affidato fece fuori sua madre, era questa la vulgata: David nacque in casa e la casa era di Ronald e MaryAnn, sua madre. David, suo ottavo figlio, sua madre lo aveva concepito con un altro: con l’illustre avvocato bostoniano Charles J. che aveva sperato MaryAnn abortisse. Niente da fare, i nuiorchesi non sono bigotti come i bostoniani ma MaryAnn preferì tenerlo e lo impose a Ron: fece tutto da sola, escluse Charlie, troppo facile a eliminare quel figlio inatteso, e restò con Ronnie a cui poi lasciò David in eredità, ottavo pargolo di famiglia, e fu facile ottenere il massimo risultato: di fronte a una madre stremata che muore di parto chiunque accondiscende a qualunque giuramento – però David fu sempre di fatto solo, un vero senza famiglia tollerato in un nucleo numeroso a cui la morte aveva sottratto, e per causa sua, il fiore tenero più tenace.
David si incammina verso Starbucks: prima dell’appuntamento ha del tempo da riempire, vuole fare una gentilezza a Josie, ora che la vede afflitta e non più così affettuosamente burbera, e avvilita, un po’ spenta. Ha più di un’ora davanti a sé: se, come fa sempre, suddivide il tempo in più metà, in tre mezz’ore, gli sembrerà, d’ore, d’averne tre, e potrà fare ogni cosa distesamente, godendosela e pure condividendo. 8:46 antimeridiane, lampeggia in blu/bianco/rosso l’insegna sopra il caffè. Ha tempo.
Ora ha un fischio in un orecchio e d’istinto di volta verso la sua fonte.
Gli sembra che molti intorno a lui si voltino nello stesso istante e qualcuno si metta le mani nei capelli e assuma espressioni di stupore e terrore. David riconosce il rombo di un aereo ma lo sente sopra di sé mentre per una frazione di secondo lo inquadra già molto più giù, verso Battery, verso il WTC. L’aereo entra nella Torre Nord, la fora come burro.
Sono tutti sconcertati e attoniti, non riescono a parlarsi, nessuno la vuol sapere questa cosa.
Molti prendono a correre, anche se decidere dove dirigersi è impossibile. David resta fermo. La paralisi è l’unica scelta sensata. Si gira intorno per incrociare lo sguardo di qualcuno ma è come se tutti fossero decisi a non guardarsi. La Torre Nord brucia. È capitozzata come un albero marcio. Ma non era marcia: era attiva, in salute, ha sempre brulicato di persone anche oltre gli orari d’ufficio. Era un faro, come l’altra.
Il tempo è fermo. L’aria si va facendo acre.
David vede un coriandolo nero scivolare giù lungo la parete su cui impazza l’incendio. Altra foglia. Sono lembi di giacche, spicchi d’orli di pantaloni, cravatte come fettucce nere contro verso: è stoffa che si gonfia d’aria mentre chi la riempie precipita.
Dov’è il tempo?
Un aereo fora la Torre Sud, entra come uno stecco che infilza un gelato già sul punto di sciogliersi.
Di nuovo volute di fuoco e fumo scuro. Gelato fiammeggiato come dal cinese all’angolo. Di nuovo grida, imprecazioni, corse, sirene. 9:05, segna l’orologio digitale. Come sono passati i venti minuti?
Numerose persone, atterrite, lo sfiorano correndo via per sottrarsi al fumo e al calore.
Lo ignorano mentre lui se ne sta inamovibile come un colosso. Dei pompieri cercano di far spostare persone disperate senza guardarlo. È come se David fosse davanti a un film catastrofico però reale. Cominciano a sciamare piccole folle di profughi che non riescono nemmeno a concepire il ritorno a casa, alla vita di prima. Lo superano senza notarlo.
La prima torre si ritorce su sé stessa: sprofonda sul posto come quando i crolli vengono pilotati. Ma dentro c’è la gente, riflette David, dentro c’è Boreman.
E c’è Charles J., avvocato a Boston.
L’area non era stata evacuata in previsione. È ridotta in cenere e detriti con tutta la gente dentro.
Boreman stava guardando il panorama e discutendo d’affari quando ha sentito un gran frastuono e uno scossone sotto i piedi – poi tutto si è capovolto e una specie di gorgo solido lo ha risucchiato: si è ritrovato abbracciato al commensale che subito dopo è caduto giù in fondo mentre tutto fondeva. Il calore è divampato in una misura che non si può stimare.
Charles J. era a Manhattan dalla sera prima. Voleva quasi prendere l’aereo del mattino, spostando l’appuntamento (che non ha mai sospettato in alcun modo fosse col suo figlio dimenticato) all’ora di pranzo proprio alle finestre sul mondo dove stamane comunque è andato a concedersi un caffè per poi scendere di parecchi piani a incontrare un amico italiano nel suo ufficio al 78esimo.
Quando tutto è cominciato, l’amico l’ha trascinato con sé. Hanno cominciato a scendere sfruttando le scale pedonali – gli ascensori, con l’incendio in corso, non erano praticabili. Sono corsi giù per decine di piani. Man mano che scendevano aumentava la densità di gente che saliva o scendeva: gente in fuga come loro a scendere, pompieri poliziotti e soccorritori a salire pronti a consegnarsi al fumo e al buio.
Charles J. da Boston prova con l’amico italiano a forzare i blocchi sulle scale: mancano molti piani all’uscita, nessuno può immaginare quanto ci si senta inutili a scendere così tanti livelli all’interno di un edificio di altezza impensabile. Gli scalini ti si mettono al cervello. I ballatoi sono punti di sosta ma c’è sempre più gente e non sono persone tranquille: il rischio è anche essere travolti da masse inferocite che come loro cercano aria e invece sono imbottigliate in un fusto vastissimo che ora è solo un parallelepipedo stretto e soffocante. Ci mettono più di un’ora ad arrivare in strada e a decidere di scartare di lato dopo un secondo di esitazione: Charles può solo affidarsi al suo amico, Manhattan non è esattamente casa sua. Corrono verso la salvezza: ma sarà definitiva?
Però almeno ce l’hanno fatta. Sono fuori.
La seconda torre si accartoccia e sprofonda in modo se possibile più clamoroso e definitivo della prima. David guarda immobile. Scappa!, gli grida una donna. Ormai tutto è immerso nella polvere, nel fumo, nell’aria malsana e irrespirabile. David ha davanti a sé volumi grigi avvolti in un specie di pellicola unta mischiata a cenere e poiché la visione è inibita fatica a scorgere in quelle masse torme di persone che si aggirano disorientate: ha già visto qualcosa di simile, un fango grigio lucido preso dall’alto: sembra inerte ma poco dopo prende a muoversi, si anima di membra umane, sono feriti che tremano palpitano sussultano mischiati ai morti, è un campo di battaglia del primo conflitto mondiale, è lo strazio della guerra di trincea, gl’individui sono solo corpi che fondono e si confondono.
Era un film europeo, Regeneration: come rigenerarsi dopo una simile rovina? Eppure.
David è inchiodato allo spettacolo presente.
Non sa d’essere ricoperto dalle scorie venefiche anche se gli pare di provare un certo sparso prurito.
Un battaglione di persone uniformate dalla cenere nella nebbia caliginosa pare ora volergli venire addosso.
Non è una coreografia in una danza macabra. Sono proprio individui cancellati dalla polvere, ombre che gli corrono incontro con la loro corporeità, e peso, e volume. Lo schiacceranno, c’è poco da fare.
In questo genere di frangenti non c’è pietà che tenga, si ritrova a pensare fulmineamente. Mentre si sposta di lato per lasciar passare l’orda e non esserne travolto, due uomini distinti e affumicati emergono con le loro arie stravolte, impercettibilmente sollevati per aver riguadagnato l’aria aperta: gli passano accanto.
Padre e figlio non si riconoscono. Come potrebbero? Non si conoscono. Non si sono mai visti.
David scruta altre truppe che avanzano verso di lui come fantasmi: marciano con passi disordinati, nevrotici, prendono a calci cumuli di cenere grigia come neve sporca. Lui resta fermo e li fissa.
Solo allora sente nell’aria il forte odore di carne cotta.
E di colpo ragiona su Boreman: volato nel vento sarà.
Questo racconto è incluso nella raccolta Le porte del cielo, M.U.P. 2024