Daniela Matronola
A proposito di "Magnifiche insolenti"

Letteratura disobbediente

Maria Vittoria Vittori ha raccolto in una bella antologia una serie di scrittrici che, a cavallo tra Ottocento e Novecento, con le loro storie hanno costruito un'immagine libera delle donne

Qual è il vero problema posto dalle donne nelle società attuali e già da tempo ovunque sul pianeta? Forse rispondere a questa domanda, già di per sé stessa impertinente, potrebbe chiarire in parte le ragioni dell’astio e della violenza verso le donne – forse persino di più oggi, cioè in una fase storica in cui la funzione femminile sul piano sociale sembra meno sommersa, meno oscurata. C’è qualcosa nelle donne che scatena la furia, maschile innanzitutto, contro le donne. Cosa fanno le donne per cui si salta loro addosso? Magari prima con l’intimidazione e poi con mano dura, ferma, armata?

In realtà la ragione è sotto gli occhi di tutti però è anche insidiosa. Perché cioè un uomo ritiene che, se la donna non obbedisce al diktat, Stai zitta! (e non può non tornarci in mente Michela Murgia), allora gli spetta la licenza di aggredirla fisicamente e di ridurla, in un caso o in un altro, al silenzio?

C’è un’arma, che è delle donne quando le si vuole sminuire, di chi non vuol lasciarsi neutralizzare, per l’idea, che ne hanno i più, che debbano restare al proprio posto e in silenzio, ed è l’irriverenza.

L’irriverenza è una postura anticonvenzionale, un anticonformismo naturale. Ed è percepita come provocazione, e come irriducibilità. Genera umorismo: rende comico ciò che (sussurrerebbe Franz Kafka), a ben guardare, è dopotutto reale. Soprattutto l’irriverenza è percepita come insopportabile insolenza – dunque come posizione troppo libera, non autorizzata, e dopotutto sottile, maliziosa.

Questo è il sale di una raccolta di racconti curata da Maria Vittoria Vittori (Magnifiche insolenti, 280 pagine, 17 Euro) per OttoEdizioni, casa editrice milanese attiva dal 2019, da subito dedita a una editoria di letteratura fuori dagli schemi, in prima battuta di area anglofona e da poco con un interessante filone di autrici italiane.

Maria Vittoria Vittori è giornalista professionista, redattrice della prima ora di Leggendaria (rivista che ha superato i trent’anni di attività) e collabora con la SIL (Società Italiana delle Letterate). L’idea di radunare scritti di autrici italiane difficilmente incluse nel canone (tranne Matilde Serao, antologizzata nel volume precedente a questo, Humoursex) risale al 1995 quando, con Francesca Sanvitale, la Vittori curò il volume Le scrittrici dell’Ottocento. Le autrici convocate ora in Magnifiche Insolenti sono in massima parte grandi scrittrici finite in un cono d’ombra inspiegabile a dispetto delle loro stature di intellettuali ma poi comprensibile se si ragiona sulla loro comune scelta e condizione di ribelli.

Facciamo un po’ di nomi, anzi nominiamole tutte: Marchesa Colombi (al secolo Maria Antonietta Torriani), Clelia Romano Pellicano (Jane Grey), Beatrice Speraz (Bruno Sperani), Sfinge (al secolo Eugenia Codronchi), Maria Majocchi Plattis (Jolanda), Annue Vivanti, Anna Franchi, Contessa Lara (al secolo Evelina Cattermole Mancini), Amalia Gublielminetti. I loro racconti (un paio di loro ne hanno due in antologia) sono riuniti in tre aree tematiche: Il vizio della libertà, La cultura non è un paese per donne, Pene d’amor perdute – quattro racconti per ciascuna area.

Dirò poco dei racconti in quanto tali perché il gusto, che nei racconti è sempre lo stesso, è, come con le ciliegie, piluccarli cedendo all’attrazione irresistibile di gustarli uno tira l’altro. Certo però non si può non ripensare per esempio a Ottavia, ragazzina provinciale, snobbata dalla cugina, donna di mondo, che sottovaluta le sue doti di caparbia seduttrice, o non continuare a ridere del gentleman che dall’Inghilterra cala in Italia per cercar moglie e si ritrova gabbato disarcionato e svergognato. Per tacer del fatto che in alcuni di questi racconti è preso di petto il tema dei temi, la scrittura o la letteratura e il ruolo sempre subalterno lasciato alle donne. E poi il grande tema dell’amore e del matrimonio, due oggetti a quanto pare inconciliabili – ce lo dicono anche le biografie di alcune di queste autrici: in un racconto soprattutto è lodevole, ma davvero, il suggerimento della soluzione alternativa a un matrimonio combinato in barba a un sincero amore (una pratica invalsa peraltro, ne sono stata diretta testimone, ancora negli anni Settanta del Novecento).

I racconti di questa raccolta innanzitutto suggeriscono l’aggiramento dei legacci predisposti per tenere sottochiave la libertà delle donne ma soprattutto indicano il ridicolo e la beffa come antidoti non solo nella vita privata, dunque nel chiuso dell’ambito familiare, ma proprio come rimedio civile cioè come posizioni disobbedienti evidentemente nel più ampio raggio sociale. Del resto le scrittrici qui compilate hanno avuto vite (mettiamola così) irregolari ma soprattutto spesso hanno lavorato e vissuto in ambienti internazionali, spesso erano giornaliste (capintesta la mai abbastanza acclamata Matilde Serao, loro contemporanea, e in qualche caso amica o conoscente o solo collega), avevano anche per occasione biografica connessioni con la Scapigliatura milanese o col mondo delle lettere a Roma o a Napoli: erano voci (poi sommerse da un oblio nefasto) autorevoli del proprio tempo.

Dopotutto queste autrici sono delle disobbedienti civili – del resto è della metà dell’Ottocento la pubblicazione del saggio di Thoreau (1848/1849) e l’esperienza trascendentalista di Louisa May Alcott che visse a Fruitlands dominata da un padre autoritario (Amos Bronson) nonostante la madre Abigail (Abby) May fosse femminista e suffragetta ante litteram – ma nei racconti qui affiorano in modo aperto figure europee, storiche e letterarie, che accompagnano le nostre autrici: come George Sand, in un racconto tra questi della raccolta, in cui incautamente la voce narrante ammette di avere doti di scrittrice dopo aver soggiaciuto (rinunciando anche a diplomarsi) alla funzione di segretaria coatta del padre scrivente e aver scoperto che suo marito, scrittorucolo di testi teatrali, cordialmente la odia e intende rovinarla per gelosia professionale.

Scenari che anche oggi si propongono alla nostra scafata eppure sempre sbigottita attenzione.

Ecco, in conclusione credo si possa aggiungere un ultimo tassello a questo quadro: la scrittura e la lingua in questi racconti è ottocentesca ma non ha niente delle pose e delle maniere dannunziane, è schietta, e dà grande vigore allo spirito irredimibile che innerva tutti i racconti qui raccolti. Perché il faro ideale della raccolta è un aforisma di Anna Maria Mozzoni, giornalista e femminista, coetanea collega e spesso amica delle scrittrici inserite in questo libro – un aforisma che suona così: L’unica provincia ancora irredenta è la donna. Non si può ridurre al silenzio e all’obbedienza il riso di chi fa dell’insubordinazione la propria, del resto necessaria, filosofia di vita.


La fotografia accanto al titolo è di Sara Lepori.

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