Alessandro Macchi
Un libro di ricordi e meraviglie

La sirena di Licosa

Anticipiamo un capitolo del libro "L'ombra dell'onda” di Alessandro Macchi, dedicato ai misteri, alle leggende e alle meraviglie di Punta Licosa

Nel bosco di Licosa si può percepire come in una foresta il cuore degli alberi e, se sei minimamente ispirato, sintonizzarlo col tuo. Si acuiscono gli odori e i profumi, colpiscono talvolta rumori improvvisi, stormire di rami, voli di uccelli e si colgono i diversi colori, quelli marron dei tronchi rugosi dei pini di più varietà o le bianche cortecce degli eucalipti, quelle essenze un po’ abusive nel contesto; colpiscono stupori di altezze degli alberi più liberi d’aria e più antichi, compaiono vigorose radici a giorno sulle dune sco-scese sul mare come nodose arterie degne di rispetto.

La luce cambia con le ore del giorno e con le stagioni così come tutta la vita del bosco e, passeggiando, si colgono i cambiamenti. Non di rado, qui sulla punta, soffia un vento prepotente che può rovesciare, sradicare, alberi soprattutto quelli più antichi e cosi dopo una tempesta vado con apprensione a vedere cosa è successo e amaramente mi siedo su tronchi abbattuti. L’odore di resina dei rami spaccati guida alle ferite e le numerose gocce semisferiche e semitrasparenti sono come lacrime.

Il sottobosco con erbe e cespugli rivela poche sorprese perché troppo fitto e trascurato, regno di grovigli inestricabili soprattutto del cespuglio a foglie lanceolate dello “strappa coglioni”, ma i suoi fiori sono profumatissimi. I pini piantati negli anni ’50 dalla Forestale al posto dei vecchi campi coltivati, sono troppo fitti e nella ricerca della luce sono saliti in alto: sembrano più pioppi che pini; andrebbero sfoltiti e divisi da aree tagliafuoco, ma non si può: è una zona asservita da sacri vincoli che vincono sul senso comune e lasciano campo libero a un semplice fiammifero.

Solo sulla riva del mare i pini riescono ad avere la loro vera impalcatura con chiome superbe e solo qui si possono cogliere sorprese di fiori semplici che segnano le stagioni.

Antonio il fantasista e le case gialle. La storia dell’ultimo millennio si può dire recente rispetto alle vicende ben più antiche che vivono nei luoghi licosani: eroi omerici, greci, fenici, romani, saraceni, Papi e Sultani, terre che ora si immergono per bradisismo, poi si innalzano, l’isola forse legata alla terraferma, Sirene imperanti su isole e scogli, bellissime e in-cantatrici, e ancora storie che parlano di fenomeni immanenti nebbiosi aerei, sottili, di corpi senza corpi, spettri e fantasmi insomma. Per saperne di più bisogna consultare Antonio, uomo di fantasia duplice, costruttiva quando applicata a inventare il modo di mettere a frutto la proprietà avita, ubertosa di fichi e ulivi; divertente quando parla convinto di fatti immaginifici e soprannaturali.

Con Antonio si parla degli Argonauti in cerca del vello d’oro e, di certo, ospiti di Licosa, e, mi dice, di simili imprese sono testimoni le tombe rinvenute con scheletri di giganti.

Parlo spesso con lui dai tempi di quando, al suo piccolo bar di allora, ai tempi di Azzurra la barca della coppa America, l’avevo conosciuto e poi ai tempi di Berlusconi quando, anche lui assillato da incipiente calvizie, si era fatto trapiantare nuovi capelli con successi alterni. Oggi il suo locale è trasformato in un bed and breakfast, Villa Leucosia, che, sempre rinnovato con gusto e inventiva, ha successo. Adriana, la moglie è ottima cuoca, Paoletta la figlia, diplomata in arte culinaria, è specializzata in torte eccellenti

Antonio ama soprattutto parlare di cose strane e il suo pezzo forte sono le storie di fantasmi e tra queste il racconto più estroso è quello delle case gialle.

Queste case sorgono all’affaccio del bosco lungo il percorso nel parco a circa metà strada, nella zona denominata La Bella; sono due semplici manufatti tra loro affiancati di color gialletto che sono dette, appunto, le case gialle. Poco più avanti, una cinquantina di metri, c’è la baia con uno scoglio di falesia caduto in mare, simile ma più piccolo allo scoglio sberciato, il piccolo faraglione che è nella baia successiva. Lungo costa il bosco è ricco di pini maestosi che quasi coprono i ruderi della Torre di Mezzo anticamente detta La Torricella.

Le due case sono abbandonate, parte delle finestre sono occhiaie vuote.

Antonio parla di quelle case come di un luogo di vaghi misteri che avvengono nottetempo, inquietanti e spaventosi. Antonio, con una certa ansia curiosa, aveva deciso così di andare alle case una notte scura in compagnia di un medium. Le case, dopo qualche rito del sensitivo, sembravano diventate luminose, il fico che sorge tra di loro si muoveva senza vento.

Con quell’alito misterioso si sentivano sbattere delle porte e qualche tegola cadere dal tetto dissestato verso l’interno con una serie di salti dai rumori sempre diversi: si sentiva un botto, poi un altro più lieve poi, nell’ansia dell’ascolto, più niente, tutto finito; ma improvviso ecco un susseguirsi di suoni come di qualcosa che si sbriciola, rumori lievi come di sabbia che scoscenda… poi, preceduti da uno stormire furioso delle fronde del fico, voci forti e animate discussioni intramezzate da voci femminili, urla e colpi violenti e strani. Sembrava, continua Antonio, che anche l’aria cambiasse: si spargevano attorno odori innaturali e sinistri come di incendio cattivo e il medium diceva, giurava, di presenze strane di donne come nuvole di fantasmi che lui intravedeva muoversi, e diceva: il luogo vive di una vicenda tragica non ancora risolta, anime intrappolate da mancanza di pietà… andiamo, fuggiamo, è pericoloso stare qui, quel fico senza frutti che stormisce inquieto senza vento è un cattivo segno.

Così Antonio inventò il nome di casa degli spettri e questa fama sinistra rimane nell’aria del luogo.

Anch’io una sera d’estate ho fermato la bici alle famose case gialle, sovrappensiero. Sotto un cielo quasi notturno sentivo, rimuginavo i racconti di Antonio; il buio favoriva le sensazioni strane e percepivo l’aspetto inquietante di quel luogo appartato, frondoso, deserto e singolare come quei luoghi che un tempo da ragazzo, sfollato in campagna, mi riempivano di un fremito misterioso, di curiosità all’inizio, poi di panico e insieme del desiderio inconfessato di assistere all’improvviso ad apparizioni e sortilegi ma con le gambe che volevano fuggire… e da ragazzo ero fuggito pieno di tremori…

Anche in questa mia svagata ispezione poteva nascere quella sorta di paura, un refolo di vento come un gemito… quello di un albero nell’attimo di una flessione dolorosa… da un’altra parte una fronda troppo animata… Ma il vicino mare rumoreggiando con onde improvvise e rotolamento di sassi pareva venirmi in soccorso e riportarmi alla realtà.

Di ritorno a casa in bici rimuginavo tardi la sera quel racconto sdraiato sul divano… poi mi ero alzato, la luna era alta nel cielo. Erano, sono quei pensieri che si muovono fantasticando a formare leggende.

La memoria degli uomini è col passare del tempo sempre più imprecisa, fantasiosa e infìne mitologica. E così ci piace raccontare favole.

La Bella. Camminare nella pineta o bosco di Licosa dopo i fantastici racconti di Antonio è non solo la ricerca di una libertà interiore ma anche un incentivo automatico per ricordi di fìabe fanciullesche e, alla sera, di paure ataviche, quelle che ci portiamo dentro da bambini. Talvolta, creano un misto fra uno stato di allerta e il piacere di una sfìda che è bello commentare e ricamare gioiosamente se hai per mano un fanciullo.

Ma nella zona delle case gialle a metà strada tra il borgo di Licosa e il cancello d’ingresso al parco principesco, si trova un’ampia area denominata “La Bella” che segue la Punta della Scala e l’amena caletta di La Parula.

La Bella è un nome che fa riferimento, nasce, da un evento delittuoso realmente accaduto in quei luoghi che si sta sublimando in leggenda.

Una fanciulla bellissima, la Bella appunto, viveva in quei luoghi boscosi e allietati dal vicino mare, luoghi di magie e di sortilegi.

E troppo fu l’amore per il suo cavaliere. Giacquero una sera sulla riva vicino alla barca di lui. La Bella sentiva il frutto di quell’amore nascere in sé e lo disse mormorando tra le onde. Non ci furono carezze, l’uomo si allontanò, sembrava riflettere e intanto metteva pietre grandi sulla barca piena di reti. Cantava la Bella e a lei tutto sembrava stupendo e importante anche se sentiva il cuore divenire via via sempre più stretto in una inconoscibile ansia. In quelle correnti di pensiero accettò l’invito sulla barca: la notte era bella con un quarto di luna e l’onda musicale.

Improvviso nella quiete del mare, un laccio l’avvolse, la musica dell’onda fu squarciata da un urlo di stupore angoscioso… Legata, imbrogliata, tra reti pesanti di pietre l’accolse il fondo del mare.

Punta Licosa ha ora una nuova Sirena che fa da compagna a quelle omeriche? Nel rinnovarsi delle leggende la risposta potrebbe essere un sì ma io preferisco riferirmi alla sua più veritiera storia che l’avvicina a una nuova Ninfa. Sì, una di quelle divinità benefattrici che rendono fertile la natura e si accordano con la potenza divina della riservatezza e dello stupore di fronte a ciò che è o potrebbe essere immacolato e silenzioso ma che invece non è scevro di aspetti crudeli e violenti.

È difficile che le case gialle di Antonio diventino una leggenda, quella delle case degli Spettri con lamenti di anime intrappolate, ma il nome di La Bella è nato spontaneamente per più di un chilo-metro di una vasta area sulla costa, e 1’episodio, nella sua atrocità, è già leggenda.

E la Bella mi rimanda al mondo dei miti.

Il poeta antico ci dice che quando il dio Pan suona il flauto divino, con ciò echeggiando l’armonia del silenzio primordiale, le Ninfe, bellissime, muovono passi di danza, cantando in modo melodioso quel canto che annuncia il rinnovarsi della natura, della vita.

Se le leggende che avvolgono questi luoghi parlano di Ulisse e delle Sirene incantatrici che abitavano quei lidi omerici vivendo sulla isoletta di Licosa e sulle altre, le Sirenuse, San Pietro e Li Galli, adesso, ne sono certo, hanno per compagna una ninfa, la Bella: e il suo regno non è una isoletta, che sarebbe troppo pretenzioso, ma il semplice scoglio berciato, un faraglioncino a mare sulla punta della rientranza della costa, quella della baia che porta il suo nome, la Bella.

E la storia delle Sirene è una storia di invidie divine. Gli Dei da sempre hanno amato i terrestri che hanno “il privilegio” di morire e di non annoiarsi, come loro, immortali su nelle cime olimpiche. Ma questi Dei nei loro amori egoisti hanno sì dato vita a unioni miste generatrici di eroi ma anche annullato, distrutto povere fan-ciulle troppo umane. C’è chi dice che la sirena Leucosia si sia uccisa per amore di un dio e sia sepolta sull’isoletta o anche, l’ho letto recentemente, che sia stata trasformata da un amante Divino in una lucertola, una di quelle lucertole azzurre che vivono solo sull’isoletta.

Guardo il vasto mare, lui, il mare, vede, ha visto molti amori e grosse sventure: nasce Afrodite dalla sua spuma, si getta nei gorghi Saffo nella sua disperazione.

Le Sirene e Odisseo, la magnifica illusione. È sorta la luna, grande, sul crinale del fortino. Nascono lattescenze marine come nudità chiare di Sirene.

A Licosa le sirene sono di casa e c’è proprio la “Via delle Sirene”. Mi viene in aiuto la memoria, strumento potente che produce una sorta di teatro condiviso della vita e ci permette di interagire anche con cose lontane. E io torno a Omero.

Sullo scaffale c’è ancora l’Odissea, forse appartiene alle mie figlie. Cerco. Leggo. “Qui, presto, vieni, o Glorioso Odisseo, grande vanto degli Achei. / Ferma la nave, la nostra voce a sentire. / Nessuno mai si allontana di qui con la sua nave nera, / se prima non sente, suono di miele, dal labbro nostro la voce;/ poi pieno di gioia riparte, e conoscendo più cose. / Noi tutti sappiamo quanto nell’ampia terra di Troia/ Argii e Teucri patirono per volere dei numi,/ tutto sappiamo quello che avviene sulla terra nutrice” (Odissea, XII, vv. 184-191).

Sì, la forza di seduzione del canto delle Sirene, elemento irresistibile dell’attrazione fatale. Ma il testo dell’Odissea è esplicito nel sottolineare l’elemento della conoscenza: (‘tutto sappiamo quello che avviene sulla terra nutrice”. Fu il desiderio della conoscenza che spinse Odisseo a sfidare la sorte?

Guardo il mare, lui consiglia di sentire i miti che ci raccontano la voglia di conoscere come una pulsione irrefrenabile, irresistibile, espressione già del primo uomo che per essa rinunciò alla pace dell’Eden afferrando vorace il frutto proibito.


Le fotografie sono di Alessandro Macchi.

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