Roberto Cavallini
Classificatore Negativi Bianco Nero n.1, 1979

Il tempo che non c’è

Le fotografie del passato fermano il tempo e ci raccontano un luogo o una persona in un momento che non c'è più. New York prima dell'11 settembre, per esempio...

Le foto d’epoca mostrano com’era quel dato luogo o quella data persona, in quel dato momento, suscitando sorpresa e curiosità nell’osservatore. Le foto d’epoca, storiche, sono la scoperta del passato sotto forma di sineddoche, una parte per il tutto spazio-temporale. Quello che mostrano è di volta in volta, a seconda dei casi, il grande scrittore dell’800 nella sua casa, la diva del muto agli inizi della carriera e magari anche Roma quando il Tevere non aveva gli argini, ma questa non è una pipa ci avvertiva Magritte che paradossalmente la dipinse realisticamente e non utilizzò la fotografia.

Le foto d’epoca le incontriamo ovunque, nei musei a latere di mostre di varia natura, negli archivi specializzati consultabili per motivi di studio, pensiamo agli Alinari, o inserite come fotogrammi in vari documentari, magari dell’Istituto Luce.

Ora le fotografie d’epoca le incontriamo pure nel web, spesso ricolorate e ripulite da eventuali graffi e segni del tempo per invogliarci a scaricare sui nostri computer o cellulari le App di ritocco che si avvalgono dell’intelligenza artificiale, ma che in cambio di questa “attualizzazione” digeribile e consolatoria fruizione, pretendono l’autorizzazione, de facto, per l’utilizzo, in tutte le sue forme cartacee o digitali, dei nostri ricordi.

Eh sì! Perché la fotografia ha sempre a che fare col ricordo e con la memoria. Con la memoria quando l’immagine fotografica è inserita in un contesto ampio, collettivo, sociale e col ricordo quando attiene alla propria vita vissuta, ma stiamo attenti, perché anche l’aspetto più personale e privato può concorrere a configurarsi come la tessera di un ipotetico mosaico della memoria collettiva. In fondo è il contesto con le sue miriadi di connessioni che contribuire in misura preponderante a determinare il significato di una data immagine e c’è da aggiungere che le varie App che “fanno rivivere” le fotografie attribuiscono ad esse un ulteriore valore, anche monetario, soprattutto perché, nel passaggio successivo a cui destinano le nostre immagini “rinate”, le utilizzano per la creazione di un infinito archivio iconografico con le più disparate finalità, compresa quella di alimentare il carico di informazioni per addestrare l’intelligenza artificiale.

Al di là di questo preambolo di carattere generale, con una coda vagamente distopica, molte cose cambiano, quando le foto d’epoca appartengono al proprio archivio analogico vecchio di quasi mezzo secolo, proprio per la sua capacità di farci rivivere squarci di vita persi nell’oblio.

Affrontare il proprio archivio assomiglia per certi versi, ma l’operazione è molto più profonda e impegnativa, a rimettere a posto l’armadio degli abiti, quando si decide di separarsi da vecchie giacche che non si indosseremo più, da camicie col collo consumato, di jeans a vita bassa o si è incerti sul separarsi da quel cappotto blu di lana inglese che ci piace ancora tanto ma che inesorabilmente non si allaccia più facilmente, non piomba più morbidamente come dovrebbe perché il nostro corpo è cambiato, ed in peggio, e alla fine dopo numerosi metti e togli, lo si lascia in sospeso, ma intanto grazie ad altre esclusioni, nell’armadio si è ricavato un po’ di spazio per accogliere nuovi capi di vestiario che saranno affiancati  ai vecchi superstiti, per un nuovo guardaroba, per presentarsi al mondo.

Aprendo quei vecchi album, quei classificatori con i pergamini che custodiscono in ogni foglio i preziosi negativi divisi in 6 strisce di 6 fotogrammi, con associati i provini a contatto dove le fotografie sono stampate nel formato di 24 x 36 millimetri su un foglio di 24 x 30 centimetri, con gli appunti annotati sul retro scritti a mano con la penna biro, si fanno i conti con se stessi, con quelle illusioni mascherate da certezze dovute all’energia e alla presunzione della gioventù, che ci faceva scambiare piccoli progressivi passi di un ipotetico lungo percorso come mete ormai raggiunte, come cime dalle quali poter guardare il modo dall’alto e a posteriori ci si chiede che cosa stavamo osservando, che cosa stavamo immaginando, che cosa cercavamo di capire e che vogliamo capire oggi da questo scartabellare? Perché, in fondo in fondo, ciò che possiamo capire scaturisce anche dalle domande che siamo in grado di farci.

La domanda che mi sono fatto, cominciando ad esaminare, attraverso il lentino, fotogramma dopo fotogramma i fogli dei provini a contatto del classificatore N.1 che riguarda le fotografie in bianco e nero del primo viaggio nell’Agosto del 1979 (vacanze post laurea) negli Stati Uniti, è stato: Che cosa mi spinge a rivangare il passato? A ricomporre una linea esistenziale per capire il me attuale? E allora che cosa avevo in testa in quel fatidico agosto 1979? Ero entrato nel mito letterario on the road di Kerouac e nell’urlo di Allen Ginsberg, ero entrato nelle storie di ordinaria follia di Charles Bukowski, ero entrato in Taxi Driver o in un film di Woody Allen? E in chi pensavo di essermi trasformato, già dopo i primi 36 fotogrammi? In un novello William Klein? In un novello Robert Frank?

Quante immagini, selezionate allora, ho scartato oggi e quante nuove scoperte ho fatto?

E riandando con la mente al guardaroba: che pensavo quando indossavo il cappotto blu di lana inglese? In quale ruolo di quale recita senza teatro pensavo di muovermi con quel costume che ancora mi aspetta nell’armadio in attesa che recuperi una forma fisica più vicina a quella di una volta?

La risposta a tutto, probabilmente, è nei versi di Paolo Conte quando dice: «Guardando a orecchio si vede Shanghai, lungo i viali di Vienna e la sua sagoma si accenna inconfondibile in fondo al via vai, ah zio spiega la vita, spiega com’è…e piano piano si srotola di questo film la pellicola».

Aldilà degli infingimenti personali e alla mancanza di uno zio che mi spieghi la vita com’è, ora rimangono quelle foto del primo negativo HP5 sviluppato in casa, di un’America che non c’è più. Fotografie che forse riescono a parlare anche ad altri autonomamente di luoghi e di tempi passati, ci sono le immagini delle torri gemelle che disegnano il profilo di Manhattan, quando ancora l’attentato dell’11 settembre 2001 era scritto in un futuro che nessuno poteva immaginare, ci sono le foto delle strade di New York avvelenate dai fumi che escono dai tombini, quelle delle finestre murate quale panorama dalle camere di alberghetti da pochi dollari, quelle di un Golden Gate bridge cupo fra le nebbie e quella di un panorama di una specie di zona arida, col cielo reso drammatico con l’uso di un filtro arancione, sulla strada per Saint Louis il cui relativo blues recita: Gonna pack my trunk and make my getaway, ma il Gateway Arch della città del Missouri, sulle rive del Mississippi sembra essere in queste foto solo un triste, imponente passaggio verso un far-west che non c’è più.


Le fotografie sono di Roberto Cavallini.

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