La seconda parte de "Il capolavoro del fauno"
La follia di Guillaume
«Guillaume cominciò a farsi strano nell’estate del ‘38. Chiedeva giorni liberi a Marchisio e libri in prestito, afferrandone anche qualcuno per conto proprio. Si rifugiava alla Biblioteca Centrale, in un Caffè vicino alla Gran Madre»...
Riepilogo della Prima parte. Un candido e inesperto filologo tourangeau, Guillaume de Lamoignon, occupandosi all’inizio degli anni Trenta del Novecento di alcune lettere del marchese De Sade composte in carcere, si impietosisce alle molte ingiustizie, scopre la grandezza di quell’autore e si invaghisce del suo pensiero fino ad appropriarsene senza censure. Professore presso un’école nizzarda, si evolve poi moralmente, sperimenta, si unisce con la carne a studentesse e a colleghe, a portinaie e a turiste, e, leggendo con ardore Baudelaire, decide che scriverà un libro: sul sesso e il genio. Tempo dopo, a Torino, mentre il Fascismo e il Nazismo predominano cupamente in Europa, Guillaume troverà lavoro come commesso in una libreria, dove conosce Anna: una donna borghese colta, educata, ma non meno depravata di lui, intento frattanto a scrivere in gran segreto il capolavoro.
Il fauno. Non passò molto tempo e Guillaume mi confidò del libro segreto che scriveva.
“Mi sento come il fauno di Mallarmé” esclamò, dopo avermi illustrato l’idea della prima parte da costruire sul marchese De Sade quale collaudatore galileiano del sesso in quanto logos del mondo, e poi della seconda su Charles Baudelaire, laico sacerdos del lato oscuro, brutale e sublime insieme, di ogni passione. Di queste cose, provò a spiegarmi, già si era messo a scrivere con l’intento di approfondirle corredandole di voci antiche, anacreontiche e ovidiane, boccaccesche e dell’Aretino, in forma di basamento.
Io ero sposata allora a un medico astigiano, sorta di Bovary più ancora probo, che tradivo senza alcun odio da molti anni e senza lasciare tracce. Ero minuta nel corpo, naso all’insù e occhi neri. Madre di due bambini e moglie accondiscendente, quasi per tutti, vivevo una doppia vita, a certe ore della giornata, se capitava, vampira come quelle di Baudelaire e pronta a ogni esperimento come De Sade. Per questo piacqui forse a Guillaume? Non mi ero laureata in letteratura, come speravo, ma in libreria potevo leggere tanto. Così capii qualcosa – credo – del suo progetto, col dubbio tuttavia del fauno di Mallarmé.
“Ti senti come quel fauno?” gli chiesi mentre mi sbottonava, come ormai spesso, una sera, giù in magazzino. E la risposta fu strana, sussurrata tutta, da lui che svestendomi lentamente mi palpeggiava. Quel fauno, infatti, vissuto nei boschi solo col proprio zufolo, nell’Après-midi di Stephane Mallarmé si risveglia da un sogno.
“Si era imbattuto nel sogno in due nymphes” mormorava Guillaume “che le aveva trovate languissant… languide e allacciate come un solo individuo, perché stanche del male di essere due. Et ce faune… quel fauno” aggiunse sganciandomi il reggiseno “le aveva rapite per possederle. Ah quels vers magnifiques… il fauno, prima ingenuo e isolé, si era scoperto appassionato e vivo. E se sul punto di averle gli erano poi sfuggite, si era però risvegliata sa conscience… la sua coscienza! Capisci? E alla felicità” sospirò infine come parlando di sé “d’autres nymphes lo avrebbero poi condotto”.
“E quindi tu saresti quel fauno?” gli domandai prima che mi invadesse “eri casto, prima?”, e lui rise.
Che proprio in modi siffatti, certe volte, ci unimmo, ridendo molto, fra dibattiti da eruditi in mutande, nascosti in quella cantina, prima che ritornassi ogni volta a casa. Si scendeva fra le casse di libri da sistemare quando Marchisio non c’era, il signor padrone. E ci si amava forte, ma senza alcuna pretesa. Ed ecco poi così dei giorni belli. Di dolcezza e avventura. Nel pieno grigiore della città e della Storia.
L’intera opera di Benedetto Croce veniva condannata e messa all’Indice dalla Chiesa? E noi si giocava a un trio nella sua stanza, una soffitta in Piazza Castello, con un’amica pittrice e coi suoi pennelli. Hitler diventava Führer in Germania? E da un fotografo di Ciriè io mi facevo inquadrare nuda, sopra una sedia a dondolo, col viso coperto da una veletta e con Guillaume ai miei piedi.
Non fu facile pescare persone simili a noi nel mondo triste di allora. Ma senza fretta e senza reclame rischiose qualcuno finiva sempre, prima o poi, nel carniere, perché certe persone esistevano, con o senza Fascismo. Clienti della Marchisio che sceglievano volumi strani. Pazienti di mio marito diagnosticate isteriche. Amiche di amici più silenziose di altre, più riservate, più che borghesi, almeno nelle apparenze. E noi usavamo travestimenti. Parole anche volgari miste a quelle d’amore. Ci scambiavamo allegramente i ruoli, con ospiti, nelle migliori occasioni, femminili o maschili, senza porre mai limiti al nostro gioco. Che di questo soltanto si trattava. Di un grande gioco per sfuggire al tempo quanto ai cattivi pensieri. Anche se dall’inizio ben chiaro sarebbe stato ad entrambi che, amandolo io senza nemmeno mai una cena assieme, e amandomi lui nel profondo rispetto del mio privato, la vera sua grande passione fu solo il libro.
Il libro. La sua vita e quel libro cominciarono presto a riflettersi l’una nell’altro come specchi antistanti. Le cose che Guillaume studiava per prepararlo, intonazioni per imprese reali. E certi aneddoti delle nostre peripezie, lo sprone per le sue indagini più accurate. Che poi lui trascriveva, mi confessò tante volte, e rielaborava in continuazione quando non c’ero. Ma tutt’altro che facile, contro le previsioni, sarebbe stato metterlo insieme, quel libro, porgli dei limiti nomenclatori e farne il capolavoro che Guillaume si era immaginato.
Agli autori e ai testi prediletti se ne sarebbero infatti aggiunti altri, inopinati, e tutti a proprio modo non accessorî. Come non inserirci, per esempio, cose quali il Quadro popolare di Paul Verlaine, con quel giovane apprendista che dalla tuta azzurra, arzillo e duro, di fuori se lo tirava e una sua padrona, grassa ma ancora valida, la possedeva con un gesto solo? E come non commentare Le sonnet du trou du cul scritto insieme a Rimbaud a quattro mani?
“Potrei, secondo te, Anna, trascurare ces pages di Huysmans sui night club parigini?” mi chiese una volta Guillaume molto pensoso dopo l’amore, con in grembo À rebours. Des Esseintes, che è l’eroe, vi medita sui luoghi vicari dei bordelli, dove certe sgualdrine, potendosi negare, dovevano esser sedotte.
“Secondo me, no!” gli risposi “non puoi scrivere il libro senza Huysmans”.
E lo stesso capitò giorni dopo con la storia del caso Maupassant per l’immorale poesia Au bord du l’eau. E poi col dramma di Maeterlinck, Aglavaine et Sélysette. O col viennese Otto Weininger.
Nel suo Sesso e carattere di trentuno anni prima, questi aveva cercato di stabilire un’assurda filosofia dei due sessi. Quello maschile, il buono, bello e vero dell’obbiettività. E quello femminile, il negativo, invece, e la pazzia dell’arbitrio. C’erano parti anche femminili in ogni uomo, per Weininger, e tutta la nostra vita altro non era se non un ondeggiare fra questi poli. “Ma senti che dice qui, la canaglia!” gridavo io col testo fra le mani: “«esistono donne con tratti geniali ma non esiste, non è esistito né potrà mai esistere un genio femminile». Gran bastardo! Questo lo devi scrivere, Guillaume!”.
E se all’inizio di simili scoperte, noi ridevamo, magari con giochi di seduzione conclusi da un cunnilingio oppure travestendoci, lui con le giarrettiere e io con la sua cravatta, poi no.
Follia? Guillaume cominciò a farsi strano nell’estate del ‘38.
Chiedeva giorni liberi a Marchisio e libri in prestito, afferrandone anche qualcuno per conto proprio. Si rifugiava alla Biblioteca Centrale, in un Caffè vicino alla Gran Madre oppure nella soffitta, senza uscire per ore. E quando rientrava in negozio, anziché condurmi giù per le scale, lui recitava. Brani di autori erotici. Frasi sconclusionate. “Il piacere, secondo il vostro d’Annunzio” mi disse una mattina camminando fra gli scaffali “è il mezzo più certo di connaissance e colui che ha sofferto molto è meno sage di colui che ha gioito”. E io lo ascoltavo, allarmata. “Se nella nostra psiche, ricordati cara Anna di ciò che ci insegna Freud, c’è una tendenza pour le plaisir, essa è contrastata tuttavia da molte forze e sempre con risultati insatisfaisant… insoddisfacenti”.
Ma lui diceva di scrivere tanto, in quei giorni. Di essere stanco, per questo. E di aver quasi finito il libro. Che un grande capolavoro sarebbe stato. Perciò mi sforzai. Mi fidai. Provai a non preoccuparmi, anche quando rubava, facendomi l’occhiolino, dal reparto contemporanei. Sparirono La cintura di castità, Oltraggio al pudore e La vergine a 18 carati di Pitigrilli. E non si contarono nella spunta alcuni romanzi di Mario Mariani come Le signore per bene e Adolescenti, con quel racconto di un dongiovanni che seduceva madre e figlia insieme.
“«Oh noi qui, negletta e bassa turba” si mise però a declamare Guillaume un pomeriggio prima di Natale, “«così canta Tasso, e guarda, Anna, leggi tu stessa!” si lamentava, con un Aminta aperta sul bancone, “«amiam, ché non ha tregua con gli anni umana vita, e si dilegua!»”. E presero a dileguarsi, un giorno dopo l’altro, anche i nostri trastulli, senza che io riuscissi, custode da sempre feroce della mia vita, a prendermi qualche cura anche della sua.
Come De Sade. “Vulve qui serre comme un casse-noisette je t’aime”. Fu quando Guillaume si mise a declamare questi versi pornografici di Apollinare, ma in Piazza Castello, stavolta, fra la gente, e a Porta Palatina, e addirittura sulle banchine della stazione di Porta Nuova, che la questione si fece più complicata.
“La vulva che mi stringe come uno schiaccianoci io la amo” aveva gridato, alternando francese e italiano, senza curarsi di bambini o preti. Non si era mai preoccupato, Guillaume, e nemmeno io, a dirla tutta, della politica e delle censure, se non combattendole a nostro modo. Nelle sue terre d’oltralpe restava ancora in piedi la libertà, ma non qui. Fuori dal matrimonio il sesso era biasimato dal Fascismo e l’omosessualità era adesso punita con il confino. Noi donne si era tornate cose dei padri e dei mariti come nel Medioevo. Non potevamo insegnare letteratura nelle scuole perché dotate di vulva, per la Riforma Gentile, e anche per questo avevo abbandonato gli studi trovando asilo nella libreria. Perché era un simbolo fallico universale, quel nostro Duce, è vero, ma il fallo doveva essere usato con dovizia dai cittadini, soltanto in occasioni inseminanti o segrete. Che fosse stato questo a pesare d’un tratto sul cuore calvinista del mio Guillaume? Ci pensai. L’antica educazione ritorna sempre, nei momenti di crisi. E ripensai al suo passato, che conoscevo pochissimo, mentre salivo i gradini del carcere delle Nuove dove ora stava in attesa. Oltraggio al pudore era l’accusa e per il Codice Rocco il mio fauno rischiava tre anni di reclusione o il manicomio.
“Hai visto, Anna? Le marquis De Sade c’est moi!” mi disse in tenuta a strisce “però qui ho molto tempo, lo sai? Sto leggendo Colei che non si deve amare” esclamò con la r moscia “e ci rivedo noi due”.
“Guido da Verona…” mormorai fredda, da bibliotecaria “due milioni di copie in dieci anni” aggiunsi, seduta dall’altra parte del vetro, nel parlatorio, fingendo normalità. Che solo di questo poi si riuscì a dire per tutto il tempo concesso. Dei due fratelli, Arrigo e Loretta, che nel romanzo si bramano.
“Non siamo un po’ fratelli anche noi due?” ripeteva.
L’autore di quella storia incestuosa, famosissimo, era morto da pochi giorni a Milano. Secondo qualcuno, suicida, emarginato all’improvviso dal mondo in quanto ebreo. Secondo altri, per una angina pectoris fulminante, incompreso com’era stato per le tante oscenità nei suoi libri. Ma a Guillaume non lo dissi. Per non turbarlo. E nemmeno gli domandai perché si fosse messo a recitare per tutta la città quei versi pornografici da pazzo, dopo anni di attenzioni, di sobrietà, di apparenze false. Non gli chiesi davvero niente, quel giorno in carcere, anche se i miei occhi glielo gridavano. E quando nel salutarlo mi offrii di occuparmi della soffitta, sorrise. Con un sorriso triste.
“Così capirai tutto” mi disse, “finalmente”.
Il capolavoro. Forse aveva scelto Piazza Castello, dove affittare la sua soffitta, perché sembra Parigi.
In una Place des Vosges più spaziosa ci si ritrova, traversando quei portici, qui a Torino. E anche la stanza che aveva preso, all’ultimo piano di un antico palazzo rimaneggiato, aveva il gusto d’oltralpe negli abbaini, coronati di stucchi e modanature, e sporgenti come occhi rettangolari verso le Alpi.
Non c’ero stata più di tre o quattro volte.
La libreria Marchisio non era lontana, ma io sposata e il magazzino il posto più sicuro. Però ricordavo bene quella camera ammobiliata coi cantoni spioventi del sottotetto. Il letto, in bella vista, e la stufa. Un tavolino per scrivere e due sedie. Era una camera semplice e però allegra, nei miei ricordi, per le nostre ore liete e per certe bottiglie di Muscadet sempre in fila.
“Così capirai tutto” mi aveva detto Guillaume nel parlatorio, e ci ripensavo, sull’ascensore, salendo a metterla a posto.
Avere scritto un libro come il suo, proprio in quei tempi, era strano. Pericoloso. Venti di guerra soffiavano sull’Europa e le censure e la repressione non risparmiavano più da diversi mesi neppure scienze e letteratura. Il Ministero della Cultura Popolare aveva imposto controlli ferrei anche sugli spettacoli, eliminando ogni nudità, qualunque riferimento scandaloso e persino i baci. Che Guillaume, io pensavo, si fosse d’improvviso impaurito per tutto questo? Qualcuno lo aveva forse minacciato? Aveva vista la fine, come in fondo a un abisso, di tutto il suo lavoro e quindi della sua vita?
Entrai.
E fu strano, all’inizio.
Estraneo, l’intero spazio, per meglio dire.
Che un frullio d’ali rispose, alla porta che aprivo, di due piccioni, credo, dato che l’anta dell’abbaino era spalancata. E poi cartacce, qualche matita rotta, sopra l’ammattonato, e dei rifiuti, che io raccolsi entrando senza ancora guardarmi in giro con attenzione. Anche se in quella penombra qualcosa avresti detto che ti aspettava, come vibrando. Così guardai meglio. Accesi la lampadina. E prima di avvicinarmi a ciascuna delle pareti, posai la mia borsetta sul tavolino, mi sedetti e rimasi per un istante senza respiro.
Un’accozzaglia di tutto, fogli, libri, giornali, accatastati dovunque, fra taccuini, portapenne e una Studio 42, in una mescolanza sorprendente, gremiva quella soffitta fino a farcirla, facendola vibrare ad ogni colpo di vento certi mobili nugoli di mosche e di moscerini, come un nodo gordiano vivo. Il tavolo traboccava di fermagli, di puntine da disegno, di penne tenute con lo spago e di boccette di inchiostro sbavate su tutti i lati. C’erano temperamatite e quaderni mezzo strappati, di misura e colore identici, sempre neri, e poi cartelline, faldoni, ritagli di vecchie gazzette. Io mi alzai. E imbambolata rimasi alle pareti.
Tutte dipinte, così come il pavimento, da scritte e da disegni volgari, affrescate di segni osceni, di simboli, di tagli, di buchi.
Sulla prima, dietro la stufa, insieme alle pentole appese, una riproduzione dell’Origine del mondo di Courbet si accentrava fra quattro o cinque fotografie di femmine nude in posa. Caviglie a mezz’aria, vidi. Cosce dischiuse. Monti di Venere erbosi. E anche il mio fra costoro, sopra una sedia a dondolo, col mio viso in una veletta e Guillaume giù ai miei piedi. Poi due ritratti, sulla parete del letto. Quello del marchese De Sade, da un lato, e del poeta Baudelaire, dall’altro, e in mezzo, piccolo e mal disegnato, un giovinastro, con zampe, coda e corna di una capra. Anche se più inquietante, in tutta quella soffitta, era il lato lungo, dirimpettaio all’abbaino. Un coacervo di note vergate a mano e appuntate sul muro, un miscuglio di minute imbrattate, di pagine fitte di elenchi con liste e promemoria e inventari di ogni fattura, si presentava infatti simile a un enorme catalogo en plein air, da poter controllare con un’occhiata. C’erano tutti i progetti, guardando bene, accumulati negli anni. Le sintesi dei capitoli da fare, le citazioni essenziali, i rimandi, i commenti, e tutti o quasi erano associati da linee tirate con il righello, da frecce ben rimarcate, da svolazzi e da ghirigori, da stelline e da macchie d’inchiostro nere.
“Capirai tutto” mi aveva detto, “finalmente”.
E con un dito io sfiorai le punte cascanti di quei fogli simili a fiori appassiti. Presi fra le mie mani quelli caduti. Li accarezzai come un corpo. Li distesi uno a uno sul letto, alla fine, vicini a me. E in un dormiveglia confuso, pieno di antiche immagini e di presagi, belli e tremendi, rimasi fino a quando fu buio.
Appendice. Quattro mesi più tardi la Germania invadeva la Polonia. La Gran Bretagna, l’Australia e la Francia dichiaravano guerra alla Germania. E del mio fauno, Guillaume de Lamoignon, per leggi orrende rispedito oltralpe, non avrei mai saputo più nulla tranne una cosa.
Quella soffitta di Piazza Castello era il suo libro. Perché nessun libro Guillaume aveva mai scritto davvero. Perché quell’ammasso di oggetti e di segni, di pensieri raccolti nella soffitta, era il libro. Troppo difficile da scrivere per davvero. Troppo in anticipo, ai nostri tempi. Immenso. Enciclopedico. Mostruoso. E infatti mai scritto davvero. E nemmeno mai cominciato. Nemmeno un capitolo del progetto. Nemmeno una pagina. Nemmeno una riga.
Eppure, a pensarci bene, un capolavoro.
Anna
Fine.