Paolo Puppa
Una storia di amori difficili

L’incidente

«Avevano discusso in precedenza di Lear su cui la ragazza si era da poco laureata a Ca’ Foscari. Quando mai con Giancarla aveva avuto una simile conversazione, colta e semplice allo stesso tempo?...»

Si raschia a lungo la gola. Tossisce più volte. Poco prima, ha succhiato persino una caramella di miele. Sta a casa, per l’influenza, da due giorni, proprio dopo l’episodio che l’ha sconvolto, responsabile forse della gran febbre. Prova nel frattempo la voce. Come un cantante o un attore prima di salire sul palco. Poi col cellulare, tremando, fa un numero. Lo fa tre volte, in quanto sbaglia il prefisso, mettendo il suo. Dopo qualche secondo, sente la voce della prof Ausilio, subito imbronciata, non appena lo riconosce. “Dimmi”, gli fa e sembra che la donna voglia chiudere da un momento all’altro. “No, dimmi tu…Cosa ha detto esattamente?”, e cerca di avere un tono il più possibile cordiale, celando l’ansia che lo divora. “Ancora con sta storia? Non si potrebbe voltar pagina?”.

Sta fumando, la sua interlocutrice, e aspira con intensità e rabbia, in attesa di una qualche risposta. Lui ha smesso da un anno di buttar via soldi in tabacco. Le sue marlboro rosse, come dimenticarle, però?  “Ma niente. Solo chiarire e sapere se secondo te posso chiamarlo o meno. Lascio perdere, se me lo dici tu, che lo conosci”. E allora vien meno la pazienza, all’altro telefonino. “Santo Dio, ti rendi conto o no cosa hai fatto? E ora mi vieni a chiedere pure. Roba da matti”. Si sta accendendo un’altra sigaretta, la donna. Dunque, la questione non la lascia tranquilla. Meglio così. La Signora ha sempre protetto gli insegnanti giovani, come lui. Vuole reclutarli giovani, brillanti, motivati, per reggere all’urto tremendo dei genitori degli studenti. Questo il motto della prof. Ausilio.

Intanto, lui ricomincia a tremare, investendo le poche energie rimaste (sono notti che non dorme), nella domanda che conta: “Ha capito, vero, che era un messaggio banale, tanto per parlare, che non veniva dal cuore? Perché non esprimeva nulla, se non una chiacchiera”. E lei, alzando la voce: “Ah banale? Non esprimeva nulla? E meno male che non esprimeva nulla. Maledetta l’idea di darvi il suo numero privato di whatsapp, prova di fiducia di Ferri. Ecco come lo ripagate”. Allora lui insorge: “Magari vuole, che ne so, scuse scritte”. La donna protesta: “Ma sei scemo? Chi credi sia Ferri? Con tutti i problemi che ha per la salute della moglie, povero, la devono operare prima possibile, vuoi che si occupi dei tuoi messaggini? Tu sei fuori di testa. Adesso chiudo perché ho i bambini da prendere al doposcuola”.  Subito, con una voce carezzevole e quasi salottiera, la interrompe: “Ah, come stanno?”, ma segue solo il clic nervoso della comunicazione interrotta.

Non ha fatto in tempo a lanciare l’ipotesi, per lui rassicurante, che il dirigente scolastico proveniente da Rossano Calabro, e definito nello scambio di messaggini telefonici con Marco, il suo recente amico di barca, “bueo” e “cabibbo”, sempre in rime rigorose, e con un attacco alle masse meridionali che occupano gli Istituti più importanti del nord, avesse colto il lato comico della faccenda. Dopo quasi un’ora, non avendo ricevuto da Marco nessun rilancio nella gara di oscenità, aveva controllato per accorgersi in vaporetto che il destinatario degli insulti, quello di cui si parlava, era divenuto per una stramberia della sorte quello cui si mandavano le peggiori contumelie. Era arrossito, leggendo sul suo nome una frase ambigua: “Ma che succede? Non capisco”. Era il vecchio che reagiva, a suo modo, nella totale disabilità informatica di cui tutti a scuola si facevano beffe. Quel “Ma che succede?” apre a quali conseguenze? Soprattutto, non è riuscito a domandare alla Ausilio, collaboratrice principale del dirigente se costui ha qualche intenzione di “adire vie legali”, procedura non chiara per lui, ma che incombe sulla sua vita quale autentico incubo. E se, come sosteneva quella cicciona dell’Ausilio, petomane a detta dei ragazzi, “sto Ferri andranghetoso” non aveva tempo da dedicare alla questione dei messaggini, come mai ne aveva parlato con la stessa? Eh, come mai? Chi lo spiega, questo?

Si siede al tavolo, traballante nonostante il cartoncino infilato sotto una delle gambe, accende il computer e inizia a scrivere. Lo fa in fretta, senza incertezze: “Caro prof. Ferri, sono giorni che continuo a rimuginare sull’accaduto. Si è trattato di uno spiacevole incidente. Io stavo scambiando semplici chiacchiere con un amico, e gli confidavo umori e pareri del momento. Solo che ho girato a lei, invece che a questo amico, il messaggio ultimo, che conteneva in effetti apprezzamenti poco lusinghieri nei suoi confronti. Come se qualcuno mi avesse ripreso con una telecamera mentre ero in gabinetto. Giudizi improvvisati che mai ripeterei a voce alta a qualcuno. In più, avevo bevuto un po’ troppo. Ero, come dire, su di giri. Gli accenni intolleranti alle origini del Sud erano del tutto estemporanee, glielo giuro, scherzose, non rappresentavano assolutamente il mio pensiero, convinto come sono che i grandi della nostra letteratura, da Verga e Pirandello, sono “cabibbi”. E del resto anche la Lega ha cambiato ideologie negli ultimi anni.  Insomma, niente di leghista in me, che voto da sempre a sinistra. Ne ho parlato di recente anche con la brava Ausilio, sempre brutale nella sua franchezza. E ho capito che Lei non mi porta rancore, né intende, credo, adire vie legali, con una querela che mi rovinerebbe. Ne sono felice. Quanto a precisare le mie funzioni in collegio docenti, sono sicuro che avremo presto modo di chiarire le esigenze del programma interdisciplinare, con la valorizzazione delle mie competenze letterarie. Sono disposto ad accompagnare i ragazzi a Malta in primavera, assieme alla collega di arte. Mi creda, grato del suo perdono eventuale. Un abbraccio. A presto”. Si rilegge, e si compiace della scrittura. Corregge “rimuginare” con “riflettere”. Toglie anche il paragone con il gabinetto, metafora troppo personale e inadatta in una lettera a una persona anziana. Elimina pure “abbraccio”, forse un avvicinamento prematuro. E censura ovviamente anche il fatto che vota a sinistra, dal momento che si vocifera come Ferri adori la Meloni. Sistema il file, scrive l’indirizzo della mail e fa per cliccare, ma poi si blocca sospirando. Guarda le pareti ammuffite del suo minuscolo studiolo, che serve anche da camera da pranzo e salotto. Nel mini appartamento che occupa da un anno, nei pressi di Rialto, affitto che gli mangia metà stipendio, con il vantaggio solo di essere vicino al Liceo Marco Polo, ci sono solo la camera da letto scannatoio, come lui l’ha battezzata, la cui finestra apre ai casoni di fronte, nella calle stretta, e il bagnetto senza bidè e non finestrato. Si vergogna di portarci dentro le sue conquiste. Conquiste decisamente ridotte, ora che non accetta più di andarsene all’estero a insegnare italiano. Dopo Tirana, Coimbra, Belfast, insomma in giro per l’Europa, ha perso in fondo, e lo sa perfettamente, l’aura di viaggiatore libero, e la Giancarla che frequenta da sei mesi vuol costringerlo a metter su nido, lei che è di ruolo e insegna inglese al ginnasio. In più, la “fidanzatina” gli intima di studiare e di prepararsi al necessario concorso di abilitazione, se desidera davvero uscire dalla precarietà “orrenda”, come lei gli ricorda con disgusto.   Ma adesso, con l’incidente, ogni cosa diventa oscura.

Poi, vuole mandare un vocale a Marianina, che ha baciato a lungo nel barcone dell’ultimo Redentore. La lingua ha sostato in quella piccola bocca dischiusa, straziandogli l’affare che voleva uscire furibondo dai calzoni. Avevano discusso in precedenza di Lear su cui la ragazza si era da poco laureata a Ca’ Foscari. Quando mai con Giancarla aveva avuto una simile conversazione, colta e semplice allo stesso tempo? Con la sua “fidanzatina”, se si poteva chiamare così un rapporto instabile, con una più grande di due anni, con cui poteva solo discutere di soldi, di traslochi, di restauro di locali. Alla festa del Redentore, la Giancarla non aveva voluto partecipare, indisposta per aver mal digerito gli spaghetti allo scoglio, forse pesce avariato, mangiate con i suoi severi genitori da Montin, (ancora non aveva deciso di presentarlo alle loro maestà) e adesso se ne stava rancorosa nel lettone del suo grande appartamento, regalo dei nonni. Ebbene, proprio in quella casa, la Giancarla gli proponeva di trasferirsi. Basta buttar via lo stipendio in bollette e affitti. Da lei, in quello spazio luminoso, con doppi servizi entrambi finestrati, sarebbe stata una vita diversa. Perché la Giancarla era ricca di famiglia, veneziana nelle radici, madre proprietaria di negozi, e padre professore di economia a Ca’ Foscari. Ma il bacio alla piccola selvaggia, interminabile, da togliere a entrambi il respiro, richiedeva una continuazione che non c’era stata purtroppo. Marianina infatti gli aveva soffiato addosso, uscendo dal viluppo sotto prua del barcone, che lei non portava via il compagno a un’altra, non era nel suo carattere. Dunque, lui doveva scegliere tra i soldi e l’amore, probabile almeno per qualche mese, visto come gli diventava duro a solo rievocare com’era penetrato nella saliva oltre le piccole labbra umide. Nel vocale, avrebbe messo dentro aspetti diversi, la decisione di chiudere ogni rapporto con la sua collega scolastica, “legami tra colleghi durano poco, si sa”, l’esposizione dettagliata di un progetto a due, fuggire entrambi all’estero, nella stessa sede, a insegnare lui italiano e lei inglese, lui aveva conoscenze in Regione per farsi aiutare nella scelta della sede. Ma prima ancora di lasciare un vocale, acceso di passione e di ritorno all’esistenza vera, quella avventurosa, nomade, a seguire la luce, uno zainetto sulle spalle con solo l’occorrente, e andare come gli antichi pellegrini, gli viene in mente di chiamare Marco, l’amico con cui aveva intrattenuto quel catastrofico gioco di rime baciate, in dialetto. Colpa sua, già, che l’aveva aizzato a liberare l’estro e l’attitudine alla scrittura, finora non sfruttata per la sua atavica pigrizia. Gli era possibile cancellare da distanza quello scambio di piccole epistole maliziose in cui demolivano il mondo, e la scuola in particolare, e Rossano Calabro e le sue spiagge “chiaramente inquinate”? L’amico era un informatico, guadagnava su quello, e diceva di continuo che sognava di avere un fratello come lui. Quello là non ha ragazze, accorre subito, qualsiasi cosa sta facendo, se lui lo chiama. E possiede una bella Sanpierota, dal lucido legno di noce.  Da andarci loro due soli, insieme, per i canali, a remare, spegnando il fuoribordo. I palazzi sfatti e silenziosi, le loro pareti che trasudano la fine. Fisico d’acciaio, quello di Marco, frutto di tanta palestra. Ma per chi e perché quei muscoli? Mah. Nel piccolo specchio, sulla parete di fronte al tavolo, vede la sua immagine. Un uomo di ventinove anni, nel pieno delle sue forze, anche se gli occhi appaiono velati dalla stanchezza, e le guance accese da una febbre che non se ne vuole andare. La barba ben curata, gli occhi verdi che fanno strage di cuori femminili, un che di zingaresco che emana dal suo viso pure tanto affannato in quei giorni, e l’aria sfrontata e maliziosa, appena accenna un sorriso, che la sua sembianza riflessa gli manda. Già, non può negare di piacere a tutti, lui. Uomini compresi. Bisognerà poi fare un vocale a Giancarla, se la piccola acconsente alle sue proposte, e se Marco riesce a distruggere le tracce dell’incidente.

Suonano all’improvviso alla porta. Lui meccanicamente preme il pulsante sulla porta vicina. Sta ancora in mutande, e il mattino ormai è inoltrato. Dal basso delle scale, sempre ingombre di resti di spazzatura, i soliti vicini sordidi e litigiosi, un incubo ulteriore, un grido: “Raccomandaaata!”. Gli tocca così infilarsi un paio di braghette corte e scendere di corsa scalzo, con la febbre che gli sale, e lui lo avverte bene che sta peggiorando. Firma e vede un’ombra giuliva sparire in calle. Risale lentamente i tanti gradini, il bugigattolo sta ovviamente al terzo piano. Sulla busta, scorge segni eloquenti, “Alla Procura della repubblica presso il Tribunale di Venezia”. Straccia disperato il contenitore e vede spuntare minaccioso un foglio di un avvocato che gli notifica l’atto di querela. La testa in fiamme, gli occhi pesti e già lagrimosi, rientra in casa, chiude con foga la porta alle spalle. Gli pare di morire. Sì, tra poco il suo cuore generoso, ma tanto prostrato, cederà. E sarà meglio così.


La fotografia accanto al titolo è di Roberto Cavallini.

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