Ida Meneghello
Diario di una spettatrice

Il ciambellone di Anna

Delude il debutto nella regia di Anna Foglietta. La sua "Storia" procede a rilento (e fra troppe contraddizioni visive) nella quotidianità di una coppia eccessivamente "normale"

Non tutti i ciambelloni riescono col buco. È solo una battuta, ma c’è un ciambellone che compare a colazione ed è parte integrante della storia, anzi di Una storia, film in concorso alla Mostra di Venezia che segna l’esordio alla regia dell’attrice Anna Foglietta. Un esordio che, lo dico senza giri di parole, non mi ha convinta, mentre mi ha esaltata l’altro debutto veneziano, il primo film di Tommaso Landucci I figli della scimmia, premiato nella sezione Orizzonti sia per la sceneggiatura che per l’attore protagonista.

Una storia racconta per quasi due ore la quotidianità in apparenza banale di una coppia come tante che vive in provincia, suppongo nel viterbese a giudicare dall’accento molto evidente nei dialoghi. Erika è cassiera in un supermercato, Mauro fa l’elettricista nella ditta del padre cafone che non perde occasione per umiliarlo. La coppia entra in crisi ad una svolta classica della vita, quando la figlia Irene esce di casa per andare all’università. La sindrome del “nido vuoto” fa saltare gli equilibri costruiti con pazienza nel tempo e impastati di silenzio più che delle parole che lui e lei non si sono mai dette – e il non detto, si sa, affonda anche i matrimoni più solidi. Entrambi i protagonisti devono fare i conti con una crisi d’identità: Erika si sente improvvisamente inutile perché nessuno ha più bisogno di lei, perché non c’è più la figlia che imponeva i tempi della cura e giustificava la sua centralità in famiglia; Mauro, un analfabeta sentimentale incapace di comprendere le ragioni del cambiamento della moglie, crolla quando perde il lavoro per colpa del padre che, senza dirgli niente, vende la ditta per godersi egoisticamente la pensione.

Una storia scorre con lentezza attraverso le stagioni di “un anno di merda”, come lo definirà Erika alla fine del film, presentando quattro momenti cruciali che corrispondono ai tempi del dramma: l’autunno della partenza di Irene, l’inverno del loro scontento, l’estate in cui il matrimonio sembra finire e infine “noi” quando finalmente saranno pronunciate le parole mai dette prima. Che il soggetto offra un racconto subito familiare per lo spettatore è evidente fin dalle prime scene in cui vengono rappresentati i nostri rituali quotidiani: fare la spesa, stendere il bucato, lavare i piatti, stirare, fare il caffè col ciambellone a colazione, nella prima metà del film non succede nient’altro e i silenzi fra i coniugi pesano più delle parole nella tensione che cresce poco a poco. È la vita che scorre un giorno dopo l’altro finché non arriva il momento di spalancare gli occhi e chiedersi come fa Erika: è davvero tutta qui?

Una storia semplice in cui Foglietta evita fortunatamente melodrammi e giudizi. Ma purtroppo non è il cinema francese che è maestro in questi soggetti. Se la sceneggiatura, scritta dalla stessa regista con Tania Pedroni e Matteo Ferri, contiene gli elementi giusti per trattare con delicatezza e sensibilità l’argomento, la sua messa in scena lascia a desiderare rivelando le incertezze dell’esordiente, mentre alcune scelte discutibili lasciano lo spettatore interdetto. L’abuso di primi piani strettissimi risulta fastidioso, l’intervento continuo del commento musicale a sottolineare ogni passaggio del racconto è inutilmente enfatico. E c’è infine una scelta di regia proprio nell’ultima scena in cui il confronto tra Erika e Mauro finalmente li pone l’uno di fronte all’altra, che è palesemente sbagliata: i due confessano le loro paure e le loro fragilità in “split screen” con due primissimi piani che non si fronteggiano ma parlano in camera, una trovata che non c’entra niente col resto del film in cui ricorrono inquadrature volutamente statiche.

Il film si regge in gran parte sulla bravura dei due protagonisti Alba Rohrwacher e Guido Caprino che generosamente si mettono a nudo in questo esordio dando corpo e anima a Erika e Mauro. Ma non basta la loro interpretazione a rendere convincente questo debutto alla regia, soprattutto dopo aver visto cosa ha saputo fare l’esordiente Landucci con I figli della scimmia.

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