Marco Vitale
La cerimonia della premiazione

I musicanti di Rosai

«Quel premio di poesia, perché avrebbe dovuto essere un premio di poesia, almeno così credevo di aver capito, era giunto per me inatteso…C’era solo da capire come avrebbero potuto infilare un romanzo e un libro di poesia tra un otorino e un anatomopatologo»

Non conoscevo lo scrittore che avrebbe dovuto condividere il premio con me. Non lo avevo neanche sentito nominare: mi venne incontro con un fare così espansivo che ebbe subito la meglio sulla mia timidezza. Mi sentivo passabilmente malconcio, in quell’antica città del Sud dove ero appena arrivato, in un inizio d’autunno dai tratti piuttosto rigidi. Reduce da una fastidiosa operazione chirurgica mi muovevo come un pesce in un boccale e ammiravo il colore delle foglie mutare in oro e in rame alla confluenza dei due fiumi. La sera si faceva più aspra. Il teatro di gusto Novecento era pieno. Fin dal principio sentimmo però che qualcosa non tornava, tanto da chiederci se per caso non avessimo sbagliato indirizzo.

Dopo un considerevole ritardo sul programma cominciò infatti una per noi imprevista laudatio di alcuni noti medici della città; primari di ospedale, sembrava di capire, che salivano eleganti sul palco e ne scendevano con grandi targhe e diplomi ad accogliere l’abbraccio festoso di consorti e di pupi. Medici premiati e medici che consegnavano premi, medici che parlavano degli alti ideali della professione e dei sacrifici e di un progresso senza meno inevitabile, medici di ogni osservanza e specializzazione: che ci piacesse o meno una teoria di clinici forbiti prese a dispiegarsi davanti ai nostri occhi, a pieno scanso di possibili esiti. C’era il decano: fu premiato pure lui. E la cosa, una volta avviata, acquisì un ritmo impeccabile. Tutto molto bello perfino toccante, ma io e il mio amico, cosa c’entravamo?

Ce lo cominciammo a chiedere, dapprima in silenzio poi in maniera sempre più esplicita e disarmata. Il mio amico friggeva e intanto il tempo passava. Un’ora era trascorsa, forse due… Dai praticabili del palcoscenico, dove eravamo seduti in attesa di non si sapeva bene cosa, potevamo vedere la platea gremita e contenta, in un clima che sembrava quasi natalizio.

Quel premio di poesia, perché avrebbe dovuto essere un premio di poesia, almeno così credevo di aver capito, era giunto per me inatteso. Vai e ritiralo, mi aveva detto chi aveva pensato di tributarmelo, a presumibile risarcimento per uno sgradevole screzio avvenuto quasi un anno prima. C’ero andato e poi io non serbo rancore. L’animo dostoevskiano di E. D. mi divertiva e avevo preso il viaggio per il verso giusto. Parlerai con mio fratello, mi aveva detto. Scoprii non solo essere medico anche lui, ma che si trattava del vero dominus della serata. Lo chiamai al telefono quando era ancora in ospedale, nelle distrette di una vivace discussione di lavoro col personale del suo reparto. Mi diede tutte le indicazioni indispensabili e ci incontrammo finalmente al teatro.

Intanto il passo della cerimonia sembrava ormai deciso ad esclusione di varianti. Non ci furono più dubbi nel predisporci all’attesa, c’era solo da capire come avrebbero potuto infilare un romanzo e un libro di poesia tra un otorino e un anatomopatologo, ma dopotutto non era affar nostro. Il bello di essere premiati è che non tocca pensare all’organizzazione, nel nostro caso avrebbero provveduto i medici.

In fondo andò tutto avanti in modo tranquillo, privo di scossoni, amabilmente e senza fretta. Il mio amico guadagnò infine i riflettori, mi sembrò caricato al punto giusto e il tono della sua voce, in armonia con la robusta complessione, risuonò vibrante e nobilmente risentito. Ringraziò per l’onore che gli veniva concesso, ma aggiunse che ben altro ci vuole per far vivere uno scrittore e di gran lunga la cosa più importante era di acquistare il suo libro, del quale fece elegantemente vedere la copertina muovendola in un ampio semicerchio, a centottanta gradi. La platea applaudì con trasporto.

Credo che senza troppo riflettere mi acconciai al mio turno, ringraziai con una faccia da convalescenza, lessi due o tre poesie. Risposi a un paio di domande. Ero vagamente perplesso. La platea applaudì con educazione.

Se non ricordo male fu con la mia trascurabile performance che la serata si diede per conclusa e i medici cominciarono a lasciare lentamente la sala con i loro cari. Il decano sorrideva e aveva un grande mazzo di calle. Le effusioni e i convenevoli non si lesinavano. Io e il mio amico ci ritrovammo di colpo soli.

In genere il momento più bello dei premi è dopo la premiazione, quando finalmente la ritualità volge al termine e si va a cena. Cena che può essere un frugale buffet, ma anche accuratamente predisposta attorno a una tovaglia candida con le belle posate e i centritavola fioriti alla presenza – ma è il caso solo delle manifestazioni più importanti – del vicario del vescovo e del maggiore dei carabinieri. A cena, esaurite le frasi di circostanza, ci si può davvero incontrare, conoscere per la prima volta in molti casi, fare progetti e promesse, condividere pettegolezzi e deliziose maldicenze che sono il sale di ogni incontro letterario. Ma intanto la platea era ormai vuota e di cena nessuno aveva fatta parola.

Anche le autorità sul palco erano andate via, si aggiravano gli uscieri vicino agli interruttori e noi non sapevamo più cosa pensare quando il fratello di E. D. ci chiese di seguirlo per una scala secondaria che dal retroscena conduceva direttamente all’aperto, nel solitario parco su cui era scesa la sera col suo corredo di umidità e di lampioni. Fu lì, in quella nebbiolina di inoltrato autunno, che ci venne corrisposta la moneta del premio. Il fratello di E. D. tirò fuori una busta dal soprabito e contò le banconote che divise tra me il mio amico, una stretta di mano e se ne andò. Restammo senza sapere cosa dire.

Fu credo il momento più significativo di quel giorno, allora che in qualche aggrovigliato modo esso veniva a porsi a comprova del nostro statuto di scriventi, e non andò senza una stretta al cuore. Eravamo, almeno così mi parve e sentii, come quei modesti suonatori che vanno a ingaggio ai matrimoni e alle cresime e al termine del banchetto, quando tutti gli invitati sono sazi e diversamente in dialogo con i liquori, vengono congedati con un involto di carte moneta, e magari anche una fetta di torta da portare a casa. Mi tornarono in mente i musicanti di Rosai e mi invase come un soffio di ingiustificata tenerezza. Quelle chitarre, quei clarini sul Lungarno, quelle osterie malinconiche… Quanto a noi dovevamo ancora capire dove andare, senza nulla conoscere della città.

Per fortuna il mio amico aveva sempre le idee chiare e ci incamminammo verso un piccolo ristorante che aveva adocchiato, in soglia alla città vecchia. La sua esuberante cordialità aveva su di me un effetto benefico e glien’ero grato, le sue battute erano spassose, la conversazione non aveva punti morti. Al ristorante la mestizia che nel mio addome aveva appena lasciato una cistifellea di eccessivi calcoli non mi permise se non guardinghi assaggi delle sapide specialità del luogo e tuttavia mi sentivo nel complesso rinfrancato. Il mio amico mi magnificò le ottave incatenate che si apprestava a pubblicare, dopo l’uscita del romanzo. Non pensavo se ne potessero scrivere ancora, in ogni caso la mia apertura di credito era senza condizioni. Poi ce ne andammo a sgranchire i passi per la città vecchia, malamente illuminata, ma bellissima nella salita dei suoi vicoli sconnessi dove sembrava nessuno più abitasse. La sera si faceva sempre più pungente e quelle antiche costruzioni, quei gentilizi portali, quelle catapecchie in attesa di chissà quali restauri sfumavano nel buio e ti saresti atteso di vederne uscire un calderaio gozzuto o una spennagalline, un acquaiuolo forse o un venditore di almanacchi, insomma, per banalmente dire, un presepe. Ne sgusciò invece un sorcio di proporzioni immodeste, che si allontanò senza premura. Per me era il momento di rientrare al b&b.

Non dormii quella notte; sui magnifici platani che costeggiano la confluenza si arrampicava una volta di infinite stelle, spolverate da una mano di borea che le rendeva lucide oltre ogni dire. Faceva freddo e quel riscontro di meravigliosa inospitalità mi penetrava. Decisi che l’indomani sarei partito prestissimo, lasciando un biglietto di saluti al mio amico, e così feci. Non volevo restare neanche un’ora di troppo, tanto più che il disegno era di fermarmi a Napoli per fare una sorpresa al mio parente più caro, prima di rientrare a Milano. E il piacere di riabbracciare mio zio si raccordò con l’azzurro ritrovato lungo la costa che mi incollava al finestrino del treno e mi tenne impagabile compagnia golfo dopo golfo, macchia mediterranea dopo macchia.

Salii le scale di viale Michelangelo con quel senso di felicità ma anche di nostalgia che ogni volta lì mi prende. Venne ad aprirmi mio zio, che si meravigliò. Uè, accà stai tu?

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