Erminia Pellecchia
A proposito di “Meravigliosa Salerno"

Emozione Salerno

Paolo Romano racconta la sua città, Salerno, tracciando una sorta di catalogo di esperienze emotive tra il vecchie e il nuovo di una terra piena di storia e misteri

«Ha la forma di una conchiglia rovesciata, il guscio di un’ostrica che protegge dal sole del Mediterraneo… È la Stazione Marittima di Salerno, firmata dall’archistar irachena Zaha Hadid. Si racconta che l’abbia immaginata da una barca, al largo della costa salernitana…». Inizia dalla porta della Salerno contemporanea il viaggio alla scoperta dell’antica capitale dei Longobardi del Sud, accompagnati dal racconto intimo che il giornalista e scrittore Paolo Romano fa della sua città «con gli occhi di uno straniero e il cuore di un salernitano verace». Lo fa con un doppio sguardo: il suo e quello di Cristina Santonicola, fotografa di manifestazioni cult come Comicon, Giffoni Film Festival e Salerno Letteratura, capace, con la sua sensibilità, di penetrare dentro i luoghi, oltre la superficie, oltre la cartolina. In questa Meravigliosa Salerno (240 pagine, 24.90 Euro, sarà presentata il 17 settembre alle ore 18 presso la sede della Provincia di Salerno), pubblicata dalla Marlin di Sante Avagliano nella collana «Le Guide Marlin – Guide narrate per viaggiatori curiosi», ha compiuto un personale pellegrinaggio sentimentale sui passi di Romano, reinterpretando con l’obiettivo la sua necessità di restituire il genius loci di un territorio fortemente evocativo, catturandone l’essenza emotiva.

«Se Salerno è stata scelta dai Romani, dai Longobardi, dai Normanni e via dicendo, fino ad arrivare oggi ai turisti di tutto il mondo – riflette l’autore – ci saranno dei motivi. Ho voluto indagare la città e le due costiere, l’amalfitana e la cilentana, con lo sguardo della meraviglia». Lo stesso stupore che provarono grand-touristes colti, come Lady Blessington (siamo tra il 1823-26) di fronte alla visione, da mare, del castello sul monte Bonadies e dei bianchi conventi e terrazze verdi, custodi dei misteri della Scuola salernitana, l’accademia di medicina inclusiva, aperta anche alle donne, nata, tra il IX e X secolo, dall’incrocio di saperi di scienziati-filosofi arabi, greci, ebrei e latini. Lo stesso che provano i crocieristi che sbarcano sempre più numerosi a Salerno.

È un diario esperienziale più che la classica guida turistica; un invito, suggerisce Romano, a fare un triplo viaggio, «con la lettura, andando a vedere e ri-vedere i posti citati per approfondirne un particolare e, ancora, conservarli nella memoria attraverso le immagini artistiche di Cristina». In libreria dal primo settembre, il volume è prefato dall’attrice e conduttrice televisiva Beatrice Fazi, ammalata di nostalgia per la sua Salerno che, confessa, «mi porto dentro ovunque vada, come un copione scolpito nella mente; leggere quest’opera è come ritornare a casa ripercorrendo una mappa di emozioni che si risvegliano». Una mappa di emozioni che ha come bussole citazioni letterarie e poetiche a partire dall’esergo, una frase attinta dall’autobiografico Terra! Terra di Sàndor Màrai: «Gli anni trascorsi a Salerno sono stati i migliori del nostro lungo esilio». Già. Per 12 anni lo scrittore ungherese visse con la moglie Lola al civico 64 di via Trento, a Pastena, prediligendo il quartiere popolare, che per i profumati giardini di aranci gli appare come un «paradiso», ai salotti di una borghesia più dedita all’apparire che all’essere, come polemizzava Alfonso Gatto.

Romano, nel suo “curiosando “ tra angoli noti e meno noti di una città sospesa tra passato e modernità, dedica a Màrai il capitoletto sul porticciolo di Pastena, «piccolo borgo marinaro dove rilassarsi nel silenzio, lontano dal traffico», e al poeta partigiano e militante, di cui ricorrono i 50 anni della morte, le Fornelle, dove, nel Medioevo, era stato deportato un nucleo di amalfitani, e che oggi è, grazie al progetto di street art, «Muri d’Autore», promosso dalla Fondazione Alfonso Gatto, «un libro illustrato» di graffiti e versi. Tra questi, quelli di Gatto, cresciuto in uno dei vicoli del labirintico rione, le Galesse. Qui scrive la sua prima poesia. «Di là dalla finestra c’era il mare, pioveva dolcemente. Avevo visto per vent’anni le montagne chiudere il golfo e contro il cielo una casetta odorare del suo intonaco rosa che la pioggia le risvegliava», evoca nella prosa lirica «Parole a un pubblico immaginario».

Sono 110 i luoghi, tra la città e le costiere amalfitana e cilentana, che Paolo Romano descrive attraverso schizzi narrativi. Veloci e affabulatori, accuratissimi, con particolari spesso ignorati dai suoi stessi concittadini. Un album di ritratti che, accanto a monumenti e paesaggi, inserisce spazi carichi di vissuti, come il Teatro Verdi, l’Augusteo, il Ghirelli, il Cinema Fatima, la Galleria Il Catalogo e come i regni del gusto, gli storici Bar Nettuno, Dolceria Pantaleone, Vicolo della Neve. Il modello è quello delle guide Emons, a cui questo agile manuale di passeggiate salernitane che vanno al di là della rotta più turistica, Duomo-Museo Diocesano-Giardino della Minerva, occhieggia. A partire dall’impaginazione doppia (micro-storia e fotografia) alla copertina dall’immediato impatto visivo: le porte bronzee di XI secolo del duomo di San Matteo che si spalancano sulla «Meravigliosa Salerno» dal golfo lunato cantato da Gabriele D’Annunzio. Ed è una mezzaluna il Crescent di Ricardo Bofill con la mega Piazza della Libertà, seconda tappa del libro che privilegia un itinerario scandito dagli approdi salernitani: la Stazione Marittima, a due passi dal Porto commerciale, piazza della Concordia con il piccolo molo turistico e la Ferrovia. Segue la conformazione lineare della città di fine Ottocento-inizi Novecento del secolo scorso – il lungomare e i corsi Vittorio Emanuele e Garibaldi – per poi addentrarsi nei dedali della città vecchia, da via Mercanti con la Pinacoteca provinciale e il Museo virtuale della Scuola Medica, alla cattedrale con, nella Sala San Lazzaro, il suggestivo Presepe dipinto da Mario Carotenuto, fino ad arrivare al Giardino della  Minerva, primo orto botanico dell’Europa di XIII-XIV secolo e, più su, al convento di San Nicola della Palma, attualmente sede del Centro internazionale di ricerca biomedica della Fondazione Ebris, e al Conservatorio Martucci.

In mezzo siti iconici come la chiesa barocca di San Giorgio, la cappella palatina di San Pietro a Corte, eco dei fasti di Arechi II, palazzo Fruscione, Largo Barbuti che d’estate si trasforma in palcoscenico sotto le stelle. Dall’altro lato della cattedrale che conserva le spoglie del papa riformatore Gregorio VII, il tour incontra il convento di San Benedetto legato alla leggenda del negromante Barliario che si dice avesse fatto costruire in una notte ali Archi del Diavolo (l’acquedotto medievale) e il museo archeologico con la bellissima testa di Apollo di I sec. d. C., celebrata da Ungaretti. Fu rinvenuta nelle acque al largo dell’arenile di Santa Teresa, lì dove sbarcarono il 9 settembre del 1943 le truppe alleate dell’Operazione Avalanche. A pochi passi dalla Villa comunale e dagli edifici simbolo dell’era fascista: il Comune progettato da Camillo Guerra e il palazzo Littorio (ora Prefettura) firmato da Alfonso Amendola. Nessuna parentela con Giovanni, il politico e martire che pagò con la vita l’opposizione al Duce.

Davanti al vecchio tribunale (il nuovo è dell’archistar Davide Chipperfield) c’è la sua statua realizzata da Gaetano Chiaromonte e un testo di Benedetto Croce sul basamento. Nel suo zigzagare, Romano si arrampica dal Carmine, il quartiere che prende il nome dalla basilica della Madonna del Carmelo, a Fratte con l’area etrusco-sannitica, il cimitero monumentale e la chiesa della Sacra Famiglia, capolavoro di Vittorio Gigliotti e Paolo Portoghesi, fino a raggiungere le colline di argilla di Ogliara con il Museo della Ceramica. Poi scende giù, sfiora il Forte La Carnale, tocca il Porto Marina d’Arechi con gli ormeggi per yacht di lusso, accarezza la villa romana di San Leonardo, si prolunga fino a Paestum e al Cilento. Protagonista è il mare con le sue spiagge, da dove sognare, come Gatto, altri orizzonti. Nel raccontare le spiagge, la penna di Paolo Romano si fa amarcord. «Baia. É ciò che rimane del gran chilometro di sabbia d’oro dove un tempo – fino agli anni Settanta – i salernitani potevano fare il bagno direttamente in centro città…». A lato la foto di Cristina Santonicola: l’arenile deserto in un giorno malinconico di fine settembre.


Le fotografie sono di Cristina Santonicola e sono tratte dal libro “Meravigliosa Salerno”.

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