Al Mattatoio di Roma
Caleidoscopio Modica
Roma rende omaggio a Giuseppe Modica, maestro appartato, abituato ad accudire l'occhio di chi guarda, ma senza mai dimenticare i conflitti drammatici della realtà
Più che una retrospettiva, quella con cui Giuseppe Modica, 73 anni, pittore siciliano trapiantato nella capitale, una solida carriera alle spalle, si ripresenta al pubblico romano è una guida di istruzioni d’autore. Una chiave d’accesso agli artifici, alle emozioni, alle sfumature che danno corpo e identità alla sua pittura in una continuità di visione che né gli anni né le svolte tematiche che continua a esplorare hanno attenuato. Allineate sui due lati di uno dei padiglioni d’ingresso del Mattatoio, dove resteranno esposte a ingresso gratuito fino al 25 ottobre, le oltre quaranta tele, tutte o quasi di grandi dimensioni, scelte per l’occasione a condensare gli ultimi trent’anni di ininterrotta ricerca, evocano già a un colpo d’occhio d’insieme due caratteri fondanti del suo stile e della sua postura concettuale.
Il primo è la resa del colore – una tavolozza di tinte pastello – restituito alla sua natura primigenia di rimbalzo, rifrazione di luce e contrazione di ombra, emesse dai volumi che occupano la scena. Uno sfarfallio polveroso che si ricompone a distanza in una tonalità dominante – la più ricorrente è il celeste del mare e del cielo. Ma obbliga lo sguardo ravvicinato ad un continuo processo di saldatura.
Il secondo carattere è l’impostazione scenografica dello spazio, che Modica ha sicuramente ereditato dai suoi studi di architettura a Firenze – una ventina di esami prima di mollare tutto e ricominciare con l’Accademia di Belle Arti. Nei suoi quadri l’uso della prospettiva è moltiplicato da un denso intreccio di cornici, soglie, che inseguono e impongono ordine alla costante ricerca di un orizzonte, a volte anche più d’uno, come punto d’arrivo e di fuga verso l’altrove. Effetto che le colonnine e l’intelaiatura di ghisa che divide in comparti sempre a vista questo padiglione di Testaccio sottolineano con grande efficacia.
L’effetto è nella maggioranza dei lavori a parete davvero straordinario. Iscrive quelle opere in un clima di lontananza e distacco, come rivoli di memoria. E allo stesso tempo le proietta al futuro verso un altro tempo, un’altra dimensione di perenne, mai arbitrario movimento. Certo, bisogna stargli dietro, per non perdere il passo e distillarne il messaggio. Ma Modica ci facilita il compito da maestro, invitandoci a trovare sulla tela il tragitto di questa somma di percorsi attraverso una minuziosa serie di indizi che sparge sulla tela. Ed offrendoci sempre una finestra, una soglia, una ringhiera, un sipario o una cornice d’affaccio. Esemplare la sala che apre il percorso, interamente dedicato a Roma. E soprattutto della grande tela che domina la parete centrale. Un’antologia di scorci della città che lo ha accolto e lo ha conquistato, con la sua luce cosi vivida e coinvolgente come quella del mare e della costa di Sicilia da cui la sua avventura di grande paesaggista è partita. Una panoramica a caleidoscopio che accoglie il riverbero di pietra e di storia dei monumenti attraverso un addensarsi fitto di riquadri che incastonano le immagini, simulando il modo in cui la nostra memoria le incasella Ma prima ancora la traiettoria che ha seguito il suo sguardo. Un colpo d’occhio di stupore., sempre diretto verso visioni che piovono dall’alto, vortici e vertigini di fantasmi. Come quelli che in questa tela catturano la danza di statue e figure sulla sommità del Vittoriano. O quella parata di santi di travertino che costellano in un altro quadro la terrazza della basilica di San Giovanni. Uno spettacolo che si è trovato di fronte la prima volta che si è affacciato dalla finestra della casa-studio dove vive ormai da decenni a due passi dal Colosseo. La scoperta e la fuga verso quel traguardo d’orizzonte misterioso e sovraccarico di storia trovano in queste opere a mosaico un punto di partenza, un limite da inquadratura fotografica che ospita il pieno e il vuoto. Il qui e ora e il per sempre di uno spaesamento al quale il pittore sembra voler comunque offrire la rassicurazione di una riconoscibile possibilità di ritorno.
Ecco un paio di quadri che Modica ha ribattezzato con il titolo di labirinto. Panorami racchiusi in un dedalo di prospettive, tramezzature, porte, serbatoi che non portano a nulla. Dove certo rischi di perderti, ma mai di incontrare l’agguato di un Minotauro. L’immaginario di Modica non contempla la presenza di mostri. E comunque ti lascia in ogni caso una possibilità di uscita, perché la scena ripresa dall’alto finisce per mostrati comunque lo spiraglio di uno scorcio d’aria, di mare, di desiderio verso cui dirigerti.
E poi come smarrirti? Perché i quadri di Modica ti guardano sempre, come gli specchi che riempiono ad ogni passo il percorso ad andirivieni delle sue tele. O come gli altri strumenti che il suo pennello dissemina come quinte sul palcoscenico. Il più ricorrente è una macchina fotografica piantata su un cavalletto in primo piano, l’obiettivo puntato non verso le stanze da attraversare ma contro lo spettatore. Altre volte un metronomo che detta il ritmo della musica, del concerto di colori e immagini che ti avvolge. Più raro il ricorso a figure umane, come il suo autoritratto o il corpo nudo di una modella.
A suo modo Modica è un maestro accudente. Ti contagia con la sua malinconia, mai ti precipita nell’angoscia, Angoscia da cui lui stesso – è il suo carattere – si tiene al riparo. Per proteggere – spiega – la propria pittura non distoglie mai l’attenzione dalla verità che il suo pennello proclama. O meglio suggerisce con i sussurri della sua tavolozza.
Ma in questo diventa un maestro esigente. La costruzione dei suoi lavori nasconde dietro un’apparenza di leggerezza una struttura concettuale sofisticata e complessa. Ti invita a fermarti. Non c’è un quadro che puoi liquidare in fretta con un aggettivo di comodo e passare oltre.
No, Modica non è un artista distaccato dalla realtà e dal suo tempo. Ma è una partecipazione nascosta, come la sofferenza che prova guardando quel Mediterraneo che ama trasformato in un teatro di guerra e in cimitero dalla morte di tanti migranti. La sua pittura non urla vendetta, ma rifiuta la rassegnazione. Lo ha dipinto quel pezzo di mondo stravolto con l’aspetto di una coperta slabbrata delimitata come una carta geografica dai profili delle terre affacciate su questo mini-oceano dove Oriente e Occidente si affacciano. Uno specchio costellata di macchie rugginose, che evocano il colore di sangue raggrumato. In ogni tassello ha iscritto un numero. Sono le cifre di vite umane perdute in ogni naufragio. Peccato non si sia spinto più sotto. Dove quei corpi a perdere sono finiti. Credo che a trattenerlo abbia agito proprio la paura dell’acqua. Sa nuotare, confessa, ma ha sempre avuto il timore di calarsi giù in basso. Dove si agitano forme che non sono e non sembrano umane. E che la sua pittura, forgiata sul culto delle idee di Platone, non riuscirebbe a controllare.
A far da contrappunto a questa passerella, un’altra mostra, anche essa portata in scena nel padiglione di fronte del Mattatoio dalla vicepresidente del Palaxpo’ Ivana della Portella seguendo la bussola di un progetto deciso ad esplorare gli angoli bui del tessuto dell’arte ai quali la critica modaiola ha voltato colpevolmente le spalle. È una rivisitazione di un altro autore, Saverio Ungheri, calabrese trapiantato a Roma, morto prima di poter festeggiare i suoi cento anni, una carriera di onorevoli successi ormai minacciata d’oblio, che al contrario di Modica si è tuffato nel flusso del proprio tempo senza remore d’ibridazione , cavalcando con fervore il progresso delle trasformazioni tecnologiche, la vitalità delle macchine, come profezia e teatrino di un nuovo orizzonte di forme e scoperte, sempre più lontane dal modello rinascimentale dell’homo faber.
Un percorso, ridisegnato con grande rigore dal curatore Andrea Romoli, che parte alla fine degli anni Cinquanta con la fondazione di una corrente post-futurista, l’Astralismo, nata sulla scia della prima avventura, Made in Urss, di esplorazione della Luna. E approda negli ultimi vent’anni sulle sponde in gestazione dell’Arte bionica, cercando di catturare in scultura i palpiti di vita dei robot. Fantocci assemblati con il ricorso ad ogni tipo di materiali, dal ferro alla gommapiuma che esibiscono un cuore pulsante che batte, si gonfia e si sgonfia, seguendo gli impulsi elettrici di una lampadina.