A proposito di "Ugo"
Il brutto dell’amore
Il romanzo di Baldissera Di Mauro racconta la parabola di un personaggio, brutto oltre la norma, dalla rabbia (condita di cattiveria) alla scoperta dell'amore per l'altro da sé
«Ugo è un romanzo intessuto di pensiero filosofico e riflessione estetica, affollato di umanità mostruosa e di umanità comune, sullo sfondo di una provincia da commedia all’italiana. In esso incontrate umili sarti napoletani, gagà di provincia, docenti di filosofia morale in pensione, vecchie portiere capaci di uno sguardo amoroso, gobbi e storpi, compagni di scuola sordidi, neonazisti e pacifisti in marcia, e personaggi celebri come Aldo Capitini e Burri». Così scriveva Filippo La Porta nel presentare al premio Strega Ugo di Baldissera Di Mauro (Baldissera Di Mauro, Ugo, Elliot, 187 pagine, 17,50 euro). Di Mauro debutta nella narrativa dopo “un lungo percorso professionale nel settore della cultura fra Abruzzo e Umbria”: così dice la sua biografia ufficiale, immaginiamo autorizzata dall’autore. Ma Baldissera Di Mauro, per chi lo conosce, è stato ed è anche altre cose: laureato in filosofia a Firenze, intellettuale conosciuto in Abruzzo e fuori, e ora anche titolare di una piccola prestigiosa cantina di vini a Tollo, paese in cui è nato ed è tornato a vivere. E se volete conoscerlo quasi dal vivo potete ascoltare su Youtube le interviste che ha rilasciato dopo che è uscito il suo libro: https://www.youtube.com/watch?v=sPZrnrBBe5U (Antonio Gnoli); https://www.facebook.com/watch/?v=1264395988953322 (Massimo Cacciari, Arnaldo Colasanti).
In Ugo a me sembra che trasudi l’ironia bonaria degli abruzzesi – insieme alle conoscenze politiche e culturali, esistenziali, di Di Mauro. Ugo nasce disgraziato, con un collo mostruosamente storto, che volge a sinistra. Neppure la madre riesce a superare l’effetto che fa. E il padre, che invece gli vuole bene e lo accetta, muore presto. Dotato di un’intelligenza riflessiva, cauto sin dall’infanzia per difendersi da sfottiture e aggressioni – rovescia una cattiveria infantile e vendicativa in un sogno di successo personale, sì, ma anche di riscatto sociale per la provincia in cui vive. La sua lucidità è impressionante, e si presenta così: «Sono brutto. Non semplicemente brutto, sono ridicolmente brutto, e se mi guardo allo specchio inorridisco dal ridere. La cosa atroce è che ho un senso estetico altrettanto smisurato, amo il bello e solo la bellezza mi appaga e allora la prospettiva cambia perché l’ironia della mia situazione diventa lacerante».
Da bambino, adolescente, ha reagito con la cattiveria alimentata dalla sua capacità di manipolare le persone e gli ambienti in cui si muove, il suo pensiero acuto e un po’ ossessivo gliene dà l’agio. Si è finto amico di una coppia di compagni, e siccome la ragazza gli piace ma sa di non poterla avere – agisce con subdola… amicizia; e li separa. Pian piano, spinto dalle circostanze, cercherà di volgere al bene questo suo talento. Ne fa le prime prove con Michele, un amico fisicamente perfetto ma psicologicamente fragile, affranto dalle sue preferenze sessuali non a norma – cui fa tornare la voglia di vivere.
Dopo la morte del padre, che si era trasferito da Napoli in Umbria proprio per proteggerlo, Ugo si presta – studiando e lavorando – ad aiutare la madre nel laboratorio di sartoria e tessitura lasciato da lui, e la sua dedizione convince la donna ad apprezzarlo; ma Ugo non può accettare neanche gli affetti senza ponzarci su: ipercritico, si distanzia dalle facili soddisfazioni: «Mia madre […] per la prima volta sentì dentro di sé l’amore per me, sgombro dal velo della mia bruttezza perturbante, che l’aveva trattenuta in un sordo risentimento verso se stessa per avermi messo al mondo». Ma adesso è tardi, lui aspira a costruirsi la propria vita, qualcosa di unico, e la madre sarebbe un impedimento. «La conquista dell’amore di mia madre, per esempio, che mi aveva trasformato ai suoi occhi nel figlio finalmente amato, diventava un ostacolo […] Dovevo far fuori mia madre dal mio futuro, per il suo e per il mio bene. Come avrei potuto sopportare che il suo amore, prima inibito dal mio aspetto, si riversasse ora interamente su di me, che non ero cambiato ma solo cresciuto?».
Ed è l’amore l’impedimento più grande. Con cinica lucidità Ugo lo ha cassato dal suo orizzonte – sin da piccolo, ha fatto della distruzione della tenera relazione fra i due compagni la sua prima esperienza: «Fu la mia prima esperienza erotica e l’iniziazione alla freddezza del cuore, e nel mio quattordicesimo anno di vita, anche alla luce del mio esperimento di guastatore, compresi che erotismo e cuore freddo sono l’uno la condizione dell’altro». Sostituisce al desiderio d’amore i poteri della mente, come gli ha suggerito il suo primo professore importante: «Sbarazzati dalla coscienza e conquisterai il mondo, mi verrebbe da dirti, ma non è possibile e nemmeno auspicabile: tutti naufraghiamo nell’abisso della coscienza, anche quelli che la calpestano. […] L’intelligenza è l’unica lèva che hai per sostenere la vita e devi coltivarla il più possibile, ma devi anche essere generoso fino al sacrificio se vuoi evitare il cortocircuito tra bruttezza e intelligenza. Dovrai evitare di rinchiuderti in te stesso ogni volta che sarai offeso o compatito […]».
Ciò che avviene al ginnasio, quando i compagni si accorgono che è bravo in tutte le materie e non si fa pregare per passare i compiti anche a loro, ed è subito un successo: «Mi accorgevo dell’attenzione su di me, che progressivamente si spostava dalla spigolosità del volto, poggiata su un collo storto, all’acutezza dei pensieri». La generosità la esercita anche nel progetto di una fabbrica diffusa, in modo da liberare i cento laboratori à façon, diffusi nella regione, da una sorta di schiavitù. La perenne infelicità la cura con le relazioni – che fortunatamente gli si affollano attorno: da Ninetto e Michele, i primi, ai professori che lo apprezzano e gli elargiscono saperi e consigli, a donna Elodia madre di Michele, alla meravigliosa donna anziana, Elmina, che gli lascia in eredità l’amicizia con il figlio Elmo, fondamentale per la riuscita del suo progetto. E poi gli incontri importanti: con Aldo Capitini, con Burri.
Il destino lo ha protetto da un rapporto soffocante con la madre, che ammira con enorme tenerezza: «[…] un cuore semplice come Emma, la mia madre bambina. […] potrebbe far pensare a una fragilità in realtà era la sua forza, perché privata della gravità del passato […] le permetteva uno sguardo innocente […]non sapeva mentire, tramare, manipolare e questa innocenza[…] una risorsa perché era sempre autentica e l’unica maschera per proteggersi era il sorriso furbo, il suo solo modo indiretto di confessare qualcosa che voleva tenere nascosto». Lo salva l’arrivo di Benito nella loro vita, quell’uomo che Ugo ha subito definito ridicolo, baciamani di provincia, damerino cretino “con l’aggravante delle barzellette sconce”. Benito che fa innamorare Emma, la libera dagli impacci, la rende giovane con la sua “capacità di coprire con le parole ogni imbarazzo”.
Tra Epicuro e la sua innata saggezza, Ugo supera la metà della vita, e con essa supera quel bavaglio che la morte precoce di suo padre, unita alla sua infermità, rischiava di soffocarlo. Di Epicuro ha introiettato profondamente il discorso sulla morte: «Quando ci siamo noi non c’è la morte e quando c’è la morte noi non siamo più. Pertanto essa è nulla per i vivi e per i morti, perché per quelli non c’è e questi non sono più». E tuttavia non cessa di elaborare quel pensiero, a modo suo: «[…] la mia vita mi pareva molto più complessa della sua assenza e della mia presenza. Eppure, se volevo vivere, dovevo assumere alla lettera la verità che mi diceva Epicuro e cioè che […] mio padre semplicemente non c’era più, e la mia vita e quella di mia madre non dovevano essere sigillate dalla sua morte. Non dovevo accettare che l’ombra di mio padre oscurasse le nostre vite». Riflettendo sul suo ruolo di imprenditore, sulle lezioni apprese – soprattutto da Burri – Ugo arriva quasi alla pace dell’anima, immaginando il borgo antico impregnato di manifattura e cultura creativa: teatro, centro culturale, e campagne con giardini. L’ultima spinta – per riuscire ad immaginare anche l’amore: Francesco d’Assisi, con il suo Cantico: «Beati quelli che trovarà ne le tue santissime voluntati, ke la morte secunda no ‘l farà male». Incontrare gli altri, dimenticando sé stesso e il suo corpo storpio.
La fotografia accanto al titolo è di Sara Lepori.