Domenico Calcaterra
A proposito di "La Sicilia non inciampa"

Controstoria siciliana

Il romanzo d'esordio di Alessandro Pruiti Ciarello mescola in modo convincete narrazione e saggistica. Giocando con un secolo di misteri italiani

In un luogo delle Lettere persiane così Montesquieu – tra l’ironico e il provocatorio – si rivolgeva al lettore del XVIII secolo: «Che cosa dirà la posterità quando le toccherà arrossire per la vergogna dei suoi padri? Che cosa dirà la generazione nascente quando confronterà il ferro dei suoi avi con l’oro di quelli cui deve direttamente la vita?» (Lettera CXLVI, Usbek a Rhedi). Ecco, il libro d’esordio di Alessandro Pruiti Ciarello sembra trovare il perfetto movente in questo interrogativo posto dall’autore de L’esprit de Lois.

Si tratta senz’altro di un’ambiziosissima opera prima – ambiziosa nella struttura, nel disegno, negli interrogativi che suscita e nella portata delle argomentazioni – che sembra voler direttamente mettere in scena il giudizio di una posterità risentita, di cui l’autore si fa portavoce, verso quella che lo stesso Montesquieu definì “la vergogna dei padri”.

Bisogna partire dalla secca e amara ironia del titolo quasi antisciasciano La Sicilia non inciampa (chi striscia non cade). La consegna del silenzio (edizioni Kimerik, 330 pagine, 19 Euro), che si accampa come un monito di ruvida e rassegnata sopravvivenza: l’inciampo è qualcosa che può riguardare soltanto chi cammina a testa alta, mentre “chi striscia”, chi si adegua passivamente all’opacità delle istituzioni, chi rispetta “la consegna del silenzio” e rimane nell’ombra non corre mai il pericolo di cadere. È dunque una Sicilia, sin dal titolo, quella di Alessandro Pruiti, che ha nel DNA l’adattamento sotterraneo, eleggendo il silenzio a strategia di conservazione collettiva.

A voler sfuggire ogni rigida classificazione, l’autore si limita a definirlo un “racconto abbastanza credibile e appena venato d’avventura”, appoggiandosi a fatti ed eventi realmente accaduti, “accuratamente rimaneggiati e mistificati”. E se di autobiografia dobbiamo parlare, si tratta, scrive Pruiti nell’Introduzione, di una singolare autobiografia “sognata e deliberatamente fittizia”. È una vicenda sì immaginata, ma che tuttavia prende le mosse dalle cronache. E per quanto Pruiti non aspiri a edificare una “memoria critica”, pur tuttavia di questo si tratta. Non è casuale il rimando, in chiusura alla nota introduttiva d’autore, alla celebre boutade di sir Winston Churchill sulle italiche genti: “Bizzarro popolo, gli italiani. Un giorno 45 milioni di fascisti. Il giorno successivo 45 milioni tra antifascisti e partigiani. Ma non mi risulta che l’Italia abbia 90 milioni di abitanti”.

Ancora: per quanto si faccia riferimento ad alcuni generi, come l’autobiografia, la saga familiare o il romanzo di formazione, e si espliciti la natura immaginativa e fittizia del racconto pur attraversando oltre un secolo di storia italiana, l’autore si è ben guardato dal far apporre sulla copertina la denominazione di romanzo. In verità, se proprio volessimo classificare l’opera prima di Alessandro Pruiti dovremmo scomodare la categoria della controstoria o, meglio, dell’autobiografia della Nazione. In quanto La Sicilia non inciampa…, altro non è che una riscrittura critico-narrativa, un attraversamento dei miti fondativi della Nazione; insieme a una spietata disamina del carattere italico. Fatte le dovute e ovvie proporzioni, è da ricondurre all’illustre tradizione di romanzi come I viceré di De Roberto, I vecchi e i giovani di Pirandello, Rubè di Borgese, Il Gattopardo di Tomasi di Lampedusa, Gli zii di Sicilia di Sciascia, Il sorriso dell’ignoto marinaio di Consolo… Filone assai fertile che ha inteso il romanzo come controstoria civile, riscrittura dei miti condivisi e svelamento di alcune costanti che hanno caratterizzato la nostra storia patria.

Protagonista è l’ennesimo antieroe: un giovane di provincia cresciuto in una famiglia autorevole e rispettata, Francesco Sirico. Il cui profilo psicologico e la traiettoria esistenziale ricorda un po’ quello del Filippo Rubè di Borgese: entrambi cresciuti nella provincia siciliana, non appaiono mossi da una “vocazione limpida” e autentica, abituati più che altro a lasciarsi vivere. Cresciuto nel mito della rispettabilità familiare e assunto il nonno Antonino come suo mentore, Francesco Sirico entra in Polizia spinto da un “disordine interiore”, da una delusione amorosa e dal bisogno di provare a dare una direzione alla propria esistenza. Il punto di rottura sarà rappresentato, anche per Sirico (come per Rubè), dalla frizione dal basso con la Grande Storia. Se per Rubè lo spartiacque è l’esperienza della Grande Guerra, per Sirico è la notte di Sigonella (10-11 ottobre 1985), a cui assiste da semplice autista, “testimone laterale, coinvolto quasi per errore”. È in quella notte scopre come la sovranità cessi di essere un concetto astratto e si materializza sul campo.

La narrazione si divide in due grandi movimenti che riflettono la crisi privata e quella pubblica.

Nella prima parte si ricostruisce la storia della famiglia di Francesco, una couche di valori apparentemente inscalfibili dettati dal nonno Nino Sirico, figura patriarcale severa ed esemplare. Una pedagogia dell’onore che, per le tante verità che verranno a galla sull’oscuro passato del nonno, presto si rivelerà assai menzognera e fondata sull’inganno. Fino a scoprire che la sua intera educazione si è consumata “sotto l’ombra di una verità occultata”.

Dopo la notte di Sigonella, il racconto devia verso la detection e il romanzo politico. Notato dai superiori, Francesco viene cooptato in una struttura segreta dello Stato (Gladio). L’addestramento segreto lo inizia a una nuova dimensione: la “perdita del nome”; l’inizio di una doppia vita; la sottomissione alla legge del silenzio («Silendo libertatem servo») che lo riconduce alla lezione del nonno: scopre, in ultimo, di essere stato “preparato da sempre, nel sangue, nell’educazione, nei silenzi” a varcare le zone grigie del potere.

Man mano che si procede nella lettura, la maniera saggistico-narrativa dell’autore prende il sopravvento. Vero protagonista, accanto al dipanarsi parallelo delle vite dei due Sirico, diventa l’Archivio segreto che, per un importante incarico affidatogli, Francesco è costretto a consultare. Tribunale senza giudici, l’Archivio è il luogo della rivelazione del potere. Qui ci accostiamo alla riflessione fondante dell’opera, ossia il rapporto tra scrittura della Storia e potere di chi ha la possibilità di raccontarla. Pruiti esibisce un preciso teorema, un’amara teoria della Storia: “la verità non viene cercata, viene amministrata”. Quando il quadro politico si complica, la ricostruzione della Storia non risponde all’accertamento dei fatti, ma diventa una “scelta di narrazione” funzionale a governarne le conseguenze. Come spiega il superiore di Francesco, Orione: “La Storia non è una cronaca. È una continuità”. E una continuità di metodo che garantisce che nessuno paghi per il “cambio di campo”. Da questa catabasi à rebours, attraverso i faldoni e gli incartamenti, che il protagonista sperimenta sprofondando tra le pagine più opache della storia patria (fino a ridiscendere al momento fondativo del Risorgimento), emerge un perentorio e disincantato giudizio sulla nascita della stessa Repubblica Italiana, definita addirittura come un “patto con l’ombra”, un “compromesso con la notte”. Al punto che Sirico-Pruiti accarezza il quasi sacrilego convincimento che il primo articolo della Costituzione andrebbe riscritto: “L’Italia è una Repubblica democratica fondata sulla non verità”, sui “poteri politico-affaristici, massonici e mafiosi”.

Sul piano stilistico, l’opera si presenta come un testo fortemente ibrido. Come si è già detto, si apre come romanzo di formazione; si sviluppa nel segno della detection (collettiva e familiare); implode nel finale come saggio narrativo sui grandi misteri italiani (l’Italicus, Ustica, Bologna, Ramstein, il caso Rostagno). La scrittura è segnata da quello che non possiamo non riconoscere come un rivelatorio tic linguistico: l’abitudine di condensare e restituire quanto viene scoperto dal protagonista attraverso una pervasiva sentenziosità aforistica, che è il cascame quasi formulare che giova a volgarizzare le scoperte fatte da Francesco Sirico. Quasi a mimare il sapere spicciolo del popolo, abituato a parlare per massime e detti. Per citarne soltanto alcune:
«Perché le sorprese, in certi posti, non arrivano come un colpo: arrivano come una riga».
«Quando l’impunità dura abbastanza, diventa carattere».
«La versione doveva precedere i fatti, non seguirli».
«Anche la crudeltà, talvolta, si maschera da prudenza».

In conclusione, merito indiscutibile di questa opera prima di Alessandro Pruiti, La Sicilia non inciampa, in un tempo come il nostro dominato dalla polarizzazione anestetizzante del dibattito pubblico, è l’agire come monito al risveglio della coscienza critica e civile: costringerci a dubitare delle verità confezionate ad arte e a confrontarci seriamente con la complessità, specie quando questa si profila opaca e dolorosa. Restituendoci, in fondo, l’urgenza di quel celebre adagio brancatiano: la necessità etica di “dormire con un solo occhio”.


La fotografia accanto al titolo è di Giuseppe Grattacaso.

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