Diario di una spettatrice
L’albero triste
Arriva in Italia il film di Ildikó Enyedi che racconta il mondo dalla parte delle radici: quelle di un ginkgo biloba secolare intorno al quale si mescolano tre storie (e tre epoche) diverse
Si può fare di un albero il protagonista di un film? È in questo azzardo assoluto che si riassume la sfida di Silent friend, la pellicola presentata l’anno scorso alla Mostra di Venezia e firmata dalla regista e sceneggiatrice ungherese Ildikó Enyedi, già Orso d’oro a Berlino 2017 con Corpo e anima. Un azzardo che propone incredibili suggestioni scientifiche e poetiche anche grazie alla fotografia che alterna il bianconero alla pellicola sgranata a colori all’alta risoluzione digitale, tanto che alcune immagini sono destinate a restare impresse a lungo nella mente dello spettatore. Il film a mio avviso ha un solo limite e lo segnalo subito: la lunghezza, dura quasi 2 ore e mezza ed è una durata non sempre sostenibile con la stessa attenzione. Perché i protagonisti di Silent friend non sono gli umani che pure si alternano sulla scena, ma le piante, il mondo tuttora misterioso della dimensione vegetale. L’amico silenzioso che domina lo schermo è un maestoso ginkgo biloba piantato nel 1832 al centro del giardino botanico dell’università di Marburg in Germania. È lui il testimone delle tre storie che avvengono nei pressi della sua ombra nel 1908, nel 1972 e nel 2020.
Le riassumo a grandi linee. Protagonista della vicenda ambientata all’inizio del 900 è Grete, la prima donna ammessa a frequentare l’ateneo tedesco (la giovane e talentuosa Luna Wedler, premiata a Venezia con l’unico riconoscimento andato alla pellicola, il premio Marcello Mastroianni). La ragazza non vacilla per le pesanti allusioni sessuali della commissione di vecchi accademici misogini che vogliono impedirne l’ingresso, al contrario resiste dimostrando la sua appassionata conoscenza del sistema ideato da Carl Linnaeus, il medico e naturalista svedese padre della moderna scienza botanica e scopritore delle più sorprendenti attività delle piante, a cominciare dalla loro identità di genere. La storia di Grete, raccontata in un raffinato bianco e nero che pare alludere a una dimensione onirica, rivela le intuizioni della giovane studiosa sull’esistenza di schemi segreti di comunicazione tra le piante e l’universo grazie all’utilizzo dei primi strumenti fotografici. Un percorso affascinante.
La seconda storia racconta l’amore di Hannes, uno studente di letteratura molto introverso, per una ragazza appassionata di piante al tempo delle occupazioni studentesche dell’ateneo. Sarà la cura che lui dedicherà al geranio di Gundula a cambiargli la vita: scoprirà infatti, attraverso il tracciato di una specie di elettrocardiogramma, come la pianta reagisce alla voce e alle azioni umane. Notevole è la scelta della regista di utilizzare una pellicola sgranata a colori per ricreare l’atmosfera di quegli anni.
La storia più recente, ambientata al tempo del covid, viene girata invece con l’alta definizione digitale. Il protagonista è Tony, un neuroscienziato di Hong Kong specializzato nel registrare le onde vibrazionali tra le menti umane, bloccato nell’università tedesca dalla pandemia (Tony Leung Chiu-wai, indimenticabile protagonista di In the mood for love di Wong Kar-wai e di molte altre pellicole). Nell’isolamento del lockdown e in contatto video solo con Alice Sauvage, una botanica francese (un cammeo di Léa Seydoux), Tony decide di azzardare un esperimento per registrare le “emozioni” del gingko biloba e per farlo, per stabilire la connessione impossibile tra la dimensione umana e la dimensione vegetale, ricorre al peyote. L’albero si rivela a sorpresa essere femmina – nei luoghi abitati vengono piantati solo gingko biloba maschi perché i frutti maturi emanano un pessimo odore – e sarà Alice a procurare a Tony lo “sperma” per risvegliare le sue vibrazioni e sottrarla alla noia di una solitudine secolare.
Il montaggio di Károly Szalai (che aveva già contribuito alla riuscita di Corpo e anima) è cruciale nello svolgimento degli intrecci e nel tentativo di mantenere il ritmo alternando i tre tempi narrativi che hanno in comune il luogo dove tutto avviene: il giardino botanico dell’università di Marburg di cui l’albero è il centro.
A sconcertare lo spettatore fin dall’inizio è l’originalità assoluta del soggetto. L’albero sembra in alcune scene percepire attraverso suoni misteriosi, tonfi, vibrazioni, tremori di rami e di foglie, singulti di radici che si allungano nelle profondità della terra, ciò che gli esseri umani vivono intorno a lui, anzi a lei considerando la sua identità sessuale rivelata solo alla fine.
«Ildikó Enyedi a forza di cercare, spesso con risultati alterni, il progetto di un cinema poetico extrasensoriale stavolta è riuscita ad arrivare all’essenza della sua forma. Silent Friend è il suo capolavoro. Un film sulla carta impossibile», scrive il critico Carlo Valeri su “Sentieri selvaggi”. Un film impossibile, appunto, più che una scommessa un azzardo totale. La lunghezza è il suo limite, l’ho scritto, e la stranezza del soggetto potrà indurre molti a rinunciare alla visione. Ma se è vero che è sempre più difficile sorprendersi al cinema e il rischio che più spesso si corre è la noia, allora vale la pena non perdere Silent friend. Un film che, ed è questo il mio giudizio, traduce perfettamente in immagini i versi di Patrizia Cavalli: vita meravigliosa sempre mi meravigli.