I racconti della scuola "Orlando"/5
Una Grazia all’inferno
«Con il tempo, quello sguardo diventò un’abitudine. Anche quando sua madre non diceva nulla, Eva sapeva già cosa avrebbe potuto essere “aggiustato”. Non solo sul suo aspetto fisico...»
Il racconto inedito di Monica Putzolu che qui pubblichiamo è il frutto del lavoro svolto dalla scuola di scrittura “Orlando” nell’ambito del corso sul racconto curato da Andrea Carraro e Sebastiano Nata.
“Per anni ho pensato che l’inferno fosse una parola esagerata. Poi ho capito che l’inferno può essere una stanza qualsiasi.
La tua camera. Il bagno di casa. Una cucina piena di cibo. Uno specchio.
Da fuori la mia vita sembrava normale. Avevo amici, studiavo, facevo sport, mi divertivo. Ero una di quelle persone che sono sempre piene di energia.”
Eva si lanciava nelle cose senza pensarci troppo. Aveva voglia di scoprire il mondo e poca paura di affrontarlo. Era una ragazza piena di vitalità, però era anche fragile, ma non lo sapeva ancora.
Quella fragilità sarebbe emersa più tardi, quando avrebbe iniziato a misurare il suo valore attraverso gli occhi dei suoi genitori.
Eva era cresciuta con una madre che trovava sempre qualcosa da correggere. Una donna alta, bionda e molto bella. Si vestiva con eleganza, con il trucco sempre in ordine e il portamento sicuro di chi sa esattamente quale immagine vuole dare di sé.
Curava molto il modo in cui si presentava agli altri. Anche in casa difficilmente la si vedeva trascurata. Le piaceva che le cose fossero ordinate, precise, “come dovevano essere”, come diceva spesso.
Sistemava sempre qualcosa prima di andare via, anche quando sembrava già tutto a posto.
La stessa cosa la faceva sulla figlia. Prima di uscire di casa, la guardava da capo a piedi. Le sistemava i capelli, le tirava leggermente la gonna sotto il ginocchio e le diceva: “Così stai meglio.”
Bastavano poche parole. Eva imparò presto a giudicarsi con gli stessi occhi con cui sentiva di essere osservata.
Con il tempo, quello sguardo diventò un’abitudine. Anche quando sua madre non diceva nulla, Eva sapeva già cosa avrebbe potuto essere “aggiustato”. Non solo sul suo aspetto fisico. Se prendeva un bel voto, non durava a lungo la sensazione di aver fatto bene. C’era sempre un in più che si sarebbe potuto ottenere. E anche quando era felice per qualcosa, quell’emozione sembrava non bastare mai, come se dovesse essere sempre accompagnata da qualcos’altro per essere considerata davvero giusta.
Suo padre era l’opposto. Non era alto e non aveva una presenza imponente. Eppure, possedeva un fascino che attirava le persone. Aveva occhi vivaci, un sorriso capace di conquistare chiunque e una sicurezza che lo faceva sembrare più grande di quanto in realtà fosse. Amava osservare il mondo e aveva sempre un’opinione su tutto. Spesso anche sugli altri. Anche su Eva.
In casa, però, l’equilibrio cambiava. Le discussioni tra lui e la madre nascevano facilmente e non si chiudevano in fretta, restavano nell’aria per molto tempo. Era la madre a mantenere il controllo delle situazioni, a decidere il tono delle conversazioni, e lui finiva spesso per abbassare lo sguardo o chiudere il discorso.
Quelle tensioni non sparivano. Si spostavano semplicemente altrove.
A tavola succedeva spesso. Eva raccontava qualcosa della sua giornata, ma lui l’ascoltava a metà. A volte la interrompeva, altre volte non rispondeva proprio, continuando a mangiare e spostando lo sguardo altrove. Poi arrivava una frase breve, quasi buttata lì, che ridimensionava quello che aveva appena detto. Eva imparava a parlare meno.
Anche nello sport era lo stesso. Anche quando otteneva risultati, lui li commentava in modo dispregiativo. Non c’era mai un vero riconoscimento, solo osservazioni rapide oppure confronti con qualcuno che avrebbe potuto fare di più. Eva continuava a impegnarsi, ma la sensazione era sempre la stessa: non bastava. Finiva per sentirsi fuori posto, come se dovesse continuamente meritarsi uno spazio che non le veniva mai concesso davvero.
Eppure, c’era un ricordo dell’infanzia che non l’aveva mai del tutto abbandonata.
Da bambina andava spesso agli incontri in parrocchia. Mentre gli adulti parlavano, lei si sedeva sulle panche di legno e osservava ogni cosa. Le piaceva il profumo dell’incenso che rimaneva nell’aria. Anche quando tutto era finito, restava a guardare le file di candele accese, lasciate da chi era passato di lì con una preghiera, una speranza o un pensiero per qualcuno.
Le ripetevano spesso che l’Amore era la forza più grande che esistesse. Un Amore che non veniva meno, nemmeno quando si sbagliava. Un Amore sempre pronto al perdono e all’accoglienza.
Eva allora ascoltava senza farsi troppe domande. Crescendo, quelle parole rimasero nascoste da qualche parte dentro di lei, coperte poco alla volta da tante altre voci. Comprese quelle nella sua mente.
“Ricordo una mattina precisa, avevo sedici anni. Ero nel bagno di casa. La luce fredda della lampadina cadeva sullo specchio. Il pavimento era gelido sotto i piedi nudi. La bilancia era appoggiata sempre nello stesso punto, accanto al mobile bianco.
Mi avvicinai e salii sopra. Trattenni il respiro. Quel numero decideva la mia giornata. Lo guardavo come si guarda una sentenza.
Se fosse sceso avrei provato sollievo. Se fosse salito avrei sentito il cuore sprofondare.
Quella mattina il numero era più alto del giorno prima. Pochissimo. Solo un paio di etti. Ma ricordo perfettamente la sensazione. Come se qualcuno mi avesse detto che avevo fallito.
Mi guardai allo specchio. Cercai difetti. Li trovai tutti.
Le cosce troppo grandi. La pancia troppo visibile. Le braccia troppo morbide.
A un certo punto ho incominciato a sentire che il mio corpo era qualcosa da controllare.
Non stavo cercando di diventare magra. Stavo cercando di sentirmi al sicuro.
All’inizio sembrava funzionare.
Saltare un pasto mi dava una sensazione di forza. Resistere alla fame mi faceva sentire migliore. Ogni numero che scendeva sulla bilancia mi regalava qualche minuto di pace.
Poi quella pace spariva. E tutto ricominciava.
Non c’era mai un punto di arrivo.
Non c’era mai un momento in cui potessi fermarmi e dire: adesso va bene.
Ricordo il freddo. La stanchezza. La rabbia. Ma soprattutto ricordo la solitudine. Perché la malattia ti convince che nessuno possa capirti.
Ti ruba il tempo. Ti ruba i pensieri. Ti ruba la vita.
Poi arrivarono anche le abbuffate.
Passavo da un controllo feroce a momenti in cui mi sentivo completamente travolta. Mangiavo senza riuscire a fermarmi. E subito dopo arrivava la vergogna. Mi promettevo che sarebbe stata l’ultima volta. Ogni volta fallivo. E ogni volta mi odiavo un po’ di più. La cosa più dolorosa non era la fame. Non era il cibo.
Era il modo in cui parlavo a me stessa.
Non avrei mai detto a un’altra persona le cose che dicevo ogni giorno a me. Mi trattavo come un nemico. Come qualcuno che doveva essere corretto, controllato, punito.
Avevo vent’anni quando toccai il punto più basso.
Lo capii una sera qualunque.
Ero sola nella mia stanza.
Ricordo la finestra socchiusa del bagno. L’aria gelida che entrava da fuori. Le luci che disegnavano ombre sul muro. Avevo passato l’ennesima giornata a combattere contro me stessa.
Ero stanca. Non una stanchezza fisica. Una stanchezza più profonda. La stanchezza di chi non riesce più a ricordare come si vive senza paura.
Mi sedetti sul pavimento. Non avevo più voglia di piangere. Non avevo più voglia di pensare.
Chiusi gli occhi.
Fu allora che accadde.
Non so spiegare esattamente cosa vidi.
Non era una figura. Non era un sogno.
Era una luce.
Una luce diversa da qualsiasi altra avessi visto.
Non mi abbagliava. Mi avvolgeva.
E insieme a quella luce arrivò una sensazione che non avevo mai provato. La sensazione di essere vista.
Davvero vista e non per quello che gli altri si aspettavano da me.
Per la prima volta sentii che Qualcuno mi conosceva completamente e non mi stava giudicando.
Sentii parole che non provenivano dalle mie paure.
Parole semplici: Io sono tuo Padre. Ti amo così come sei.”
Eva finalmente non avvertiva più la richiesta di cambiare, ma solo Amore. Un Amore che non doveva conquistare.
Un Amore che non dipendeva dal suo peso, dai suoi risultati o dalle sue capacità di essere perfetta.
Rimase lì per molto tempo. Non so dire quanto.
Ma quando la luce svanì, la stanza era la stessa. Lo stesso bagno. La stessa finestra. Lo stesso specchio.
Eva era ancora Eva. Con le sue paure. Le sue ferite. La sua malattia.
Eppure, niente era più come prima.
Per anni aveva vissuto come se la sua esistenza dovesse essere giustificata. Come se ogni giorno dovesse guadagnarsi il diritto di essere amata.
Con un voto. Con un risultato. Con un corpo diverso. Con una versione migliore di sé.
Quella notte comprese una cosa che nessuno era mai riuscito a insegnarle.
Che il suo valore non era una conquista. Era un dono. Non doveva diventare qualcuno.
Non doveva dimostrare nulla. Non doveva vincere nessuna battaglia per essere degna d’amore.
Esisteva.
E questo bastava.
Quella fu la sua Grazia.
Nel cuore dell’inferno trovò qualcosa che la malattia non era mai riuscita a consumare.
Sé stessa.
La fotografia accanto al titolo è di Roberto Cavallini.