Storia di un'amicizia
Tramonti
«Il culmine di quella amicizia a tre viene raggiunto a suo parere a metà settembre, al rientro dalle vacanze in cui si erano persi di vista. Lo invitavano ad andare con loro a Milano, spettatori del derby a San Siro, da scatenati interisti...»
Ma questo è il Paradiso. Lo sta pensando ormai da qualche minuto. Inginocchiato sulla sabbia umida, tanta sabbia dappertutto, il costume bagnato che comincia a dargli fastidio, prova una strana felicità che gli allarga il cuore. Perché la scena che lo circonda è davvero distensiva e rassicurante. Guido, seduto sul moscone, quasi dovesse portare il natante sull’acqua vicina, scruta l’orizzonte, e gli offre il profilo fiero, il ciuffo dei capelli castano chiari mai domi, il pettinino che sporge dagli slip blu attillati. Anche Gilberto, appoggiato a una sporgenza del moscone, i fianchi sporgenti un po’ femminili e la pancia buffa da “commenda” come ripeteva con orgoglio a farsi perdonare il sovrappeso, tace. Insomma, il silenzio sembra contagiare tutto, nella luce del tramonto che tremolando si affievolisce e manda riflessi intorno prima di spegnersi a mo’ di candela. Sono rimasti solo loro tre in riva al mare, anche se da lontano si intravedono piccole figure in movimento. Tira in più una leggera brezza, quella dei primi di giugno, all’inizio della stagione balneare, e tutto all’improvviso pare in pace, nel fresco della sera domenicale. Fra poco dovranno tornare alle loro rispettive capanne in Zona A, a rivestirsi di panni cittadini, e separarsi. Sono in tre, il numero perfetto conclude tra sé. E sì che all’inizio, quando sono rimasti insieme per una “ciacola” rilassante, dopo i trambusti e le grida della partita a pallone (uno s’era pure rotta una caviglia), lui aveva temuto quel momento. Gli altri due infatti non erano della sua classe, frequentavano un altro istituto, Gilberto ripetente di 17 anni, Guido suo compagno di 16, atletico perché sempre in palestra nel tempo libero, e lui il più “scricciolo”, secondo la definizione di sua nonna materna, di 15, in seconda ginnasio al Foscarini, mentre i due erano già in prima liceo al Marco Polo. In compenso, lui era il più alto dei tre, anche se magro e allampanato per lo sviluppo fisico ‘spaventoso’ nell’ultimo anno. Oh, portarseli a casa, fantastica in quell’assenza di suoni, sì, averli fratelli, al posto di quella scema di sua sorella che occupa per ore intere il bagno grande a farsi bella, anche lei di 16 anni, proprio come Guido. Con quei due là, adesso si trova troppo a suo agio, e respira tranquillo. Si sente protetto. Non vorrebbe andarsene. Si è accorto che tra lui e gli altri si è accesa una strana amicizia, con un mutamento globale nei rapporti. Prima infatti si salutavano a fatica, lui da una parte e i due dall’altra, quei due sempre insieme. Una vera coppia che adesso invece potrebbe allargarsi e trasformarsi in un terzetto. Del resto, lui ha segnato un goal, nella partita da poco terminata, e due ne ha impedito che lo facessero gli altri. Guido gli ha dato alla fine della partita una pacca riconoscente sulle spalle. Un gesto che l’ha turbato. É da un’ora che si stanno scambiando idee sul mondo, trovandosi d’accordo in molti aspetti della vita. Ovviamente, quando quei due hanno toccato l’argomento del sesso, lui si è trovato impacciato, ma era troppo contento per simulare e inventare. Ma anche là, ha trovato in entrambi una tranquilla accettazione della sua inesperienza. Guido ha spiegato che il momento più bello è quando il pisello lo piazza tra le tette di una donna, assicurando che venire in quella posizione è magico. Si spande per parecchi secondi, un’autentica pioggia. Al che Gilberto, con la voce un poco chioccia a rendere poco credibili le sue vanterie, ha raccontato che con le entraineuses (questo il termine usato) croate uno si alza dal letto che gli tremano le gambe da tante volte te lo fanno fare. “Ti ammazzano, quelle. Sei morto. I croati sono gente terribile, come in guerra. Mio nonno li ha conosciuti bene al fronte. Tremendi”. A quei discorsi, Guido accennava serio col capo a dare il proprio consenso. Poi Gilberto aveva rischiato di rovinare l’atmosfera festosa chiedendogli a bruciapelo “E tu, allora? Solo seghe?”. L’aveva chiamato pure con il cognome, volendolo forse tenere lontano dalla loro intimità. Essere interpellato col suo cognome era per lui ogni volta una ferita misteriosa. E intanto con la mano Gilberto mimava i soliti moti dell’amore solitario. Per fortuna Guido era intervenuto con un sorriso bonario: “Mi dicono che hai una sorella che è una gran figa”, al che lui aveva promesso di mostrar loro una foto di Marita, quella dove lei salutava dal rifugio Lacedelli, la gran chioma bionda che le fluiva sulle spalle, alla fine di un’escursione interminabile nelle Dolomiti maestose. Ed era stato lui ad averla scattata. In quella posa, la ragazza pareva persino simpatica. Ma era chiaro che lui non piaceva a Gilberto. Eppure, se voleva salvare il suo legame nascente con Guido, doveva rassegnarsi al ciccione, prenderli insieme, almeno per ora.
Ad un tratto, a riprendere centralità e visibilità nelle dinamiche del terzetto, si mette a raccontare di sua madre. Una confidenza che fino ad allora non aveva fatto con nessuno. Tenendo lo sguardo basso, e disegnando con una conchiglia dei ghirigori sulla sabbia, spiega che sua mamma è alcolizzata. Le bottiglie di gin hanno spesso in cima il segno del rossetto, tanto che suo padre aveva abolito i liquori in casa. Ma quella se li comprava di nascosto, specie il Fernet Branca, sua passione smodata. La colpa di tutto comunque era di suo padre, funzionario del Ministero dei lavori pubblici (gli veniva bene a pronunciare il mestiere del genitore), spesso a Roma. Aveva un’amante, una contessa. “Contessa troia”, aveva commentato ridendo Gilberto, subito frenato da Guido che lo osservava con occhi pietosi. Un’attitudine meravigliosa. Avrebbe voluto avere altri segreti, ancora più sordidi, da confessargli.
Il culmine di quella amicizia a tre viene raggiunto a suo parere a metà settembre, al rientro dalle vacanze in cui si erano persi di vista. Lo invitavano ad andare con loro a Milano, spettatori del derby a San Siro, da scatenati interisti. Ma lui, anche se amava giocare a pallone, non faceva il tifo per nessuna squadra. Perché lui preferiva leggere e scrivere versi e una volta gliel’aveva detto a quei due, al che Gilberto con astio aveva bloccato sul nascere l’elenco dei poeti preferiti dichiarando che per carità erano gusti da donne, quelli. Aveva nondimeno acconsentito ad andare con loro a Milano. Era una bella cifra, certo, treno, soggiorno per una notte, costo del biglietto. La nonna che vigilava in tutto la loro casa scombinata aveva provveduto a finanziarlo, e così eccolo sul treno assieme a quei due, esaltati con tanto di sciarpa nero-azzurra al collo, nonostante il gran caldo. Una pizza immonda prima di correre in metro allo stadio. E poi, il momento più temuto e insieme desiderato, la pensioncina al centro, un po’ sordida. Qui, la sorpresa sgradevole ma salvifica. Non c’era più la camera a tre letti, secondo l’intesa preliminare. Solo una matrimoniale (in cui era proprio impossibile aggiungere un lettino per le misura della stanza), e una cameretta a fianco, porta comunicante che però non si riusciva ad aprire da mesi, con un giaciglio miserello sotto una minuscola finestrella. Bagno comune in corridoio. C’era il derby, che diamine, quasi gridava nella discussione la megera, e non c’era un posto libero in tutta Milano. La camera singola era destinata a lui, impossibile proporre altri abbinamenti. Si era ritirato così in quel bugigattolo, ma poco dopo essersi messo sotto una coperta puzzolente sente battere la porta. Era Gilberto che lo invitava allegro a mettersi nel lettone con loro per qualche ora. Avevano cassette interessanti da visionare. Lui allora l’aveva spinto fuori, alzando la voce, perché aveva sonno e mal di testa. A lungo, però, non aveva potuto addormentarsi, anche perché dall’altra parte del muro aveva inteso risate, il suo cognome mormorato ogni tanto, o almeno gli pareva di sentirselo come una condanna definita e senza appello, e oltre a ciò suoni eloquenti di pienezza gioiosa, ma anche sfiati di stomaco. E da quella fisicità lui, come sempre, veniva escluso.
La trasferta si era risolta in un disastro. Il viaggio di ritorno in treno si era svolto tra brandelli di conversazione presto spenti, senza alcun rilancio da parte sua. Gli veniva con amarezza da confrontare quella situazione mortificante con la luce carezzevole del tramonto al Lido, nel giugno scorso. Adesso c’erano solo gelo e malanimo. Lui ogni tanto lanciava occhiate furibonde e accorate a Guido, cui quello rispondeva con grugniti a esprimere irritazione e dissonanza. Solo Gilberto sembrava trovarsi bene in quel nuovo contesto. I loro rapporti si erano poi diradati sino ad estinguersi. Abitavano in fondo nella medesima città, ma era come se avessero scelto pianeti diversi e lontani tra loro. Erano analogamente cessate le telefonate da una parte e dall’altra. Lui si vergognava soprattutto di aver sparlato di sua madre, di averla messa in bocca a quei degenerati.
Poi, in un tramonto della primavera successiva, aveva incrociato Gilberto che l’aveva salutato con un sogghigno. Però, pareva accigliato e arrabbiato con lui, che non riusciva a comprendere, dopo tanti mesi di separazione, quello sguardo di rancore. Pochi minuti era durato quell’enigma. Perché, nemmeno a farlo apposta, poco dopo aveva scorto con terrore Guido mano in mano con Marita, sua sorella, raggiante e in estasi. Salivano il ponte di Rialto e pareva andassero a farsi incoronare in qualche festa antica della Repubblica, sotto un enorme sole morente che incombeva sul Canal Grande. Gilberto, tra i due, pareva quello più felice e soddisfatto. I riccioli castani tagliati di recente liberavano così la fronte ampia e vincente, e il profilo era quello di un uomo. Ma come? Non era quasi fidanzata Marita con un ragazzo che faceva ingegneria a Padova? Cos’era quell’ignobile tresca? A casa, si era avventato con violenza non appena l’aveva vista rientrare tutta rossa e scarmigliata. Come aveva potuto? Con Guido? Con un suo amico? E lei, togliendosi il golfetto di angora rosa, aveva sibilato con disprezzo: “Tu, piuttosto! Tu che ti sei permesso di sparlare della mamma!”.
La fotografia accanto al titolo è di Roberto Cavallini.