Diario di una spettatrice
La vodkina di Guccini
Ricordo (molto personale) di Francesco Guccini, tra un potente distillato fatto in casa, una lasagna e una boccia di Sorbara
Io so che viso avesse e come si chiamava. Sono i ricordi che ti fottono. Tutti stanno parlando di lui perché lui ha cantato tutti, dicono una generazione ma sono molte di più, da chi ha fatto l’università a Bologna negli anni ’70 e “La locomotiva” era la colonna sonora inevitabile di ogni serata, a chi l’ha incontrato per caso secoli dopo e ugualmente se ne è innamorato. Ma i più non l’hanno conosciuto. Che se l’hai conosciuto stai zitto, i ricordi sono tuoi e sono rimasti aggrappati alla porta di via Paolo Fabbri ovviamente 43, sono ancora impigliati tra le comande della trattoria da Vito dove la gente ordinava lo stinco di maiale al forno anche a ferragosto.
Inverno del 1985, Bologna nel silenzio di due metri di neve. Scrivo per le pagine locali di Repubblica e Luca Savonuzzi che le ha inventate mi dà spazio, gli propongo un’intervista al maestrone, non ricordo più perché. Mi pento subito, per raggiungerlo devo attraversare la città a piedi, sembro un alpino nella ritirata di Russia, arranco in una Bologna ammutolita, la Cirenaica come il fiume Don. La sua casa è calda e Francesco è generoso, si racconta senza ritegno, verrà una bella intervista. E intanto penso che ci metterò più di un’ora per tornare a piedi al giornale. Ma non puoi attraversare la tormenta così, mi dice lui, ho una vodkina fatta da me con le patate fermentate nell’alcol, roba seria, vedrai che ti aiuterà. E tira fuori un bottiglione che pare pieno d’acqua e i classici bicchierini ghiacciati, non mi resta che bere. E subito sento esplodermi nella pancia un incendio, ho il viso in fiamme, sono ferma nella neve e ho caldo come ad agosto. Mi levo il piumino, mi levo il maglione, cammino col turbo. Arriverò in redazione in maglietta senza riuscire a smettere di ridere.
Anni dopo, sono l’ufficio stampa del Mulino, si presenta all’università un libro formidabile di Stefano Pivato, Il nome e la storia e a presentarlo c’è Francesco, lui sa di nomi e di storie come nessuno. L’allegra brigata si trasferisce, seguendo un protocollo collaudato, a casa dell’editor Ugo Berti e tra una lasagna e una boccia di Sorbara, Francesco canticchia a raffica canzoni del repertorio anarchico di fine 800 di cui conosce a memoria le parole: “Nel fosco fin del secolo morente / nell’orizzonte cupo e desolato / già si alza l’alba minacciosamente / del dì fatato…” scandisce e lascia intendere che questo canto è il padre della sua Locomotiva.
Mentre tutti si godono la serata e la cucina, c’è chi rivela a Francesco che il mio cavallo di battaglia nelle serate con gli amici è La fîra ed San Lâżer ovvero La fiera di San Lazzaro, canzone popolare e licenziosa da osteria bolognese che lui ha reso celebre nell’album Opera buffa del 1973. E allora sentiamola, dice lui, e qualcuno mi ha già messo tra le mani una chitarra a dodici corde inaffrontabile per me che non suono da anni e non ho più i calli alle dita e in quel momento sono nel panico e neanche mi ricordo il giro di do. Così è successo, io che non sono bolognese ho cantato La fiera di San Lazzaro in dialetto davanti a Francesco Guccini. E lui alla fine ha commentato con la sua inconfondibile cantilena modenese: ho apprezzato l’interpretazione.
Se volevi incontrare Francesco bastava infilarsi verso le due o anche le tre del mattino nella trattoria da Vito di fronte a casa sua, alla Cirenaica. La serranda era giù ma c’era sempre il modo di entrare, il vecchio Vito sbuffava e chiudeva un occhio. A quell’ora e fino all’alba c’era sempre un tavolo che giocava al tarocchino bolognese, äl chèrt lónghi che fa sembrare il bridge un gioco da ragazzi. E a quel tavolo c’era sempre lui. Una notte c’ero anch’io e c’era Lucio e c’era Jimmy Villotti e c’era Vito che non ne poteva più, cascava dal sonno e loro non si schiodavano dalle carte. Al colmo dell’esasperazione l’oste annuncia con voce strozzata: signori, si chiude! E Jimmy senza alzare gli occhi dalle carte: signori si nasce caro Vito… e continuarono a giocare fino all’alba.
In questo film manca il finale. Perché per Francesco Guccini il finale non c’è. E non c’è per chi ha avuto la benedizione di conoscerlo e per chi è arrivato dopo. Per tutti noi che lo abbiamo amato e ci siamo riconosciuti nei versi delle sue canzoni, mai banali, mai tirati giù alla boia d’un Giuda, come avrebbe detto lui, la fine di questa epopea non esiste finché noi ci saremo. Gli eroi son tutti giovani e belli. E Francesco lo sarà sempre.