Mario Dal Co
A proposito di “Chokepoints”

Politica e sanzioni

Edward Fishman, esperto di politica economica internazionale, analizza la strategia delle sanzioni di Obama che aveva "fermato" le guerre. Una lezione calpestata da Trump e Netanyahu

Il titolo completo del libro di Edward Fishman è: Chokepoints. American Power in the Age of Economic Warfare (New York Times Bestsellers, 2025). Fishman ha lavorato nel Dipartimento del Tesoro, ispirandosi al motto di Sun Tzu sull’arte della guerra: «L’arte più elevata non è vincere cento vittorie in cento battaglie, ma soggiogare il nemico senza combattere». Dopo l’11 settembre, ancora studente del college, Fishman si confrontava con la contraddizione fatta esplodere dai terroristi: gli Stati Uniti, la più potente nazione, non riusciva a trasformare la sua potenza in maggiore sicurezza globale. Dal 2014 in avanti, Fishman ha lavorato al Dipartimento del Tesoro per disegnare e portare ad esecuzione le sanzioni che, dopo l’annessione della Crimea, si voleva imporre alla Russia. Il Dipartimento del Tesoro, fino ad allora, non era entrato nella stanza dei bottoni della sicurezza, dove la facevano da padroni i Dipartimenti della Difesa e, con la crescente importanza degli attacchi terroristici, quello della Sicurezza Interna.

Il libro fa chiarezza su alcune questioni cruciali della nostra epoca, perché ricostruisce l’intero arco della politica delle sanzioni, anche prima della presa di servizio di Fishman. L’importanza delle sanzioni, la loro efficacia, la loro complessità, i loro limiti sono questioni di attualità oggi e – ci auguriamo – di prospettiva domani: le radici dei nostri conflitti risalgono ai decenni precedenti, che meritano approfondimenti storici fuori dalla nostra portata.

L’analisi parte dall’interesse storico per quei punti geografici, gli stretti di mare, che hanno rappresentato sempre le “strozzature” della storia mondiale: Gibilterra, Dardanelli, Hormuz, Baab el Mandeb. La possibilità di renderli inagibili all’avversario è sempre stato uno strumento di potere nelle mani di chi se ne assicurava il controllo. Nell’era della finanza globale, le infrastrutture e i sistemi di pagamento internazionali diventano nuovi “stretti” che, per chi li controlla, ovvero gli Stati Uniti, possono diventare punti di strangolamento di una potenza rivale, molto più efficaci del controllo degli stretti geografici.

Le guerre in Medio Oriente, l’aggressione russa contro l’Ucraina, evolvono sotto i nostri occhi – nel leggere il libro – mentre si sviluppano gli strumenti tecnici e diplomatici delle sanzioni contro gli aggressori, da Putin a Netanyahu, e contro i loro sostenitori. Il libro ci fa capire che le cose oggi vanno male, perché i problemi sono antichi e non sono stati affrontati. Le crisi si incancreniscono ed esplodono in conflitti che a loro volta non hanno alcuna prospettiva politica e a volte non hanno neppure alcuna soluzione militare.

La virtù principale del libro sta nella capacità di dipanare i problemi complessi nella loro concretezza di nodi decisionali che le persone coinvolte e responsabili devono affrontare e che a volte non sanno affrontare o non vogliono affrontare. Fishman ha intervistato oltre cento testimoni diretti, per ricostruire i dialoghi, le posizioni personali, le idiosincrasie dei protagonisti, e in questo sta un ulteriore motivo di interesse e di straordinaria vivacità della lettura.

Uno dei passaggi centrali del libro è dedicato alla conclusione della maratona diplomatica, condotta dal presidente Obama, che portò alla riduzione delle sanzioni economiche secondarie sull’Iran in cambio del controllo e riduzione del programma nucleare. Le sanzioni secondarie erano state disegnate dal gruppo di esperti, di cui Fishman faceva parte. Consistevano nell’impedire all’Iran di ritirare il ricavo delle esportazioni petrolifere, obbligando le banche internazionali a liberare i fondi solo per pagamenti di beni non correlati al programma nucleare. In questo modo l’Iran poteva esportare il suo petrolio, evitando così di far salire i prezzi internazionali, ma non poteva disporre delle risorse per lo sviluppo del nucleare. Queste sanzioni hanno portato, negli anni 2013-2014, alla recessione dell’economia iraniana e ad una inflazione del 40% accompagnata da un debito pubblico insostenibile, creando le premesse sociali e politiche per un cambio di indirizzo alla guida del paese, con l’elezione di Hassan Rouhani, il leder moderato che ha portato l’Iran all’accordo finale.

L’accordo (Joint Ccomprehensive Plan Of Action – JPCOA) fu definito da Obama, nel suo discorso finale sullo stato dell’Unione alle camere riunite (12 genaio 2016): «Uno storico punto di svolta diplomatico … (con cui) l’Iran ha ritirato il suo programma nucleare, smantellato i depositi di uranio e il mondo ha evitato un’altra guerra».  L’accordo fu contestato dai repubblicani e da Netanyahu che dichiarò: «Israele non è vincolato dall’accordo con l’Iran: dal momento che l’Iran continua a cercare la nostra distruzione, cercheremo sempre di difenderci». Il premier israeliano definì anche l’accordo “capitolazione” e “terribile errore di proporzioni storiche”.

Nonostante la certificazione della stessa amministrazione americana che l’Iran era in linea con gli adempimenti dell’accordo, nonostante l’Agenzia sull’energia atomica (IAEA) avesse riconosciuto che l’Iran era in linea con gli impegni del JCPOA, la pressione di Netanyahu su Trump portò all’uscita degli Stati Uniti dall’accordo e ad un nuovo ciclo di sanzioni. Emmanuel Macron fu facile profeta quando ammonì Trump che il ritiro dall’accordo avrebbe condotto ad una nuova guerra.

Non minore è l’interesse della parte del libro di Fishman dedicata alla Russia di Putin, dalla annessione della Crimea alle guerre cyber per condizionare la vita democratica degli avversari, e all’importanza delle sanzioni nel creare difficoltà di tenuta del governo civile e militare da parte del tiranno russo. Anche qui è sorprendente come la ricostruzione storica di Fishman riesca a render conto di come quelle che ci sembrano improvvisi ribaltamenti siano sviluppi di premesse che erano sfuggite alla nostra attenzione.

Il libro spiega in maniera esaustiva perché l’attuale guerra sul controllo degli stretti geografici, Baab el Mandeb-Suez e Hormuz, e le guerre per il controllo delle enclave (Cisgiordania, Donbass, Gaza) rappresentino un disastroso ritorno al passato, foriero di scontri senza prospettiva politica, mentre le sanzioni di Obama, che avevano piegato il regime iraniano favorendo l’avvento di leader moderato, disegnavano un percorso politico.

Chokepoints. American Power in the Age of Economic Warfare merita una bella traduzione – non facile perché il linguaggio che riporta molti vivaci dialoghi reali è spesso idiomatico. Speriamo che venga presto.

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