Paolo Puppa
Una storia di iniziazione sessuale

Sviluppi

«I capelli neri lunghi che le scendevano sulle spalle, le fossette sulle guance, la bocca morbida e tremante, parevano esaltarsi, man mano che spiegava loro la nuova situazione...»

No, no, quello non è suo padre e lui lo chiamerà solo e sempre per nome. Stefano. Già tanto, se non accosta, quel nome odioso, a qualche parolaccia, come meriterebbe. Perché suo papà, Giovanni, il vero papà, lui se lo ricorda bene. Sedeva sulle sue ginocchia, anche se quello era costretto su una carrozzella per malati, quando il male alle ossa lo stava ormai travolgendo, e lo ascoltava in estasi leggergli L’isola del tesoro con voce affaticata per i farmaci e le tante iniezioni. E poi Giovanni portava sempre la cravatta in casa, con la sua bella giacca, e la sera   indossava rosse vestaglie, calde e protettive, che mandavano luce. E i libri, tanti, stipati dappertutto, non solo alle pareti. Del resto, la madre di mestiere faceva la bibliotecaria a Ca’ Foscari, e Giovanni, prima di andarsene all’altro mondo, era magistrato penalista.  Lui ogni tanto andava con la sorella in Tribunale, era la zia Flaminia che ce li portava, a vederlo uscire da uffici gremiti di gente. Come scorgeva la sua testa svettare sopra la toga gli si stringeva il cuore dall’amore che gli portava. Era fiero di lui. Partecipava all’alone di pietà e di ammirazione che circondava un uomo di quarant’anni, serio e carismatico, avviato ad una fine ingiusta e prematura. Tutto era durato ben poco tempo. C’era stata poi la scena penosa, imbarazzante, quando sua madre Ortensia, che aveva ricominciato a darsi il rossetto, li aveva quasi convocati, lui e sua sorella Sandra più grande di due anni, e spiegato che c’era questo signor Stefano. I capelli neri lunghi che le scendevano sulle spalle, le fossette sulle guance, la bocca morbida e tremante, parevano esaltarsi, man mano che spiegava loro la nuova situazione. Perché costui le voleva bene e desiderava voler bene anche a loro e che accettava di venire là, nella casa di Sant’Alvise. L’aveva conosciuto in biblioteca perché costui veniva con un cugino ricercatore. E amava leggere, nonostante le apparenze. E subito lui aveva chiesto sbigottito se quel tipo là  si sarebbe permesso di dormire nel letto matrimoniale. Sua sorella allora gli aveva dato del cretino, come al solito. Ma nella loro famiglia, anche per i pochi parenti rimasti, lui era il ragazzo un po’ tardivo, e Sandra invece precoce in tutto. Tant’è vero che adesso, a quindici anni, lei ha pure il “moroso” di diciott’anni, che frequenta l’ultimo anno del liceo Foscarini e gioca a rugby. Ora, andava precisato, e la madre insisteva caparbia su aspetti del genere, questo Stefano era più giovane di lei di tre anni. Si prendeva dunque una donna quasi anziana, con due figli. Poi, con un guizzo malizioso e civettuolo nello sguardo si interrogava sul suo fascino personale dato che si legava a uomini più piccoli di lei. Il babbo dunque era entrato in un elenco, nella serie degli uomini più piccoli? Lei aggiungeva inoltre orgogliosa che questo Stefano non aveva alcun bisogno di noi, perché possedeva ben due squeri dalle parti di San Trovaso, oltre a un cantiere di barche e di motoscafi. Così era sopraggiunto lo strazio delle gite nel lungo natante di noce lucidata e fiammante al sole, in mezzo alle onde furiose nel Bacino di San Marco dove tutto ballava e entrava acqua dentro, non appena quello accelerava come un matto. A lui in compenso veniva nausea e non riusciva a condividere l’entusiasmo espresso dalle donne tra isterici “Come on”. Ma come poteva sua mamma Ortensia, uscita da un ceppo nobile, dopo aver vissuto al fianco di magistrato, accontentarsi di un barcarolo arricchito, che vantava un padre mastro d’ascia, e parecchie regate vinte da zii e nonni, tutto un muscolo e pelo dappertutto. Un fauno, la calvizie ignobile sul capo, poco consona a quella peluria diffusa, che girava in casa a torso nudo e a volte persino in slip azzurri, certo senza alcuna macchia davanti e dietro, ostentando la frequentazione di palestre. Il nuovo marito aveva legato molto con Sandra, abile, diplomatica e accomodante coi tipi forti. La sera, a tavola, non facevano che ridere e scherzare. E una mattina che camminavano spediti verso la scuola, medie e liceo erano incorporate, Sandra gli aveva intimato di non rompere le palle, perché mamma gli ultimi anni con Giovanni aveva smesso di essere donna. E l’aveva piantato all’ingresso del Foscarini per unirsi alle compagne e dandogli dello scemo. Per rendersi ancora più estraneo ai suoi occhi, Stefano usava il dialetto, ogni tanto, e questo lo feriva nel profondo pensando al padre giudice che parlava anche un perfetto inglese. Farà giurisprudenza a Padova, l’ha deciso un giorno che discuteva con enfasi le teorie sul clima di Stefano negazionista che sosteneva come il caldo ci fosse stato anche nelle ere passate. Cosa sapeva lui, ignorante e grossolano, di deriva di continenti? Sua madre era felice se i suoi “uomini” entravano in contatto, ma avrebbe preferito se lo facevano in modi più miti, “senza digrignare i denti” come i cani. Nondimeno, lui sapeva che non era dovuto al clima quel livore. No, il fatto era che la sua camera confinava con quella matrimoniale. La parete era sottile e si sentiva tutto. Sì, lui si era abituato a quei rumori incomprensibili all’inizio per un bambino, e poi anche troppo chiari. Non passava notte che quei due. Con Giovanni, a meno che non fosse che lui da piccolo si addormentava in fretta, non avveniva niente di simile. Riconosceva ora le grida ansanti della madre, i suoi “ancora” gementi, e mescolato a quelle l’ansimo aggressivo e trionfante dell’uomo. Una volta, aveva persino bussato pregando che facessero più piano, oppure fossero più rapidi, in quanto non riusciva a chiudere occhio e aveva sentito una bestemmia oscena da parte di Stefano e uno “scusa, scusa” pusillanime da Ortensia. Per alcuni giorni, lei evitava anche di guardarlo negli occhi, la mattina presto.  Gli scaldava infatti a capo chino la brioche. E a lui veniva da piangere e invocare Giovanni. Per alcune notti, almeno, si poteva respirare senza quell’orrore sonoro. Certo, non ci fosse stata la strage dei nonni, così lui la chiamava, dal momento che in pochi mesi tutti e quattro si erano ammalati, quasi un’epidemia, lui era icuro che mai Ortensia avrebbe sposato un gondoliere o giù di lì. Nella vecchia casa a Sant’Alvise, c’erano due bagni. In quello grande stazionava Stefano per le continue docce, e se l’usava per evacuare poi era un rischio entrarvi, per l’odore nauseante che perdurava all’interno, la finestra ovviamente chiusa! Il vero conflitto tra loro, però, era iniziato lo scorso anno, durante le vacanze estive. Avevano la capanna in seconda fila al Des Bains, affittata da una vita tutta la stagione. E una domenica quel gradasso aveva fatto irruzione, mentre lui stava dentro la capanna a cambiarsi. Aveva dodici anni, era ancora piccolo in tutto. E quel bel tomo aveva fatto irruzione, voleva fare un bagno subito a tutti i costi. Niente e nessuno gliel’avrebbe impedito.  Manco chiedere permesso, tra uomini si fa così!  E si era pertanto spogliato assieme a lui, e nell’angusto spogliatoio i loro corpi si sfioravano. E non poteva che ammirare sotto la pancia (nessuna pancia per la verità, grazie agli esercizi di palestra eseguiti pure in salotto, che lui avrebbe dovuto condividere se non voleva restare “una mezza sega”) un arnese enorme, ad un tratto sbucato dagli slip minaccioso, contrapposto al suo, minuscolo e in affanno. In quell’occasione, Stefano con una risata sguaiata aveva precisato “Non aver paura, vedrai che ti crescerà anche a te”, per poi sfuggirsene verso la riva saltellando per la sabbia bollente. Lui era rimasto inebetito, quasi avesse assistito a un rito misterioso, e aveva rimpianto le ginocchia di Giovanni che gli leggeva, composto e affaticato, L’isola del tesoro, scandendo bene le parole e sottolineando la differenza tra racconto e voci dei personaggi. Non poteva che mettere in contatto quell’aggeggio animalesco e la dolce Ortensia che in effetti mostrava di gradirlo se ogni notte lo accettava nell’incrocio tra culture tanto diverse…No, qualcosa bisognava fare per interrompere un simile inferno. Anche perché nel frattempo, come a confermare le volgari previsioni del re del remo, anche il suo iniziava a crescere. Specie quando ripensava al petto dell’amica ospite di sua sorella, che aveva spiato nella camera di Sandra. Quelle due si preparavano per andare a letto in una strana complicità. E la vista delle sue mammelle delicate e rosee, che parevano offrirsi alla sua mano, gli aveva provocato strani impulsi. Sentiva compiaciuto ma spaventato che si induriva, il suo membro. Tutto concorreva agli sviluppi e alla crescita. In classe, in effetti, era leggenda quel che facevano nei bagni Aldo e Paolo, entrambi ripetenti, non paghi di misurarselo. Uscivano ebbri da quella intimità, fieri di aver svuotato il serbatoio, secondo i loro protervi racconti. Anche lui, terrorizzato all’idea di doverlo poi confessare a Don Marco della parrocchia vicina, aveva avviato pratiche solitarie molto soddisfacenti. La prima volta era stata tra le pieghe del termosifone della sua stanza. Spento per fortuna. Erano le tre di notte, la casa invasa da un silenzio pacifico e ignaro delle sue malefatte. Aveva passato in rassegna diverse immagini, e quella propizia purtroppo era stata la visione di Sandra che baciava il rugbista nel salotto, lei che gli girava attorno e lui sprofondato come un re nella poltrona del babbo Giovanni. Come aveva osato, sua sorella precoce, sconsacrare quel luogo? Ma la sequenza aveva funzionato alla grande perché in quell’attimo era uscita una pioggia copiosa. Quello che temeva era se si infilava in qualche modo la scena della capanna, o peggio i lamenti d’amore della coppia durante le effusioni reali. Occorreva assolutamente trovare un rimedio, una terapia preventiva. Altrimenti, e lo capiva bene, poteva anche impazzire. Ebbene, la domenica che si avvicina, quando Stefano non ci sarà, impegnato in una fiera in Liguria, lui busserà nella camera matrimoniale, si siederà vicino al gran letto, osserverà i grandi occhi ingenui di Ortensia, sua madre per lui solo e sempre vedova del magistrato, e in tono distaccato, stringendo i pugni, rivelerà tra singhiozzi recitati che l’uomo l’aveva molestato in capanna la scorsa stagione, e solo adesso lui trovava il coraggio di rivelarlo. Che lo aveva iniziato a bieche perversioni, ovvero toccarsi mostrandogli come faceva su se stesso. Un’esperienza spaventosa. Sì, stamattina si prepara solennemente ad uscire per andare a scuola, la cartella in mano, e intanto saluta con simulata cordialità il barcarolo che pare allegro non sospettando quello che lo aspetta. Chiaro, ce la farà. Sì, riuscirà a dirlo. In fondo, qualcosa di vero c’era in quell’episodio, e di traumatico. Poi bisognerà vedersela colla reazione selvaggia del mostro, capace anche magari di picchiarlo e di ucciderlo. Oddio, che gioia finire come un martire sussurrando davanti alla madre colpevole “Vado a raggiungere il papà”. Con quei muscoli abituati a reggere remi enormi. E la testa calva che pareva il Duce. Ma c’è sempre la questura per questo, mormora chiudendo la porta. Poteva pensarci prima, si dice irritato. E sorride, con gli occhi iniettati di sangue.


La fotografia accanto al titolo è di Roberto Cavallini.

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